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Nestor “Nenè” Gomez: il Professore, eternamente Ragazzo, della stecca: Il Maestro dei Maestri (parte dodici)

Nestor “Nenè” Gomez: il Professore, eternamente Ragazzo, della stecca: Il Maestro dei Maestri (parte dodici)

La forzata esclusione dalla World Cup ’97 induce Gomez, già soprannominato nell’ambiente «Il Professore», a radicarsi sempre più nell’insegnamento, attività per la quale si era sentito particolarmente portato fin dai tempi in cui stava in Argentina. Sotto la sua ala erano cresciuti giocatori di grande valore come Fantasia, Prieto ma anche Dieguez, l’avvocato di San Juan (vice-campione del mondo a BOLIVAR ’93) che Nenè si era tolto la soddisfazione di portare sul podio, con un bel terzo posto nel campionato nazionale a coppie del 1980, quando Ricardo era ancora un teenager. Forse un MONITO all’altro Ricardo, il già campione del mondo Fantasia, a calare LA CRESTA in vista di una possibile ricomposizione della SUPERCOPPIA che aveva dominato gli anni settanta, ma rischiava di sfaldarsi per l’insofferenza dell’allievo a restare nei RANGHI. Viene da chiedersi che tipo di INSEGNAMENTO fosse quello trasmesso all’epoca ai suoi seguaci. Non certo di tipo accademico, cioè TEORICO-PRATICO come sarebbe diventato di moda alla fine degli anni 80, con la creazione della SCUOLA NAZIONALE di Torino, di cui Nenè era stato uno dei fondatori. In Argentina i suoi insegnamenti arrivavano da dimostrazioni pratiche al tavolo, piuttosto che da spiegazioni articolate. Poi anche da preziosi suggerimenti sulle scelte di tiro, in rapporto alla posizione delle bilie e al punteggio. E’ risaputo che non c’è nulla di meglio in questo ambito del gioco, che affidarsi ad un bravo MAESTRO il quale, nel corso di una PARTITA IMPEGNATA, possa darti tutte le DRITTE necessarie per favorire la miglior riuscita della coppia. Un maestro, ancora, che insegni con l’esempio più che con le parole, e come diceva Rebelais, grande umanista francese del Rinascimento: «Consideri sempre che il discepolo non è un vaso da riempire, MA UNA FIAMMA DA TENER VIVA.». Sotto questo profilo Gomez probabilmente non ha confronti, visto come è riuscito a far decollare DA SOLI alcuni allievi (n.d.a Quarta, La Manna e il povero Masini) mentre altri ha saputo renderli progressivamente VINCENTI al suo fianco. E’ così vero che sono tanti, ormai, a pensare che spetti a lui LA PALMA del migliore di sempre nel gioco di coppia. Lo provano, tra l’altro, la bellezza di 13 titoli nazionali vinti sulle due sponde dell’Atlantico, sia ai 5 birilli che alla goriziana, con ben 4 compagni diversi di cui uno, addirittura, è il  figlio. Risultato davvero fuori da ogni possibile immaginazione, quest’ultimo, data la difficoltà che padri e figli trovano a coesistere nel gioco, e non solo, per quella forma di COMPETIZIONE che si genera di natura tra i due, in particolare con il figlio che rivendica la sua autonomia – almeno nel gioco (sic!) – rendendo praticamente ingestibile il rapporto. Inizialmente è stato così anche per i due che nell’immaginario collettivo, sono ormai diventati per tutti LOS GOMEZ. Poi, dopo lo sblocco emotivo del primo titolo italiano arrivato nel 2015, la coppia ha trovato il giusto affiatamento. Da allora la parola magica è stata EMPATIA, cioè una sorta di PONTE EMOTIVO che ha creato una forma di alleanza tale da rendere più forti entrambi, finendo col cementare un rapporto DI COPPIA che nessuna FORMA DI SEPARAZIONE potrà mai intaccare .

