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Nestor Ortigoza, dai Tornei clandestini alla Libertadores alla ricerca del Rigore Perfetto

Compie oggi 34 anni Nestor Ortigoza, un nome che potrebbe non dire nulla ma che in realtà racconta una storia incredibile, dal forte stampo sudamericano e con un tema centrale ben preciso: il calcio di rigore.

La rincorsa anomala, frontale rispetto al dischetto del rigore. Qualche falcata, una serie di passi fulminei, la frenata oscillante appena prima del tocco e poi… quell’attimo. Quella impercettibile frazione di secondo in cui Nestor Ortigoza capisce se il portiere va di qua, di là o lo aspetta. Quel momento in cui decide se aprire il piatto verso destra o tirare di collo a sinistra. Segue un tiro secco e sicuro, se il portiere ha avuto la fretta di buttarsi, ma è un tiro violento e angolatissimo, se il portiere ha deciso di sfidare el Gordo aspettando che sia lui a fare la prima mossa.

Nestor Ortigoza, ex mediano e capitano del San Lorenzo de Almagro, ora in forza all’Rosario Central ritiene di aver trovato la chiave per segnare sempre, o quasi, su calcio di rigore. A dirlo non è lui, ma i suoi numeri: ha segnato 36 su 40 rigori nel calcio professionistico, ma è probabile che a fine carriera la statistica sarà ancora più sconvolgente. A interrompere la serie positiva di 19 rigori realizzati è stato nel 2012 Nelson Ibáñez, portiere del Godoy Cruz. Mentre l’ultimo rigore sbagliato è stato contro il Banfield nella partita di addio al suo amato San Lorenzo per andare all’Olimpia.

Le ottime doti tecniche del centrocampista argentino naturalizzato paraguaiano non possono bastare a spiegare la sua quasi totale infallibilità dal dischetto. Giocatori che certamente si sono distinti più di lui dal punto di vista della qualità hanno inciso molto meno su rigore. La sua vicenda biografica è certamente una chiave per capire dove Orti trovi la freddezza, l’intuito e la perfezione tecnica per mettere a segno i suoi calci di rigore.

Nestor Ezequiel Ortigoza nasce nel 1984 in una zona povera a ovest di Buenos Aires. Il soprannome con cui lo chiamano oggi i suoi tifosi, el Gordo, racconta di un ragazzo dal viso rotondo e dal fisico certamente robusto. A dispetto dell’anagrafe, sin da piccolo nel suo quartiere tutti lo chiamano Jonatan: è come avrebbero voluto chiamarlo i genitori, ma in quegli anni la recente ferita della guerra delle Isole Malvinas vietava nomi inglesi.

Le condizioni economiche della famiglia Ortigoza non permettono al figlio di dedicarsi al calcio in via esclusiva: dopo gli allenamenti vende quaderni, gelati, scarpe, caramelle e altri beni ai semafori e sui treni. Nonostante ciò, il miglior modo per guadagnare qualche soldo in più è un altro. Lo zio Manuel lo porta di notte a vedere i tornei clandestini di calci di rigore a cui prende parte. Chi gioca vince soldi, chi guarda scommette.

Per più di un anno, Nestor osserva lo zio e gli altri partecipanti calciare migliaia di rigori, durante interminabili tornei a eliminazione che durano dalla sera del venerdì all’alba del sabato. Come tutti i bambini, vuole copiare gli adulti: prende un pallone e passa i pomeriggi a colpire gli alberi per strada. Grazie all’imitazione e all’allenamento precoce e solitario, Nestor sviluppa un piede sopraffino, che gli permette presto di partecipare ai tornei e di portare a casa somme cospicue di denaro.

È qui che perfeziona la strategia con cui realizza i rigori, dai campi in terra alla Primera División. Così la descrive a Canchallena: “Aspetto il portiere fino all’ultimo istante. Se non si muove, tiro forte a un palo. Lo decido sul momento, ma bisogna avere grande coordinazione, perché è difficile cambiare tutto a un passo dal pallone. Ma io ormai sono abituato”.

Sempre in gioventù, Nestor affianca ai tornei di rigori quelli – anch’essi illegali, ma più tradizionali – di calcio a undici, grazie ai quali continua a guadagnare. Con una sua squadra del suo quartiere, la Central del 30, continua a frequentare i campi di terra anche durante le giovanili all’Argentinos Juniors, arrivando a giocarsi anche diecimila pesos a partita: “Una squadra metteva i soldi, lo stesso faceva l’altra. Partecipava alla scommessa anche gente esterna, scommettendo su una delle due squadre e garantendoci una percentuale”, ha descritto a El Gráfico.

