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Nel mondo (estremo) di Nico Valsesia, il Superuomo che non conosce la fatica

Probabilmente Nico Valsesia non è uno sportivo conosciutissimo dal grande pubblico come Messi o Cristiano Ronaldo ma sicuramente più di altri sa onorare lo sport inteso nel suo significato più profondo. Ultratrail runner, ciclista, campione di endurance, Nico, nel libro scritto in collaborazione con Andrea Schiavon, dichiara che la fatica non esiste. E, in effetti, Valsesia ha fatto delle imprese FROM ZERO TO, ovvero la scalata partendo in bicicletta dal livello del mare e proseguendo a piedi fino alla cima, un suo marchio di fabbrica. E’ detentore del record assoluto di ascesa no-stop su quattro vette: Elbrus, Aconcagua, Kilimangiaro e Monte Bianco..Ho fatto una lunga chiacchierata con questo ultra atleta nato nel 1971 a Borgomanero per capire cosa si nasconde dietro alla voglia che ha di arrivare sempre ai confini delle sue possibilità fisiche.

Nico, come ultra atleta lei pratica soprattutto corsa e bicicletta ma non disdegna nemmeno fare qualche percorso con gli sci ai piedi. Ci racconta com’è stato il suo primo impatto con lo sport?

E’ stato qualcosa di inconsapevole, perché da bambino non pensavo certo di fare quello che faccio oggi. A cinque-sei anni uscivo di casa la mattina e tornavo la sera. Abitavo in montagna, prendevo la bicicletta o andavo a piedi e stavo ore e ore fuori. Nonostante in un paesino di montagna a 1500 metri nessuno avesse la bicicletta da corsa, io non so perché la volevo. Fortunatamente uno zio gestiva un negozio che le vendeva e me ne fece avere una. Il mio approccio allo sport è sempre stata una cosa istintiva ed è paradossale perché i miei genitori non ne hanno mai fatto alcuno di nessun tipo e nemmeno mi hanno mai visto fare sport: dovendo lavorare non avevano tempo.  Ricordo che quando facevo le gare di corsa nei paesi vicini, vincevo sempre. Poi ho fatto anche gare di sci a livello internazionale, gare in bicicletta, sono diventato maestro di sci… ma i miei genitori non mi hanno mai visto fare sport! Per loro lo sport è un di più, una perdita di tempo se vogliamo, tempo sottratto al lavoro o comunque a cose più importanti. Ancora adesso, che ormai sono andati in pensione, è così. Se anche avessi vinto una medaglia alle Olimpiadi, mio padre, tornando a casa, mi avrebbe detto: ok, va bene, ma adesso il prato chi lo va a tagliare?


E’ un po’ frustrante…

Da bambino è una cosa che ho patito un po’. Quando a dodici anni tornavo a casa che avevo vinto una gara di sci, invece che complimentarsi, mi diceva: adesso vieni a darmi una mano. Crescendo c’ho fatto l’abitudine. Ma lo capisco, per una persona che ha sempre lavorato può essere così. Anzi, forse ha pure ragione, perché in effetti per me lo sport è rimasto comunque una passione, un divertimento.

Mi colpisce il fatto che lei parli di divertimento riguardo a sport, quelli di endurance, dove la fatica estrema è la caratteristica principale, quella fatica che porta il corpo ai suoi limiti estremi. E’ possibile spiegare a chi non pratica queste discipline cosa c’è di divertente?

Forse può essere d’aiuto pensare al fatto che nella vita tutti fanno qualcosa di difficile, pesante, faticoso, consapevoli di farla. Penso a chi studia o legge moltissimo e trova piacere nel farlo. Oppure chi frequenta tutte le domeniche i centri commerciali. Ecco, a me risulta difficile capire questo piacere, mi dovrebbero pagare per farlo! 

Quindi la chiave interpretativa è la passione?

Certo, intesa come quell’attrazione istintiva che ciascuno di noi prova per qualcosa che, appunto, gli piace fare. Per taluni, ad esempio, è la necessità di vivere nel casino della grande città. Io sono amico di Giovanni Storti (quello del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, ndr). Lui ha una cascina nel Monferrato, una casa in montagna, ha molto tempo libero e quando gli chiedo: Giovanni, ma perché non te ne vai un po’ fuori invece che stare sempre in città? Lui mi risponde che non ce la fa a stare lontano dal centro di Milano più di due giorni. Per me sarebbe una sofferenza, a lui invece va bene così.        

Lei ha scelto di non correre in pista per poter girare il mondo e vedere posti meravigliosi. Ce n’è qualcuno che le è rimasto più dentro di altri?