 

E’ risaputo che Nenè, da quando ha preso in mano la stecca per la prima volta, attorno agli 11-12 anni, ha fatto di testa sua e da completo AUTODIDATTA è arrivato ad essere un buon giocatore già attorno ai 15 anni. A Necochea c’era passione per il CASIN, ma non ancora una vera competenza. Fu una manna dal cielo per lui poter assistere, nel 1956, al campionato RIOPLATENSE, ovvero lo scontro in singolo e a squadre tra le due più forti formazioni del Sudamerica, naturalmente Argentina e Uruguay. Un solo precedente tra i due TEAM, nel  1950, con vittoria degli URUGUAYOS. Allora si era giocato 3 contro 3, mentre adesso la formula di gioco prevede un 5 contro 5, a ROSE ALLARGATE. I padroni di casa pensano  di avere una PANCHINA più lunga, ma hanno fatto male i loro conti, perchè i rappresentanti della Terra d’Oriente possono mettere in campo un bel MIX di giocatori esperti e di talentuosi emergenti. In più, per il team che arriva da Montevideo c’è la MOTIVAZIONE EXTRA di dimostrare che nel biliardo gli uruguayani non hanno nulla da invidiare ai rivali, anche se gli uni sono l’espressione di una nazione di  poco più di 3 milioni di abitanti, mentre gli altri, di una di quasi 45. In una rara foto d’epoca ecco gli URUGUAYOS, pronti a scendere in campo nella formazione tipo: (da sinistra) Alejandro Perez May, Anselmo Berrondo, Erbandil Casañas, Raul Moya e Vicente Rey. Andiamo a conoscerli da vicino.

Gli URUGUAYOS sono giocatori navigati, gente temprata da mille battaglie in discipline diverse, come era di prassi all’epoca. Il decano, nonchè CAPITANO della squadra è Vicente Rey, un OVER 50 che ha iniziato con la carambola e LA CAROLINA, un gioco alle buche molto popolare all’epoca, praticato con 5 bilie di cui la gialla – chiamata carolina – è la più importante. In questa specialità Rey va a vincere  il suo primo titolo nazionale, nel 1933. Nel CASIN vincerà ben 20 anni dopo, nel 53, rimediando a un passo falso iniziale con Silvestre, per piazzare una striscia di 7 partite consecutive, che gli frutterà il titolo. Questo in un’epoca in cui la specialità non era ancora affiliata alla ASSOCIATION URUGUAYA. Da non dimenticare che Don Vicente era stato già  buon protagonista nell’edizione inaugurale del  RIOPLATENSE, nel 1950, con un bel secondo posto alle spalle del grande Josè Condomì, considerato «La Bibbia» del biliardo argentino. Il titolo a squadre, però, è andato agli URUGUAYOS in virtù di una maggiore omogeneità di gruppo e grazie, in particolare, al contributo di Dionisio Silvestre che ottiene il punto decisivo, all’ultimo turno del classico girone all’italiana, proprio su Condomì. Era stato il fuoriclasse de La Plata a ballare il TANGO volteggiando sinuosamente attorno al biliardo per buona parte del match. Poi Silvestre ha cominciato ad accelerare il ritmo ballando a sua volta la MILONGA – il tango VIVACE di tipica derivazione uruguaya – ed ha finito col dare la polvere al divo argentino.

Nell’attesa rivincita al RIOPLATENSE 56 di Necochea, in Argentina, si registra la defezione proprio di Silvestre, il bicampione nazionale del 50-51. Un’assenza non facile da rimpiazzare, ma la compagine di Montevideo si affida con FIDUCIA a Raul Moya, conosciuto come «Pibe Pocitos», ovvero il ragazzo di Pocitos, nota zona residenziale di Montevideo. Un giovane destinato a una brillante carriera di campione nazionale e rioplatense, che comincerà a decollare proprio verso la metà degli anni cinquanta. Buon comprimario risulta Erbandil Casanas, giocatore dai grandi mezzi tecnici, considerato il FANTASISTA del gruppo. Altro giocatore molto navigato è Alejandro Perez May, che viene ricordato come il vincitore del primo campionato nazionale, nel 1944, al Cafè Montevideo. Il primo titolo sotto l’egida di una Federazione, sarà in palio proprio nel 1956 e, si può pensare, abbia valore per definire LA  NAZIONALE che giocherà l’imminente campionato RIOPLATENSE, in Argentina. Sarà proprio Moya a farla da padrone al Club Espagnol di Montevideo, per presentarsi con lo scudetto di campione nazionale cucito sul petto, all’attesa sfida con la nazionale argentina.

