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Sono sempre stati quelli che ho capito meno. Un eufemismo per dire che non li giustificavo e non li giustifico, salvo che nei casi di malanni improvvisi che mettevano a rischio la loro vita, s’intende.

Parlo di quelli che allo stadio escono prima che finisca la partita. A volte dieci minuti prima, indipendentemente da quale sia il risultato o da come stanno evolvendo – o involvendo, se la loro squadra perde – le cose in campo. Mi è sempre parso innaturale il loro formicolìo sulle scalette, con le spalle rivolte al terreno di gioco. Sarà che ancora oggi che lavoro in tribuna stampa non ho modificato di una virgola l’abitudine ad arrivare presto, che in realtà vuol dire “prima”. Un prima quasi metafisico, privo di riferimenti precisi. Perché ogni volta che mi veniva chiesto: – A che ora andiamo? – io rispondevo “prima” senza ascoltare ipotesi alcuna circa l’orario del ritrovo.

Forse dipende dal retaggio di quando, nei periodi meno felici del mio andamento scolastico, mi venivano negati i soldi per il biglietto e aspettavo l’apertura dei cancelli all’Olimpico per gli ultimi venti minuti. Che, in dettaglio, erano non più di dieci.

Che sia cambiata la fruizione di ogni cosa, quindi di ogni forma di spettacolo, lo sappiamo bene: a causa della parcellizzazione della soglia d’attenzione e di come la proposta televisiva vira sempre di più verso la valorizzazione della sintesi, spesso estrema; di un mordi e fuggi che comincia a farti fuggire prima di aver inghiottito il boccone. Però andare allo stadio resta un atto di fede, anche per tutta una serie di scomodità che in Italia ben conosciamo; non vuol dire semplicemente andare a divagarsi, o divertirsi, allo stesso modo in cui il concetto vale per il cinema o per il lunapark. Di conseguenza, andare via prima equivale a non meritarsi la benedizione. Avrei tanti esempi di gente che ho visto uscire prima e perdersi episodi e gol storici, oltre che decisivi segnati allo scadere. A volte due gol, non uno soltanto. E in ogni caso non sono uscito prima nemmeno con uno 0 – 3 sul tabellone, tra fischi, insulti e punteggiatura di “Andate a lavorare”. Un esempio per tutti, di ciò che rischiano di perdersi: ricordo nitidamente un signore, forse stizzito per il risultato che stava maturando, alzarsi e abbottonarsi il “rennino” nei minuti finali della semifinale di ritorno della Coppa UEFA 1991, tra la Roma e il Brøndby di Copenaghen. Tre minuti dopo, forse due, Rudi Voeller cambiava il destino in scivolata. A quel Signore nessuna riproposizione televisiva, negli anni, ha mai potuto restituire ciò di cui si era volontariamente privato.

Sinceramente, capisco poco anche quelli che, mentre il gioco è in corso, si alzano dalla tribuna sotto di me e vanno a comperare bibite o snack. Come se stessero passeggiando tra le vetrine di un outlet. Però quelli li perdono, perché tornano. Non del tutto, s’intende, ma li perdono.

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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