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Nella palude della Lega Pro: tra fallimenti e penalizzazioni, si salva solo la passione

La neonata Serie C somiglia ancora troppo alla Lega Pro. Cambiare denominazione non basta. La terza serie professionistica resta quella che è: una palude dove si impatanano piazze più o meno storiche, accomunate dalla difficoltà di ritrovare il calcio che conta e un amarissimo presente: lo spettro del fallimento. Vero, il range di chi rischia di sparire si è ridotto, ma resta comunque inaccettabile che ogni 30 giugno coincida con l’impossibilità di compilare i gironi e la prima stazione di una via crucis fra documenti, carte bollate, tribunali, ripescaggi.

Il neo presidente Gravina non ha intenzione di ritoccare il format, che prevede tre gironi da 20 squadre. Una pletora che partirà già decimata. Il Latina, fallito, non può iscriversi. La società pontina, comunque, è in buona compagnia. Almeno altre 3-4 società alzeranno bandiera bianche. Altre 6-7 saranno penalizzate e sconteranno la pena all’inizio della prossima stagione.

La lista delle criticità attraversa la penisola, da nord a sud, spesso allegata a storie tragicomiche. Un vero peccato, anche perchè i numeri ereditati sono confortanti: nel 2016/17, la Lega Pro ha totalizzato  2.652.000 spettatori. (play off e play out esclusi). Una media (considerate le 60 squadre partecipanti) di 44mila tifosi per squadra, 2300 a partita considerando 19 impegni casalinghe. Cifre che testimoniano quanto la C sia presente nel tessuto sociale del territorio che la ospita.

L’Akragas (Agrigento) è sull’orlo del baratro: la società ha i conti in rosso che neanche un film di Dario Argento. 400mila euro. Quanto basta per consegnare le squadra in mano al Sindaco. Le istituzioni sono pessimiste. Alessi, il presidente, è sicuro di farcela. Si mettessero d’accordo e trovino una soluzione. A Messina non pagano gli stipendi dalle guerre puniche: però c’è qualche barlume di speranza. La società ha ricevuto l’ammenda di 2mila euro per la mancata presentazione dei documenti. Può farcela purchè rimetta a posto i conti e lo…stadio. Aldilà dello stretto la Reggina è a posto con l’iscrizione, ma in cerca di una “casa” per allenarsi. E anche di un compratore. A Catanzaro anche peggio: l’arresto del presidente Giuseppe Cosentino ha complicato le cose. Indispensabile trovare una nuova società, altrimenti anche i giallorossi sono a rischio. La sensazione è che  tutte parteciperanno allla prossima serie C, partendo con qualche punto di penalizzazione.

Situazione disperata a Macerata: non ci sono i soldi delle fidejussioni, né quelli per pagare gli stipendi. L’Arezzo ha già patteggiato i punti di penalizzazione. Una soluzione che a Mantova accoglierebbero a braccia aperte. La società lombarda deve pagare tutti gli stipendi della scorsa stagione e poi anche versare 800 mila euro. Situazione disperata.

A Como la signora Essien ha smarrito un bonifico internazionale che avrebbe garantito il pagamento degli stipendi. Vana, l’attesa lungo le reti telematiche. I soldi non sono arrivati. La domanda è: ma sono partiti?

Alla resa dei conti, nel senso pieno del termine, il piatto piange. Non si può considerare “fenomeno fisiologico”. Urge una soluzione. In questa ottica, il presidente Gravina ritiene indispensabile una rivisitazione della legge Melandri. Traduzione: una ridistribuzione della ricchezza. Una tesi supportata dai fatti: chi scende dalla A alla B riesce a risalire o comunque resta con i conti in ordine. Retrocedere in C è un dramma. Evidentemente qualcosa non quadra. Le soluzioni temporanee, oltre al progetto a lunga gittata di inserire le squadre B della lega A e la ristrutturazione del format,  consistono nel contenimento dei costi: ogni squadra della futura serie C, avrà a disposizione 14 over, classificabili entro il 1994. Chi è nato dal 1 giugno 1995 in poi è considerato “under” e non vi saranno limiti di tesseramento. La linea verde è solo il primo passo. Ne serviranno tanti altri.

 

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