Nel team uruguayano figura anche una matricola a livello internazionale,  Anselmo Berrondo, 36 anni, originario di Florida, centro di trentamila abitanti situato 120 kilometri a nord della capitale, Montevideo. Di lui si sa che è un dipendente parastatale, sposato, una figlia e gioca a biliardo nel Club Nacional de Football. E’ salito da poco alla ribalta, ma ha fatto centro quasi subito vincendo il campionato nazionale del 1954, anche se i  suoi 36 anni non sembrerebbero tanto compatibili con un esordio in campo internazionale. Si può pensare possa essere anche un buon elemento, ma non è certo lui a mettere paura agli agguerriti GAUCHOS locali. Invece, alla prova dei fatti, sarà proprio «Il Floridense» l’autentico MATTATORE in campo, con un record immacolato di 9 vittorie in altrettanti incontri, nel classico girone all’italiana con partite ai 250 punti. Un Berrondo che col suo esempio trascina letteralmente i compagni alla vittoria A SQUADRE, grazie anche al prezioso contributo di un eccellente Moya, che chiude al secondo posto nell’INDIVIDUALE con un bilancio di 7 vinte e 2 perse. Match già archiviato, dunque – anche a SQUADRE – perché in questa competizione il risultato dipende dai piazzamenti in singolo dei vari partecipanti, che sono 10 nell’occasione. Il regolamento assegna 13 punti al vincitore, 7 al secondo classificato, 4 al terzo e così via, a scalare. Appare chiaro, a questo punto, che un primo posto sommato al secondo – cioè 20 punti all’attivo – determinano  automaticamente la fine dei giochi. Per l’Argentina una sconfitta secca, bruciante e una pillola difficile da inghiottire anche per gli aficionados locali, che sono rimasti toccati dalla superiorità del team di Montevideo. Per i veri intenditori c’è comunque qualcosa da salvare. Ad esempio, Nenè ha avuto modo di apprezzare il gioco sia di Condomì, sia di Martin, che hanno onorato lo spettacolo con delle buone prestazioni, pur senza la necessaria continuità per arginare lo strapotere di Berrondo e Moya, nonché la buona vena di Perez May  che ha chiuso in quarta posizione, con un bilancio di 5 vinte e 4 perse .

Il giovane Gomez, che già allora iniziava  ad avere  una visione LIRICA del  biliardo, non poteva non restare  affascinato dai contenuti artistici e dalla spettacolarità di gioco messi in vetrina dal grande Condomì, che diventa in tal modo il primo modello cui ispirarsi. Non una grande prestazione la sua, complessivamente, ma tutto sommato una onorevole difesa del titolo con un bilancio di 6 vittorie e 3 sconfitte, per un ancor accettabile terzo posto finale. L’altro argentino che lo aveva PRESO in maniera particolare è Benigno Martin – bilancio 5 vinte e 4 perse – che era già rinomato per un talento davvero particolare. Basti pensare che ancora negli anni 90, quando per caso se ne tornava a parlare con Nenè, il suo volto si ILLUMINAVA D’IMMENSO perchè per lui il cordobese era LA MISURA DI TUTTE LE COSE, in quanto «titolare», in sommo grado, del miglior, GIOCO DI MISURA che si potesse immaginare! Certo non era il talento a fare difetto al TEAM ARGENTINO, però la botta rimediata al RIOPLATENSE davanti ai propri tifosi ammutoliti, era stata grossa. Per il momento non restava che leccarsi le ferite e cercare di realizzare come poteva essere maturata questa sconfitta casalinga, assolutamente inaspettata. Il BRUCIO era ancora tale che nell’ACCAMPAMENTO argentino, qualche dirigente federale deve essersi sbilanciato, proprio allora, ad invitare una coppia uruguayana al prossimo campionato nazionale POR PAREJAS, giusto per rinsaldare il vincolo di «amicizia» tra i due paesi. In realtà un autentico guanto di sfida lanciato a Berrondo e Moya, perchè ci riprovassero se ne avevano il coraggio. Alla fine c’era «solo» da venire a farsi massacrare da 15 agguerritissime coppie locali, in un estenuante girone all’italiana ai 250 punti, per impossessarsi virtualmente delle CHIAVI dell’Argentina, sempre ad esserne capaci. E’ stato allora che il PRODE ANSELMO, mai un personaggio particolarmente votato alla dialettica, ha lasciato intendere con un cenno della mano verso «El Turquito» (così soprannominato per la chiara provenienza ANATOLICA) che per lui poteva andare bene  anche  Perez May. Gli argentini hanno cominciato a sfregarsi le mani, però la storia dice che dopo QUELLA VOLTA l’esperienza  non è stata  più ripetuta. Berrondo e Perez May, intanto, erano diventati campioni argentini del 1956! Per inciso, quante cose sono successe quell’anno. Dall’altra parte dell’oceano, a Roma, ci fu una NEVICATA STORICA, (raccontata in una famosa canzone da Franco Califano) rimasta negli  annali al pari di quella nevicata VIRTUALE  con cui gli uruguayani hanno sommerso gli  argentini, a casa loro, nel CASIN .

