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Nba, Rose come Bryant: la lunga storia dei processi per violenza sessuale degli sportivi americani

Una notte di sesso o uno stupro di gruppo? È a questa domanda che dovrà rispondere la corte federale della California. Il 4 ottobre, data di inizio della preseason NBA, inizierà anche il processo contro Derrick Rose. Un’ex fidanzata ha accusato la nuova stella dei New York Knicks di averla drogata e violentata con altri due amici, Randall Hampton e Ryan Allen, nell’agosto del 2013. La donna, di cui il tribunale non ha rivelato l’identità nonostante la volontà del giocatore, ha iniziato una causa da 21 milioni di dollari.

“Non si tratta di violenza sessuale” si legge nella memoria difensiva presentata dagli avvocati di Rose, scrive il New York Post. “Si tratta di un’estorsione da parte di un ricorrente che, nascosto dietro il mantello dell’anonimità, cerca di guadagnare milioni da una celebrità con cui aveva da tempo una relazione sessuale consensuale e non esclusiva”.

La sera del 26 agosto 2013, questa la versione dei fatti contenuta nella denuncia della donna, Rose la invita nella sua casa di Beverly Hills . Con lui c’è Allen e un altro amico. Bevono tequila, la donna rifiuta avances spinte e li accusa di averle messo una droga sconosciuta nel bicchiere. Il terzo amico, non identificato, ordina un taxi e la fa riportare a casa. Il giorno dopo, il 27, prosegue il racconto contenuto nella denuncia della donna, Rose le entra in casa grazie a una porta lasciata spesso aperta. Racconta di “flash”, di vaghi ricordi di sesso fra periodi di incoscienza che vanno avanti fino alla mattina del 29 agosto. La donna si risveglia fra preservativi usati, scrive, ma non fa alcun test, né per lo stupro né per un’eventuale gravidanza. Va anzi al lavoro, e non sporge denuncia per la vergogna. Un mese dopo, conclude, riceve una telefonata da Allen. “Non sapevo fossi drogata” le avrebbe detto, “a L.A. facciamo sempre così, le ragazze ci chiedono di fare sesso in gruppo perché ci riconoscono come stelle NBA”. Con la donna c’è un’altra persona, identificata solo con l’iniziale F., che chiama un avvocato.

Ma per i difensori del più giovane MVP nella storia dell’NBA lo scenario è completamente diverso. Hanno portato come prova, riporta il quotidiano Usa, i messaggi che la donna avrebbe inviato a Rose chiedendogli di passare da lei all’una di quella notte. La donna ha conservato i messaggi fino al giorno successivo alla sua deposizione, scrivono gli avvocati del giocatore. Gli ha scritto anche la mattina dopo, chiedendogli di pagarle i sex toys e il taxi con cui sarebbe andata al lavoro.

È solo un tentativo di distruggere la reputazione della vittima” ha sostenuto Brandon Anand, uno degli avvocati della donna. “Non hanno risposte nel merito, così fanno passare la vittima della violenza come un aggressore sessuale”. Rose, si legge nella sua denuncia, le ha chiesto di masturbarsi in video e, dopo un anno e mezzo dall’inizio della relazione, di fare sesso di gruppo. Rose ha ammesso sotto giuramento di averle chiesto, una sera di giugno del 2013, di farlo con Hampton e la sua fidanzata ma la donna, che fa riferimento a questo episodio nella denuncia, si è rifiutata.

Rose, che deve rispondere di nove capi d’accusa compresa violazione di domicilio e cospirazione al fine di commettere violenza sessuale, non è certo il primo caso di una star dello sport accusata di crimini sessuali. Uno dei primi risale al 1972 quando Tom Payne, cestista anche lui, viene condannato a cinque anni ad Atlanta (ne passerà 39 in carcere per stupri fra Georgia, Kentucky e California). Ogni uomo ha un vizio che lo farà cadere. E il sesso ha fatto cadere Tiger Woods, il primo atleta della storia a incassare un miliardo di dollari, che ha patteggiato con l’ex moglie Elin Nordegren per 65 milioni di dollari dopo le notti hot extra-coniugali.

Nel 2003 Katelyn Faber, cameriera di 19 anni chiama a processo Kobe Bryant, accusandolo di violenza: “Mi ha sodomizzata e io non volevo”. Bryant ammette la relazione, ma consensuale, e si presenta dalla moglie, da cui ha appena avuto una bambina, con un diamante frutto del perdono. Per una ragazzina, è morto a 49 anni Rocky Marciano, unico campione dei massimi che non conobbe il tappeto, tradito solo dal suo vizio per le minorenni: voleva solo quelle e mai due volte la stessa. Erano il suo premio, il suo cachet.

Per una ragazza, che a un concorso di bellezza ha esposto le mutandine sporche di sangue, Mike Tyson è finito in galera per tre anni e mezzo. Lo scorso giugno, poi, lo scandalo ha toccato Stanford. Brock Allen Turner, campione di nuoto al college, violenta ripetutamente una ragazza durante un party con alcool e droga annessi. Se la cava solo con sei mesi di carcere, con la condizionale. Studenti e professori protestano per ricusare il giudice. “Quanto veloce sia Brock nel nuoto non diminuisce la severità del suo crimine – ha scritto la vittima in una lettera di 12 pagine, con tutti i dettagli, pubblicati anche dalla CNNe non deve annullare la sua punizione. Uno stupro è un stupro”.

Quando però la lotta si fa scivolosa e profonda, quando tra la ragazza e la miniera (di soldi) il confine si assottiglia, lo scenario si complica. Perché ci può essere sempre chi ne approfitta. Perché la pressione sulle ragazze che accusano le star è enorme, perché gli atleti si possono permettere avvocati migliori e il loro status aiuta a farla franca o comunque a ottenere condanne più lievi. Perché, quando in ballo ci sono la reputazione, l’appeal per gli sponsor di una stella come Derrick Rose, decidere se si è trattato di violenza o di sesso consensuale in gruppo per un giudice Usa può non essere così facile.

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  1. Avatar

    alex67a

    Settembre 3, 2016 at 9:23 am

    non mi piace il finale dell’articolo, che insinua che un ricco per sua natura è colpevole…
    la mia esperienza maturata in 50 anni di vita, mi induce a pensare al contrario, dove ci sono uomini ricchi ci sono valanghe di donne disposte a tutto per spremerli il più possibile

  2. Avatar

    Vitantonio Dell'Orto

    Settembre 3, 2016 at 9:43 am

    Al di là del giudizio nel merito, il caso di Rose e’ del tutto diverso: non esiste un processo e nemmen un’inchiesta penale, diversamente da quanto si possa arguire da questo articolo (che tende, come spesso succede, a fare di tutta un’erba un fascio). Esiste solo una causa civile, perchè non ci sono prove indiziarie tali da supportare un processo penale. Suggerisco la lettura di fonti più attendilbi.
    Citando Sport Illustrated: “Rose was not charged with a crime over the sexual incident and his legal dispute with Doe is a civil matter, not a criminal prosecution.”
    Qui il pezzo originale:
    http://www.si.com/nba/2016/09/02/derrick-rose-civil-sexual-assault-lawsuit-allegations-trial-court-documents

  3. Avatar

    Vitantonio Dell'Orto

    Settembre 3, 2016 at 9:48 am

    Vorrei fosse chiaro che la mia era una precisazione, non una valutazione di presunta innocenza; considero la vicenda seria a prescindere da come la giustizia americana la tratti. Al tempo stesso è chiaro che il caso è controverso e che sbattere il mostro in prima pagina non è un approccio corretto al momento.

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