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Muhammad Ali, in principio fu la bicicletta

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Muhammad Ali, in principio fu la bicicletta

Quale ragazzino, negli anni Cinquanta, non avrebbe desiderato una bicicletta Schwinn? Una di quelle così belle e rifinite da sembrare una piccola motocicletta, con il sellino bicolore, bianco e marrone, molleggiato, il copricatena rosso come il resto del telaio; le cromature scintillanti, le manopole del manubrio color panna; i freni corti a bacchetta; gli pneumatici bianchi ai lati con il battistrada nero. Bianchi e neri, per l’appunto, come i dodicenni che sognano di averne una. Le percentuali in base alle quali gli uni e gli altri vengono accontentati sono già un piccolo compendio di storia del basso ventre degli Stati Uniti.

Cassius Marcellus Clay fino a un certo punto della sua giovane vita pensava di essere nato nella schiera fortunata dell’America nera, di far parte di quegli afroamericani che grazie ai bianchi e alla collaborazione con loro, ma sempre sotto di loro, possono avere un lavoro rispettabile, guadagni decenti, un’esistenza decorosa. E, a dodici anni, una bicicletta Schwinn nuova fiammante, con le cromature lucide che più lucide non si può. Forse è proprio questa la maggiore ingiustizia del razzismo, anche se apparentemente non usa violenza, non insulta, non incatena: farti considerare come una fortuna, o un dono del cielo, ciò che dovrebbe essere semplicemente normale per tutti quegli uomini che se lo meritano, perché se lo guadagnano.

Già nei primi anni di vita, in effetti, qualcosa non torna, per Cassius, quando osserva il mondo attorno a sé: quella piccola porzione di mondo rappresentata dalla cittadina di Louisville, nel Kentucky, nel versante orientale degli Stati Uniti; terra di frontiera tra un’America dichiaratamente razzista e segregazionista e una più civile, progressista, tollerante. Tollerante, già: quanto poco sarebbe piaciuta a Cassius, negli anni, questa espressione?

Anche durante la Guerra di Secessione, il Kentucky si era rivelato uno “stato cuscinetto”: sudista come temperamento e sentimenti, quindi basato su un’economia che traeva linfa dallo schiavismo, era però al tempo stesso ostile alla secessione e di tendenze unioniste; era anche la terra natale di Abraham Lincoln e di Jefferson Davis. Comunque sia, nemmeno a Louisville un nero in quegli anni poteva sognarsi di bere a una fontanella per bianchi, o di sedere in platea al cinema; come nel Mississippi, o in Alabama quindi. Qualcosa a Cassius non tornava perché vedeva suo padre, così abile col pennello e i colori, guadagnarsi il pane dipingendo le insegne dei negozi: un bravo pittore nero può dunque lecitamente ricevere una paga decente grazie al suo talento, ma deve essere orgoglioso di essere diventato un bravo, bravissimo artigiano; dovrà riflettere il meno possibile sul fatto che, se fosse stato bianco, sarebbe potuto diventare un artista, o, meglio: avrebbe potuto cullare l’ambizione di diventarlo. E poi, quando qualcuno gli commissionava un quadro da dipingere, era quasi sempre a tema religioso e Gesù aveva immancabilmente la pelle chiara e i capelli biondi, lucenti come l’oro. Non poteva avere idea, Cassius, di che incarnato potesse avere un mediorientale, così come qualche anno dopo non avrebbe saputo dire con precisione che faccia avesse un guerrigliero del Sudest asiatico.

Cassius Clay Senior, che oltre a saper dipingere se la cavava anche con la musica, aveva sposato Odessa Lee Grady quando lei aveva soltanto sedici anni. Un viso dolce e sorridente, quello di Odessa, di fronte a quasi tutti gli eventi della vita, in particolare di quella coniugale, a volte turbolenta, amara, difficile da mandar giù, se non fosse stato per l’amore di Cassius Marcellus e dei suoi fratelli. Suo marito si perdeva, ogni tanto, con frequenza variabile, al seguito delle curve di qualche altra donna, o semplicemente accarezzando quelle di una bottiglia, che svuotandosi troppo in fretta rifletteva il volto di un uomo che avrebbe potuto ottenere di più dalla propria vita e dal proprio talento; uno che quando rientrava nei panni del padre di famiglia che sapeva essere, si sentiva orgoglioso delle grosse bistecche che grazie alla sua paga riusciva a mettere di quando in quando sul piatto dei propri figli, dipingendo le insegne sui muri o immaginando Gesù sempre e soltanto come piaceva ai bianchi che, affabili, gli commissionavano il lavoro.

Oltre a essere bello e dolce, il viso di Odessa, che lavorava come domestica e governante presso alcune ricche famiglie bianche di Louisville, aveva anche altri tratti caratteristici: lineamenti fini e ben disegnati, un colorito molto più chiaro rispetto a quello del marito. Una volta cresciuto, Cassius per tutta la vita l’avrebbe chiamata “Bird”, uccellino; si fa fatica a trovare un soprannome più affettuoso, più delicato, più protettivo.