Ma chi sarà mai questo Berrondo che è uscito praticamente dal nulla ed è venuto di colpo ad alzare  l’ASTICELLA, mettendo in completo subbuglio il mondo del CASIN? Al tavolo è un giocatore freddo e impenetrabile come LA SFINGE, ma ti incanta con tocchi e misure che tolgono il fiato. E’ fortissimo nei tiri di sponda e questo gli consente di trincerarsi in difesa, come pochi, quando il gioco lo richiede. Poi ha quella elegante steccata DA CARAMBOLISTA che affascina pubblico e addetti ai lavori. Un colpo fluido, mai strappato, che gli consente di far viaggiare le bilie senza sforzo, anche quando la posizione sembra richiedere la classica STOCCATA . Invece lui va MORBIDO, in grande scioltezza, e ne guadagna in precisione e controllo della misura. Ma la sua carriera resta un enigma, almeno da questa parte dell’Atlantico, finchè un giorno non appare un documento sbiadito, quasi illeggibile, che esaminato con la massima attenzione consente di individuare l’ANELLO MANCANTE nell’evoluzione del campione. Quel che emerge è che il «Floridense» ha iniziato PROPRIO con la carambola raggiungendo apprezzabili risultati, ma senza aver ancora raggiunto un alto livello competitivo. A questo punto è vittima di un serio infortunio con relativa, brutta  frattura al polso della mano destra e lui, purtroppo, non è MANCINO. Il recupero si presenta lungo e difficile, ma alla fine il NOSTRO torna a prendere in mano la fida HIOLLE, francese, del valore di 1200 dollari, che rappresenta il bene materiale più prezioso che abbia mai avuto in vita. Da vero amante del gioco qual è, torna ad allenarsi duramente, perchè sa bene che per realizzare la serie di 500 carambole alla LIBERA che è quella che permette di chiudere automaticamente partita quanto si riesce a mantenere in un fazzoletto le tre bilie in vicinanza delle sponde, sono necessarie 8 ore al giorno di allenamento. Però c’è un però e adesso sembra che gli venga a mancare qualcosa rispetto a prima. Avverte di aver perso un po’ di TOCCO, mentre  la tendenza è quella di andare leggermente abbondante nelle forze. Il problema permane ed allora FA DI NECESSITA’ VIRTU’ provando a giocare al CASIN, specialità che richiede un colpo di stecca più solido.

(credito Fabio Gaiotti)

E’ arrivato il momento di mettere a punto la sua HIOLLE e lo fa  portandola a 800 grammi, così da  adeguarla alle bilie da 65nnm che sono LO STANDARD sui biliardi «piccoli»,  in uso nel suo PAESE (nda in Argentina, su tavoli più grandi, si gioca con 67mm di diametro). La transizione da una specialità all’altra, sfruttando la sbracciata diventata più solida, riesce a meraviglia anche perchè il «Floridense» riporta nei BIRILLI il rigore e l’intensità degli allenamenti che gli erano abituali nella carambola. Non ci vorrà molto, con questa mentalità, a recuperare il tempo perduto. A metà degli anni cinquanta Berrondo è ormai pronto ad esplodere sulla scena internazionale, proprio davanti agli occhi dell’ APPRENDISTA  STREGONE che è  destinato a  diventare, un giorno, il suo degno successore al vertice della specialità.

