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Non tifate Uruguay

Per carità. Non tifate Uruguay. 
La squadra non ha nulla di affascinante, non è alla moda. Non è una squadra trendy. No, assolutamente no.
Parliamo di una squadra che nel 1924 vinse la sua prima medaglia olimpica, grazie ad un gol di Hector Scarone. Scarone è profondamente in litigio con un’altra star della squadra celeste, a quel tempo. René “Tito” Borjas. Non si parlano. Solo che al 73’, sul risultato di 1-1, Borjas fa un passaggio a Scarone che arriva da dietro. Deve però urlargli che è sua. Allora è costretto a parlargli e lo fa con tutto l’affetto e l’odio messi insieme. Gli urla “tuya Hector!”. Gli affida la palla della vittoria e fa bene. Scarone segna, i due sciolgono il rancore.
Da allora in Uruguay, per far pace, per dire a qualcuno che ti fidi davvero di lui oltre ogni dubbio, da allora, si dice solo “tuya Hector”, non occorre altro.

Una squadra che nel 1950 doveva placidamente consegnarsi alla storia, come vittima sacrificale del Brasile che doveva essere campione del mondo nel suo stadio, il Maracanà. Negli spogliatoi il console Uruguaiano portò le riviste brasiliane che recitavano le condoglianze all’Uruguay senza ancora aver giocato. E Obdulio Varela, il capitano, pisciò sopra al giornale che gli diedero, caricò i suoi e gli disse “Cumplimos si somos campeones”, facciamo il nostro dovere solo se vinciamo. E vinsero, dopo essere passati in svantaggio. Vinse dicendo ai suoi “non guardate in alto, non guardate lo stadio, ci siamo solo noi e il campo”. Vinse e si pentì. Perchè poi passò la notte tra i bar di Rio, a vedere la gente disperata per un lutto nazionale, una tragedia sportiva e disse a se stesso che no, mai più avrebbe rovinato la festa di un intero paese, la vittoria come fantasma da scacciare.

Che da sempre porta con sé la Garra Charrùa, la grinta tipica Uruguaiana di non mollare mai, la garra è l’artiglio, i Charrùa, una popolazione sterminata per essersi opposta al colonialismo nel 1800.
C’è Oscar Tabarez “El maestro” che li guida, pur essendo affetto dalla sindrome di Guillain-Barré, una malattia degenerativa neurologica, che lo costringe alle stampelle e ad una vita sempre più difficile.

E ci sono le storie di chi entra in campo, El pistolero Suarez che non è uno stinco di santo, ma non incrocia mai le braccia, non lo vedi mai desistere. L’attaccante che si sbraccia dalla panchina in una partita che la sua nazionale sta perdendo, vorrebbe entrare, semplice problema: si era scordato che si trovava lì per guardarla la partita, era infortunato e non era in rosa nelle convocazioni. Ma lui voleva esserci. C’è Matias Vecino, ogni volta gioca per due, per lui e per il padre, calciatore, morto in un incidente stradale quando lui aveva 14 anni e voleva essere un calciatore di cui Mario, il papà, fosse orgoglioso.

O quando vinsero la Coppa America 2011 in Argentina. Con “El maestro” in panchina. Tornarono a casa e festeggiarono allo stadio di Montevideo, alle 3 di notte. Il centravanti di allora, Diego Forlan, scrisse per scherzo su twitter che la squadra non aveva ancora cenato, lo stadio fu inondato dalle pizze, che avevano mandato centinaia di pizzerie che risposero ad un “appello-non appello”. E quando vinsero quel titolo del 2011, il premio fair play fu assegnato a Diego Lugano. Che ha la faccia d’angelo, ma picchia come un fabbro. E il suo compagno Abreu disse: “è come dare il Nobel per la pace a Bin Laden”.

Ecco, per favore, se amate il calcio da fighetti, di chi si lamenta appena sfiorato, di chi vince non lottando, di chi non crede che si possa sfidare l’inferno e portare pure la pelle a casa, perchè tanto non c’è nulla da perdere, non tifateli, oggi contro la Francia al quarto di finale dei mondiali. Lasciateci spazio, che stiamo più larghi.

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