Io andrei a vivere in Sudamerica. Al di là della bellezza morfologica dei posti, io credo che la cifra attrattiva di un luogo la dia soprattutto la gente che ci vive. Nella parte andina di Cile e Argentina, dalla zona settentrionale alla Terra del Fuoco, ci sono posti dove mi piacerebbe stare. I luoghi sono stupendi ma io amo soprattutto il modo di vivere della gente di quelle parti. Anche se la popolazione non vive nel lusso, si rapporta con la vita in un modo più pacifico rispetto a ciò che facciamo noi. Le persone trovano ancora il tempo di fermarsi, di chiacchierare. Passano ore a parlare tra di loro, quello che noi, ormai, facciamo fatica a fare. Non è che non ci piaccia farlo ma andiamo sempre di fretta e questo, ovviamente, toglie spazio ad un approccio più rilassato col tempo. In Sudamerica, invece, è ancora importante trovare il modo di fermarsi, fare due chiacchiere, magari anche fino all’una di notte. Ci sono luoghi stupendi, che mi piacciono tantissimo anche gli Stati Uniti ma lì non so se mi piacerebbe vivere. Conosco tanti americani ma in realtà non sono attratto dal loro stile di vita, dai loro comportamenti: non li ho mai capiti granchè. Trovo delle similitudini, anche se sono popoli completamente diversi per lingua, cultura, religione, tra i sudamericani e i Berberi del Marocco, quelli che vivono verso la montagna. Spesso vado lì nelle loro zone e sto in giro con loro per una decina di giorni: anche se non parliamo la stessa lingua, ci capiamo benissimo a gesti. L’altra settimana sono andato giù a sciare sulle loro montagne e quelli che mi sono amici, quando hanno saputo che stavo lì, hanno chiuso i loro negozi per più giorni solo per stare con me. Io glielo dico, voi dovete lavorare… ma loro mi rispondono che io sono lì in quel momento e quindi va bene così. Per noi sarebbe inconcepibile: se io chiudessi il mio negozio in questo modo, i miei clienti mi saluterebbero. Ma loro sono fatti così e si vede che sono felici, anche se alla fine hanno davvero poco. Io non li ho mai visti tristi, sono sempre contenti, tranquilli. Forse la cosa migliore sarebbe trovare una via di mezzo tra il nostro modo di fare e il loro.

Torniamo ai tecnicismi dello sport. Mi piacerebbe sapere qual è l’allenamento fondamentale, quello al quale lei non potrebbe rinunciare per riuscire a fare tutte le gare a cui partecipa.

Io vado molto a istinto. A seconda dei periodi, faccio quello che più mi piace. Sempre compatibilmente con la mia condizione fisica generale. Anche perché ad oggi delle certezze scientifiche sul tipo di allenamento da seguire per le gare di endurance non ci sono, a differenza di quello che invece si sa per gare più brevi come le maratone, per preparare le quali effettivamente ci sono dei razionali di allenamento affidabili. Anche se a me le tabelle di allenamento piacciono poco perchè imbrigliano il divertimento. Io non riuscirei a seguirle: correndo o pedalando per ore e ore sarebbe una cosa troppo pesante dal punto di vista mentale. Chi fa endurance è un po’ un cane sciolto… Lei saprà che correndo il corpo si usura maggiormente, tende ad infortunarsi. Io sono partito dalla bici e dagli sci ma poi ho scoperto che la corsa in montagna è la disciplina che mi da più soddisfazione. Solo che è quella che ti “rovina” di più. Correre cento, centocinquanta chilometri in montagna ti devasta, per cui dopo che ho fatto quelle gare “ripiego” un po’ sugli altri due sport. Certo, quando ho partecipato alla Race Across America per prepararmi ho dovuto pedalare moltissimo: per fare una gara come quella devi avere nelle gambe ventimila chilometri, per cui negli otto mesi precedenti devi solo andare in bicicletta.  

Al termine di una gara massacrante come la Race Across America, riesce a definire le sensazioni che si provano?