                                                                                      

Niente da dire, una bella carrellata di campioni quella che il giovane Nenè ha potuto seguire da vicino al Club Rivadavia. Certo, gli uruguayani l’hanno impressionato, ma comprensibilmente il suo tifo non poteva essere che per i connazionali. Per Condomì, come già detto, per la spettacolarità di gioco, ma anche per il fascino di un personaggio tutto GENIO E SREGOLATEZZA che, nonostante gli stravizi, riuscirà  ad avere una carriera importante durata un buon quarto di secolo e  coronata da due titoli nazionali individuali, un terzo posto (n.d.a a pari merito) al Mundial di SANTA FE’ 65 e alcuni titoli nazionali a coppie, in particolare con Lo Giudici nel 72 e 73, arrivando a mettere in discussione la supremazia di Gomez e Fantasia nella prima parte del loro decennio d’oro. Forse per il fuoriclasse de La Plata, il vero cruccio è stato di lasciare, nel tempo, a Berrondo il prestigioso appellativo de «La Bibbia», però effettivamente l’uruguayo ha avuto una carriera più vincente. Ovvio, i successi vogliono dire tanto, ma ci sono personaggi che anche senza essere degli assi pigliatutto, sanno comunque catturare la fantasia dei tifosi e uno di questi è sicuramente Benigno Martin, cui va il merito di aver ispirato Gomez nella ricerca delle misure mozzafiato, quelle che tagliano le gambe agli avversari. Proprio come è successo a Sarnano 93, quando Nenè è arrivato a disputare una delle più straordinarie finali in carriera, ai tempi del Mondiale Pro, rifilando un 5-0 tondo, tondo, a Guerrera. Una prestazione stellare, la sua, dove  le giocate più BRILLANTI sono arrivate proprio da MISURISSIME tra i birilli con la palla avversaria, mentre la battente finiva a forza controllata sul pallino da 4, mandando letteralmente in confusione lo stralunato avversario. Questo senza togliere nulla al giovane siciliano che, non va dimenticato, era stato la grande rivelazione del MONDIALE PRO fino a quel momento, ma nell’occasione ha dovuto chinare il capo davanti alla MAESTRIA di un avversario assolutamente ingiocabile nella giornata…

Benigno Martin, dunque, PROFETA del tiri di misura nel CASIN , ma anche APRIPISTA del gioco in PROVINCIA, ove per provincia IN SENSO LATO si intenda tutto il paese fuori da Buenos Aires, la capitale. In effetti si parla di una metropoli di circa 14 milioni di abitanti che congloba quasi un terzo della popolazione dell’Argentina e concentra la gran parte dei MEDIA del paese. Neanche a dirlo, è stato proprio a Baires (nda abbreviazione di Buenos Aires) che si sono sviluppate le prime competizioni ufficiali di gioco ai birilli, con i portacolori  locali a monopolizzare il TITOLO NAZIONALE fino al 1947, quando è avvenuto LO SCIPPO, proprio da parte di Martin, con conseguente dipartita dello SCUDETTO BIANCOCELESTE verso nord, nella zona tra Cordoba, Santa Fe’ e Rosario, destinata a diventare presto l’epicentro del CASIN ARGENTINO. Una sorta di triangolo d’oro dove risultano preminenti le comunità di lingua italiana e spagnola, già predisposte per tradizione alla pratica dei 5 birilli, ma non ancora nella forma moderna – prettamente AGONISTICA – importata  recentemente  proprio dall’Italia, il PAESE GUIDA della specialità. Ma il terreno era fertile e bastava solo coltivarlo, così come sarebbe successo anche a sud della capitale, da La Plata verso la fascia costiera atlantica. Così il CASIN ha potuto prosperare a Mar del Plata, la meta turistica più ambita del paese. Una città di quasi un milione di abitanti  che ha avuto tanti immigrati europei, soprattutto spagnoli e italiani, dunque CASINISTI per vocazione, se mi si può consentire il gioco di parole. Sempre sulla fascia atlantica a sud della «Ciutad Feliz» come è chiamata Mar del Plata, ci sono altri centri con bella tradizione nel gioco dei birilli, come Pehuhajo, Trenque, Tandil, Tres Arroyos e DULCIS IN FUNDO la favolosa Necochea che, a livello biliardistico sta al sud del paese, come Santa Fè, altra roccaforte dell’immigrazione italiana e spagnola, sta al nord ed è considerata, giustamente, la CULLA del CASIN. Come era solito dire Gomez: «Sono stati gli spagnoli e gli italiani – lui che ne era diventato MIRABILE SINTESI – a fare grande l’Argentina, anche nel gioco AI BIRILLI .»