Nemmeno dopo lo sbarco in prima squadra si dedica esclusivamente al suo club: per guadagnare di più Ortigoza continua ad arrotondare con i tornei, così come a svolgere il mestiere di venditore ambulante. L’allenatore Ricardo Caruso Lombardi, cosciente della doppia vita sportiva del suo calciatore, così come dei suoi mestieri complementari, intercede presso la dirigenza del club e ottiene per lui un contratto più vantaggioso.

Per le sue origini umili, per il suo carattere anticonformista e irriverente, Ortigoza ha sempre riscosso la simpatia dei tifosi delle squadre per cui gioca. Squadre che, salvo qualche mese in prestito in Argentina e negli Emirati Arabi, sono state solo quattro: Argentinos JuniorsSan Lorenzo e Olimpia Asuncion e Rosario Central. Nemmeno la sua consacrazione definitiva nella squadra di Buenos Aires, che allontana del tutto i problemi economici, riesce a renderlo indifferente al richiamo del potrero. Una parola, intraducibile in italiano, che per un argentino richiama un’irregolare porzione di terreno su cui tra sassi e fango si pratica un gioco con poche regole e sottratto al controllo delle istituzioni. Il potrero è il luogo in cui Ortigoza, come molti campioni argentini, si è formato calcisticamente, riuscendo a mettere in risalto le proprie doti tecniche senza dimenticare l’aspetto fisico. Per una persona così attaccata alle sue origini e alla sua gente è difficile non ascoltarne il richiamo.

A riguardo, un episodio descrive bene il suo carattere. Qualche anno fa alcuni tifosi azulgrana stavano assistendo ad un torneo amatoriale su un campo in terra.  È facile immaginare l’entusiasmo che li colse quando, del tutto a sorpresa, videro entrare in campo Ortigoza: un giocatore della massima serie che rischiava le caviglie su un campo non proprio leggero. Ma in fondo, per lui era del tutto normale: “Ero riserva e sapevo che la settimana dopo avrei dovuto giocare. Perciò sono andato a Catán con i miei amici: dovevo riprendere il ritmo!”, ha raccontato sempre a El Gráfico.

Di episodi del genere, nella carriera di Ortigoza, ce ne sono senza fine, senza che l’incedere degli anni abbia contribuito a diminuirli. A settembre 2015 il San Lorenzo stava per giocarsi la vetta della classifica in casa del Boca Juniors, ma il giorno prima la nazionale del Paraguay aveva un’amichevole contro il Cile. Ortigoza si è rifiutato di scegliere: dopo 86 minuti giocati con la albirroja è corso all’aeroporto di Santiago, per arrivare a Buenos Aires alle quattro di mattina. Giusto in tempo per dormire qualche ora e recarsi alla Bombonera, dove a 18 minuti dalla fine è entrato cambiando l’andamento della partita.

Con il San Lorenzo, Ortigoza ha segnato i due goal più importanti della sua carriera. Il primo ha regalato, alla fine del Torneo Clausura 2012, la salvezza al San Lorenzo. Si giocava lo spareggio di ritorno tra i cuervos e l’Instituto, squadra di seconda divisione. Gli ospiti si erano portati sullo 0-1, riducendo al minimo il vantaggio dei padroni di casa, che avevano vinto l’andata 2-0. Ortigoza segnò il goal dell’1-1 trascinando definitivamente il San Lorenzo fuori dall’incubo.

Nel 2014 un altro suo goal ha invece portato al club di Boedo la prima Copa Libertadores della sua storia. Al 36° minuto Ortigoza ha fatto esplodere lo stadio del San Lorenzo, segnando l’unica rete della finale di ritorno contro il paraguaiano Club Nacional, dopo l’andata finita in parità. Grazie al suo goal il San Lorenzo, fondato nel 1908 da un prete per salvare dai tram un gruppo di ragazzini dediti al calcio di strada, ha toccato il punto più alto della propria storia. Non male per un calciatore che fino a qualche anno prima continuava a giocare nei potreros.

Ovviamente, entrambi i goal sono stati su calcio di rigore.

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  1. Avatar

    dqwwsff

    Ottobre 8, 2017 at 9:54 pm

    ma un video no?

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