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Nba, il Salary Cap arriva a 70 mln. Come funziona? Possibile introdurlo nel calcio?

Il Salary Cap, nello sport professionistico americano,  è l’accordo tra la Lega e le squadre dove si pone un limite massimo ai soldi che le franchigie possono spendere ogni anno per gli stipendi dei giocatori. Spesso viene tirato in ballo come esempio da seguire o importare anche in altre discipline, il calcio ad esempio, in Europa.

Per quanto concerne la palla a spicchi, il Salary Cap venne introdotto per la prima volta a metà degli anni quaranta, utilizzato solo per una sola stagione e poi abbandonato. Torna ad essere vigente circa quarant’anni dopo, stagione 84/85, quando la NBA decise di rendere la lega più competitiva innalzando anche il numero delle squadre partecipanti.

Il limite massimo del Salary Cap cambia di anno in anno, ed  il suo ammontare non è altro che il cinquanta percento del fatturato della NBA nella stagione precedente.  Un Salary Cap crescente significa quindi che la Lega ha ricavato di più rispetto alla scorsa stagione e la testimonianza dell’ottimo operato del Commissioner. Nella campionato corrente il limite è arrivato a quota 70 mln, sette in più rispetto al 2014/15 (63 mln).

Nel caso il Salary Cap venga sforato, interviene la Luxury Tax, ovvero la multa che la società deve pagare per ogni dollaro eccedente il limite stabilito. Si paga un 1.50 dollaro di multa se l’eccedenza è fino a cinque milioni di dollari, 1.75 da cinque a dieci milioni , 2.5 da 10 a 15 milioni, 3.25 da 15 a 20 milioni, 3.75 oltre i 20 milioni di eccedenza.

Anche i contratti dei singoli giocatori sono soggetti a limitazioni. Per giocatori con sei anni o meno di esperienza nella lega, lo stipendio massimo è pari al 25% del totale del  Salary Cap. Per quelli da sette a nove anni di esperienza il 30%, per quelli con dieci anni o più il 35%. Un eccezione a questa regola permette ai giocatori di ritoccare al rialzo il precedente contratto, fino ad un massimo del 5%, anche se questo sfora il limite consentito.

A proposito di eccezioni, il Salary Cap usato nella Nba è un “Soft cap”, ovvero morbido, proprio a causa delle numerose eccezioni che lasciano spazio di manovra alle franchigie. Al “Soft cap” si contrappone l’”Hard cap”, usato nella NFL e nella  NHL, rigido e privo di tante eccezioni.

Quali sono i pregi del Salary Cap? Sono sostanzialmente due: il primo è quello di rendere la lega più competitiva. Per iscriversi tutte le squadre devono soddisfare determinati criteri economici,  se a questo ci aggiungiamo che c’è un limite massimo di spesa, la distanza tra il più forte ed il più debole si assottiglia molto. Il secondo è quello di prevenire e proteggere le squadre da rischi finanziari, indebitamenti eccessivi, bancarotta.

Lo scorso anno, Michele Roberts, direttrice esecutiva della NBPA (National Basketball Player Association) ha criticato aspramente il Salary Cap definendolo Anti-americano”. La Roberts ha poi continuato affermando che: “Visto che in campo ci vanno i giocatori, è offensivo che essi percepiscano solo il cinquanta percento del fatturato annuo della lega. Mi batterò per cambiare questo ed innalzare la quota del Salary Cap destinata ai giocatori”. Parole forti, rafforzate anche dal fatto che i giocatori sanno che senza di loro “the show must go…off”. Difficile però, almeno nell’immediato che le cose cambino in questa direzione.

E’ possibile applicare Il Salary Cap al calcio europeo? Spesso, specialmente quando vediamo squadre blasonate spendere vagonate di soldi per comprare un giocatore, uno dei pensieri che ci saltano in mente è che il mercato dovrebbe essere regolato e limitato come quello degli sport americani. Per rispondere  alla domanda se fosse possibile importare un sistema del genere in Europa e nel calcio la risposta è: “No”.

  • E’ un sistema che si basa sullo scambio di contratti, quindi senza soldi. Troppo complicato introdurre un’innovazione del genere in un sistema consolidato e ramificato come quello calcistico.
  • E’ circoscritto ad una lega ed una nazione: l’America. Nel calcio, il mercato è a livello mondiale, quindi tante nazioni, diverse leghe, differenti fiscalità. Impossibile mettere tutti d’accordo.
  • Negli States, non esistendo i settori giovanili, ci pensano i licei e le università alla formazione degli atleti, i giocatori sotto contratto con una squadra sono in numero limitato. Nel calcio ci sono squadre, il Parma prima del fallimento ad esempio, che avevano più di cento giocatori sotto contratto. Avere tanti giocatori nel proprio Salary Cap, tutti almeno con un contratto minimo, sarebbe impensabile. Si dovrebbe quindi andare a smantellare un mercato silenzioso, secondario, ma molto remunerativo.
  • La pressione delle squadre più forti, ricche e blasonate, di non cambiare nulla per non far partecipare in modo competitivo gli altri.

Il calcio europeo, alla luce di quanto detto, non è e non sarà mai pronto ad una rivoluzione del genere. Servirebbe una ristrutturazione del sistema che dovrebbe partire dalle scuole e dagli atenei, accompagnata da grandi investimenti pubblici e privati. La speranza è che si trovi una soluzione per limitare il potere da entrambi i lati della “barricata” giocatori/dirigenze e pianificare strategie che indirizzino verso una gestione equilibrata delle forze in gioco.

FOTO: www.espn.go.com

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