Proprio dalla madre patria era arrivata, di recente, la nuova versione dei 5 birilli, testata con successo nel primo campionato nazionale, disputato a Bari, nel 1935. Si era giocato al Kursaal Santa Lucia, con la partecipazione delle migliori stecche dell’epoca, su Biliardi Rutigliani, MODELLO DUX «incontestabilmente» il TOP del settore. Non che il REGIME vedesse il biliardo tanto di buon occhio, ma il gioco era diffuso in modo capillare nel paese, da Milano fino a Palermo, e allora il FASCISMO lasciava  un po’ correre. E’ stato un campionato importante che ha segnato una SVOLTA EPOCALE nella storia della specialità, con l’introduzione della PARTITA LUNGA, ai 200 punti, e della PALLA OBBLIGATA. In tal modo il gioco ha potuto affrancarsi dai tatticismi eccessivi che ne avevano condizionato lo sviluppo, mandando nel dimenticatoio la regola obsoleta DEL DARE FALLO non appena le bilie si trovano in copertura. E’ stato così che i 5 BIRILLI sono decollati completamente, per diventare nel tempo una delle grandi specialità del biliardo internazionale, come la carambola, il pool, lo snooker e, più di recente, anche la piramide russa. A Bari lo spettacolo non è certo mancato e alla fine il risultato ha premiato i migliori. Sul gradino più alto del podio il milanese Ciro Urbino, che nel girone finale all’italiana è riuscito ad imporsi sui concittadini Garuffa e Felisi, a conferma della riconosciuta superiorità della scuola meneghina.

(credito: Franco Boemi, CIRILLO BILIARDI)

Non ci vuole molto per i nostri emigrati in Argentina ad adeguarsi al nuovo TREND proveniente dalla madre patria, dando il là al lancio dei 5 BIRILLI in versione moderna. Italiani e spagnoli  il gioco lo conoscevano da secoli, ma sotto una forma più aggregante, così da poter coinvolgere attorno ad un solo biliardo – come può succedere al bar – un certo numero di giocatori, senza scontentare nessuno. In tal modo tutti potevano sentirsi un po’ PROTAGONISTI e le differenze in campo non sembravano poi così marcate. Era l’epoca del gioco alle buche, del battifondo, della guerra, del malo, del pallino da 3 e di altre varianti cadute progressivamente in disuso. Poi c’era anche la BAZZICA AI 31, che resta un gioco di tradizione nella cultura delle popolazioni ispaniche, tanto da risultare ancora oggi relativamente popolare in alcune zone della Spagna, come le Asturie, i Paesi Baschi e la Catalogna. Un gioco conosciuto come CHAPO’, che ha trovato modo di sopravvivere fino ai nostri giorni grazie alla DIMENSIONE AGONISTICA che ha saputo crearsi con l’organizzazione di vari CAMPIONATI  NAZIONALI a partire dagli anni 60 del secolo scorso, fino agli inizi del NUOVO MILLENNIO. Ma resta un retaggio del PASSATO, una sorta di JURASSIC PARK nel mondo moderno del gioco ai birilli. Il 5 QUILLES, è da credere, finirà col fagocitarlo, così come sta succedendo con il CASIN in Sudamerica, dove nelle gare i 5 BIRILLI si giocano ormai esclusivamente sui tavoli internazionali senza buche, come in Europa. E’ il nuovo che avanza e la storia non torna mai indietro.