Io ne ho fatte cinque e nelle prime due ho avuto delle difficoltà a recuperare perché il mio fisico non era ancora abituato a sostenere uno sforzo del genere. Successivamente è stato più facile, in quattro-cinque giorni ero già pronto per fare altro. Ma, oltre alle sensazioni fisiche, ci sono anche le emozioni interiori. Quando finisco una gara come quella in realtà un po’ mi deprimo perché per me è come se fosse finito un bel gioco. E’ vero che poi si può pensare subito a una nuova sfida, come è anche vero che dopo nove giorni in sella senza dormire arrivi a uno stress fisico tale che alla fine sei contento di pensare che finalmente ti potrai riposare. Allo stesso tempo, quando taglio il traguardo mi accorgo che finisce tutto quello che è stato negli otto mesi precedenti. L’elaborazione mentale, gli allenamenti che ci sono dietro a una corsa come quella, i posti nei quali sono stato per preparami: il Marocco, Santiago, Gibilterra. Una volta tagliato il traguardo, tutto quel bel gioco che c’era prima, quell’immaginare, quello che si fa per arrivare lì svanisce in un attimo. Quindi sì, felice perché mi vado a riposare ma un pochino triste per la fine di quello che può essere considerato un gioco. Una specie di malinconia che porto avanti per un po’ di giorni.   

Come elabora il concetto di riposo Nico Valsesia?

Mi viene da sorridere pensando alle vacanze di Natale, quando sono andato con i miei figli in montagna a sciare. Io sono maestro di sci e il giorno dopo l’arrivo ho cominciato a fare le mie sette-otto ore di lezione dopo che la mattina mi ero alzato alle cinque per arrivare a 2.700 metri facendo sci alpinismo. Vedendo questo, mio figlio mi ha chiesto: “Papà, ma tu in vita tua hai mai fatto una vacanza alzandoti alle otto e andando a fare colazione tranquillo?” E io gli ho risposto che per me quella che stavo facendo era una vacanza e la volevo sfruttare al massimo! Se mi svegliassi alle otto butterei via una parte delle mie vacanze, sprecherei una parte del mio tempo! Tanto le occasioni di riposo forzato ci sono sempre: quando devo andare a Milano per un appuntamento, quando sto nel mio negozio. Ecco, quelli per me sono momenti di riposo, di mancati allenamenti, meglio ancora di mancate opportunità. Per me gli allenamenti non sono un dovere. Mi dico sempre che il giorno che mi uscirà dalla bocca la frase “devo andare ad allenarmi” ci sarà qualcosa che non va. Io ho voglia di allenarmi, non devo farlo, perché così ho la possibilità di stare all’aria aperta, di vedere posti belli. E alla fine tutto questo mi fa star bene. Per adesso è così, poi magari verrà un momento in cui le cose cambieranno. Ma per ora tutto questo mi piace, continua a divertirmi, non è mai una forzatura.         

Lei pratica sport individuali. Com’è declinato nelle sue attività il lavoro di squadra?

Nella Race Across America l’auto che mi seguiva, oltre che ad essere obbligatoria, mi forniva un supporto concreto aiutandomi a mangiare ma, ancora più importante, dandomi supporto mentale. Si trattava di persone che mi vogliono bene, persone in cui ho fiducia, amici che nei momenti in cui mi sentivo arrivato al limite delle forze mi aiutavano a proseguire. Persone nelle quali hai fiducia e alle quali ti affidi per andare avanti in maniera tranquilla: questa, per me, è la squadra.     

Ha altri interessi oltre agli sport che pratica?

A dire il vero non ho molto tempo a disposizione: faccio il maestro di sci, ho un negozio di settecento metri quadrati dove vendo biciclette, ho tre figli di cui due vivono stabilmente con me e quindi, avendo il più grande sedici anni, devo ancora accudirli, organizzo delle manifestazioni internazionali e dei viaggi. Pensi che nemmeno ho modo di guardare la televisione… Riesco a ritagliarmi un po’ di spazio per leggere qualche libro, soprattutto delle biografie ma purtroppo il tempo che ho è limitato. Pensi che sono vent’anni che vorrei fare un corso per imparare bene l’inglese, che spesso non vado nemmeno dal fisioterapista e dall’osteopata perché non trovo il tempo. Mi piacerebbe anche suonare uno strumento: avevo cominciato col sax ma anche con quello ho dovuto rinunciare. Comunque ci sarà tempo quando… diventerò più grande!   

I prossimi obiettivi?

Ad aprile mi piacerebbe provare a fare il record Genova-Monte Rosa. Poi c’è una gara no-stop in bicicletta che parte da Roma e arriva sul Lago di Garda in autonomia tutto su sterrato, la Italy Divide. Con le stesse modalità a luglio c’è una gara in Perù di 1.800 chilometri. Il prossimo anno, invece, mi piacerebbe fare From Zero to Everest. Non so se ce la farò, forse è un po’ azzardato, però ci sto lavorando. E poi, soprattutto, vorrei continuare a divertirmi.    


Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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