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Non sono andato a letto presto: Vita e Assist di Gianfranco Zigoni

Non sono andato a letto presto: Vita e Assist di Gianfranco Zigoni

“Metto fuori classifica io, Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri”.

Di educato, verrebbe da dire, aveva solo i piedi, in gioventù. E, più grande del talento, soltanto il cuore.

Chiunque lo abbia conosciuto o ancora lo frequenti, non può che raccontare questo, di Zigo, al secolo Gianfranco Zigoni, trevigiano di Oderzo; uomo infinitamente più speciale dei cliché da George Best di provincia di cui amava circondarsi. Perché di fuoriserie e belle donne sono capaci tutti ad abusare, con i soldi di un calciatore: anche di uno degli anni settanta, certo. Non può bastare qualche eccesso da arricchito per far dire di te, anche a distanza di decenni, che eri e sarai per sempre unico.

Serve altro, Zigo lo sa bene. Ma non sapeva e non saprebbe spiegarlo ancora oggi, perché il talento e la predestinazione non sono né un merito, né una colpa. Zigo può solo raccontare che quando la domenica era quella giusta, faceva il vuoto attorno a sé, soprattutto quando partiva da posizione defilata per poi accentrarsi in un ricamo di dribbling, come certi merletti che dal bordo poi fanno sbocciare un fiore al centro del tessuto. Per questo alla fin fine deve aver goduto più per alcuni assist, ricavati dall’incesto tra una zolla e un parastinchi avversario, che per certi gol, quando comunque l’incrocio dei pali era quasi sempre punteggiatura di una traiettoria. Allo stesso modo deve aver amato più i preliminari del fare l’amore; come a dire che nel cuore di Zigo l’applauso del pubblico aveva spesso un posto più importante rispetto al risultato che restava scritto sul tabellone.

Nelle domeniche in cui si sentiva ispirato, a chi se lo trovava di fronte poteva far passare il pallone da ogni parte; anche lì…proprio nello stesso punto dove un pomeriggio disse al guardalinee che poteva infilarsi la bandierina. Potremmo dire, senza aver necessità di arrivare all’iperbole, che il numero delle sue squalifiche è stato forse superiore a quello delle sedute di allenamento svolte con intensità.

Dove sarebbe arrivato se il talento fosse andato a braccetto con la costanza? Sono le domande più stupide, queste; quelle da non fare mai quando si parla di quei giocatori che, se fossero andati a letto presto, come Noodles in “C’era una volta in America”, avrebbero avuto la faccia desolata di De Niro quando torna, per scoprire tutto ciò che non aveva vissuto. Gianfranco Zigoni e le regole: l’aria spaesata della figurina ai tempi della sua prima Juventus; meno presenze che sveglie mattutine, i capelli tagliati corti secondo il dogma bonipertiano; tinca del Piave mai così fuor d’acqua.

I capelli lunghi erano il suo tratto in comune con Gesù Cristo e Che Guevara: disse proprio così, per toccarla sempre a modo suo e forse ha ragione quando dice che quei due sarebbero andati d’accordo, forse perché in entrambi vedeva qualcosa di sé, lui che non era certo un santo e non poteva definirsi comunista, perché i soldi gli erano piaciuti subito, quando cominciarono a piovergli nelle tasche di ragazzo le cui origini calpestavano quella specie di linea del fuorigioco tra la campagna trevigiana e le propaggini del borgo di Oderzo. E come arrivavano, se ne andavano con le fuoriserie, le belle donne e anche le armi: quest’ultimo forse un cliché, comune a molti calciatori degli anni settanta. Lui, per fare casino, sparava ai lampioni, assieme a qualche compagno di squadra. Poi un giorno, durante una battuta di caccia, commise l’errore di sparare a un merlo senza riuscire a ucciderlo sul colpo: nello sguardo dell’animale che agonizzava lesse tutta la colpa del più stupido dei passatempi. Il giorno dopo, vendette i fucili, senza per questo riuscire a perdonarsi del tutto.

La pelliccia no, quella non ebbe bisogno di comprarla; se la fece regalare da una signora di Verona, che in quel modo volle sdebitarsi con Zigo per una notte d’amore clandestino in cui si rivelò amante impareggiabile, almeno secondo quello che ancora oggi ama raccontare. Del resto, se fossero state bugie, non sarebbero venute fuori così bene. Certo è che la pelliccia la videro tutti, una domenica pomeriggio al “Bentegodi”.

Primo giorno di febbraio del 1976, il Verona riceve la Fiorentina; a Valcareggi, tecnico scaligero, basta un’occhiata per capire che Zigo ha visto il letto all’alba, forse. Più stropicciato del solito, ma carico come nelle domeniche giuste e, soprattutto, sicuro di partire titolare. Quando il “Valca” gli dice, coi suoi modi paterni, che per quel pomeriggio ha deciso di portarselo in panchina, Zigo decide a sua volta che sopra la tuta indosserà la pelliccia, proprio quella: bianca, voluminosa, forse di zibellino. I compagni non ci credono, quando lo anticipa nello spogliatoio, incazzato nero, tanto che si permettono di scommettere sul fatto che Zigo alla fine non avrà il coraggio. Valcareggi invece se ne accorge nel sottopassaggio, troppo tardi. All’ingresso in campo, il pubblico veronese vede la grande chiazza bianca, lucida e pelosa, con in cima un cappello da cowboy che esalta il profilo affilato. Sembra che ci sia Bob Dylan tra Valcareggi e gli altri giocatori gialloblù in tuta. E dopo il boato di sorpresa, sembra anche che sia normale, trattandosi di Gianfranco Zigoni da Oderzo. Uno a due per i viola, sul tabellino, ma a nessuno tornerebbe alla memoria per questo, quella domenica così glamour e imbronciata.

 

Prima di arrivare al Verona, dove avrebbe militato per sei stagioni, dal ‘72 al ‘78, e dopo la fine dell’intero suo ciclo juventino, interrotto però da due anni al Genoa, Zigo si era fidanzato anche col pubblico della Roma: due anni, quarantotto presenze, dodici gol ma soprattutto le ovazioni dello Stadio Olimpico nelle domeniche pomeriggio in cui il ponentino spirava nella stessa direzione del talento di Zigo, che contribuì anche alla vittoria del Torneo Anglo – Italiano del 1972, con il gol che puntellò il tre a uno al Blackpool.

La maglia azzurra l’aveva meritata e ottenuta, Zigo, per i suoi numeri così fuori dal comune, ci mancherebbe. Gliel’aveva consegnata proprio Valcareggi, tra l’altro, nel 1967. Tre convocazioni, una sola gara disputata: trasferta in Romania, serata ispirata, da par suo. La notte prima della gara, al bancone del tetro bar dell’albergo, Juliano lo aveva beccato con un generosa dose di whisky nel bicchiere.

– Ma sei matto? –

– Non sono matto, sono Zigoni. –

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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