Il gioco del CASIN decolla ufficialmente in Argentina con la disputa del primo campionato nazionale, a Buenos Aires, nel 1940. Ad imporsi è Luciano Coppi, di italianissime origini, che guarda caso gioca per i colori del CLUB ITALIANO della capitale. La specialità dominante, all’epoca, è la carambola, mentre gli altri giochi di tradizione sono la CAROLINA; lo SNOOKER e, appunto, il CASIN che è diventato la punta di diamante dei giochi ai birilli (n.d.a la moda del pool americano scoppierà molto più tardi, solo agli inizi degli anni ottanta). Gioco di punta sì, ma senza un tavolo specifico per la sua pratica, come è invece in Italia dove si sono imposti i biliardi A SPONDA TAMBURATA. Qui, da questa parte dell’oceano, ci si deve «adattare» ai tavoli da CAROLINA, di 10 piedi per 5, con superficie interna di gioco di 2,84 per 1,42. La sponda è a profilo triangolare, tipo carambola, con buche «un po’ ristrette» rispetto allo standard di 85 mm, previsto per la  carolina. Le bilie risultano da 67mm, col «casin» da 52,5 (n.d.a come nello snooker). Non è previsto riscaldamento del piano di gioco, anche se nel tempo verranno inserite resistenze elettriche sotto la gomma delle sponde, per migliorare la rispondenza del tavolo. I birilli sono alti come un dito mignolo e nei tiri a tre passate producono facilmente “frenate” e deviazioni fastidiose delle bilie. La partita va addirittura ai 250 punti, con PALLA OBBLIGATA. Il pallino è classico, da 3 e da 4 punti; birillo rosso abbattuto da solo – la «mosca» – valore 10 e infine la sanzione draconiana del FALLO DA 10 (sic!) per il lascito di palla. Forse anche per questo si gioca ai 250 punti.

Nel 1941 si ha la conferma della superiorità dei giocatori della capitale con l’arrivo di un asso pigliatutto come Josè Balossino, destinato a dominare il decennio con 4 titoli, di cui l’ultimo nel 1949. Anche lui un giocatore di discendenza italiana, visto che il cognome – abbastanza raro – è comunque tipico del NORD OVEST del paese e, preferibilmente del Piemonte, così come piemontese è il termine CASIN, che sta ad indicare il pallino. Tra l’altro pare che Balossino stia per «birichino», o qualcosa di simile, e questo suscitava l’ilarità di «Nonno» Giuliano, che essendo un tipo molto giocoso non aveva perso tempo a ricamarci sopra, affermando che QUEL BIRICHINO DI BALOSSINO AVEVA FATTO CENTRO QUATTRO VOLTE NEL CASIN(O). Giuliano Cogliolo, questo il personaggio, era stato il più forte giocatore padovano fra le due guerre, prima di partire per Baires alla fine del secondo conflitto mondiale. Bancario di professione, non aveva problemi  economici, viveva con una figlia sposata tra l’altro, e una volta finito il lavoro, aveva tutto il tempo che voleva per il  biliardo. Non solo conosceva bene Balossino, ma sapeva tutto delle sale della capitale. Tra l’altro ha vissuto in pieno l’epoca d’oro del  gioco, quando sotto il regime del generale Peron, Buenos Aires era diventata la MECCA del biliardo mondiale e i grandi appuntamenti erano seguiti da folle straripanti nelle maggiori arene sportive. Ma Giuliano amava anche girare e così, quando gli andava, prendeva i mezzi pubblici, lui che non ha mai avuto la patente, e andava a La Plata, grosso centro di quasi un milione di abitanti, situato a un’ora di strada, a sud di Baires. Lì, al Club Biliardo si allenava con Ramon Suarez, campione nazionale nel 1955, nonché componente del team biancoceleste al RIOPLATENSE 56. Gran bel giocatore questo Suarez, ma l’idolo incontrastato del locale era Condomì, sempre LUI alla fine, un personaggio che lo affascinava per la spettacolarità del suo gioco, ma anche per lo stile di vita che conduceva, da autentico «bohèmien» del biliardo. Un’ esistenza che un po’ gli invidiava, forse, perchè al di là del fatto di esser egocentrico e un po’ esibizionista, da buon prestigiatore ed esperto di giochi qual’era, il NOSTRO conduceva un’esistenza assolutamente normale e non amava certo il rischio. Forse anche per questo provava istintivamente simpatia per uno che prendeva la vita alla  giornata, a piene mani, «alla Califano» come avrebbe detto il buon Marcello Lotti, che dall’altra parte dell’oceano, per sbarcare il lunario faceva anche il sassofonista in un locale notturno e aveva una predilezione particolare per quel cantante «maledetto» che era appunto ER CALIFFO. E allora, quando si sentiva UN PO’ COSI’, Marcello intonava:

«TUTTO IL RESTO E’ NOOOIA…»

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