A suo padre affibbiò invece il soprannome di “Cash”, più che altro un diminutivo, anch’esso affettuoso, seppure in maniera diversa. Bird e Cash avrebbero smesso di vivere sotto lo stesso tetto all’inizio degli anni Sessanta: lei ormai stanca di quella burrascosa vita coniugale, lui pronto, una volta cresciuti i ragazzi, a rompere definitivamente le catene.

Di origini irlandesi era anche Joe Martin, di professione poliziotto. Quando non era in servizio, Joe trascorreva quasi tutto il suo tempo libero alla palestra Columbia, dove insegnava a un sacco di ragazzi, in maggioranza neri, a tirare di boxe. Si trovava lì anche nel giorno del tradizionale “Louisville home show”, sorta di fiera campionaria a scopo benefico organizzata dalla comunità nera della città, con annessa distribuzione gratuita di hot dogs e dolciumi vari. Non che avesse molta voglia di andarci, Cassius, però il banchetto di per sé attirava e ancor più ghiotta era l’occasione di sfoggiare la Schwinn, nuova e lucente. Appoggiata con delicatezza a una delle pareti dell’Auditorium Columbia, dove la manifestazione si svolgeva e di cui la palestra di pugilato occupava una parte dell’area, la bicicletta faceva la sua figura anche da ferma; impossibile non notarla. Altrettanto impossibile, alla fine di un pomeriggio trascorso a ingurgitare ghiottonerie di ogni tipo, non rendersi conto che la bicicletta non era più dove sarebbe dovuta essere. Sparita, con tutto il carico di rabbia e desolazione che un furto del genere, ancora più sacrilego perché perpetrato ai danni di un dodicenne, allora come oggi provocherebbe in qualsiasi ragazzino, di qualsiasi colore. Soltanto che in quella occasione gli ignari malfattori avevano provocato il ragazzino sbagliato; oppure quello più giusto di tutti, col senno di poi.

Quasi non è in sé dal dispiacere, Cassius, quando deve prendere atto che la Schwinn è andata; chissà quanto tempo ci vorrà per poterne avere un’altra e chissà, soprattutto, se suo padre gli concederà ancora una possibilità di avere una bicicletta nuova, visto che dopo averne tanto desiderata una, se l’è fatta portare via sotto il naso. Nessuno può saperlo e meno che mai lui, con le lacrime ormai affacciate sulle palpebre, per l’umiliazione subita e per la paura di quale possa essere la reazione del genitore, ma sta accadendo qualcosa che va oltre, molto al di là del furto di una bicicletta a un ragazzino di colore. Sta accadendo che quel ragazzino sente di aver subito un’ingiustizia, ma questo lo avvertono tutti quelli che ne subiscono una, quale che sia il colore della loro pelle; il fatto è che Cassius comincia a gridarlo al mondo: quella rabbia resta rabbia, non si trasforma nella sorda frustrazione di chi sa di doversi mettere il cuore in pace. Qualcuno la deve pagare, per il furto di quella bici e, soprattutto, qualcuno dovrà ascoltare ciò che Cassius ha subìto, incazzato da morire com’è.

Lo capiscono quelli che gli stanno attorno, ignari di stare assistendo a uno dei primi siparietti di Cassius Clay, destinati a rimanere memorabili; capiscono che il ragazzo vuole ottenere almeno un appiglio alla sua sete di giustizia e gli dicono di andare alla palestra Columbia, dove sicuramente troverà Joe, il poliziotto.

Joe è un bianco che appena può si dedica alla boxe; normale che abbia a che fare quotidianamente con i neri, più quelli che allena al sacco, o al punching-bag, che quelli che gli capita di arrestare per le strade. Gli si presenta davanti il ragazzino alto e ancora filiforme, magro come un grissino, senza ancora l’ombra di un muscolo sulle braccia, o sulle spalle. Però è robusta la sua rabbia, la voglia di spaccare la faccia a quegli ignoti che gli hanno portato via la cosa più preziosa che avesse. Forse Joe il poliziotto non vede soltanto Cassius Clay dodicenne, senza più la bicicletta Schwinn; forse nei suoi occhi si proietta già l’immagine futura di ciò che quel busto esile e quella figura così longilinea potranno o potrebbero diventare, se allenate a dovere, con la spinta di quella voglia di rivoltare il mondo ma senza ancora sapere come. Certamente, guardandolo, lo immagina come un welter, o tuttalpiù un peso medio: c’è una nota di agilità e di eleganza inconsapevole nel ragazzino, in come si muove, anche se gesticola nervosamente, ancora in preda al dispiacere per il furto. Ha messo piede, fortuitamente, per la prima volta in una palestra di boxe e ha subito dato l’impressione che sia destinato a essere più bello che potente, se dovesse davvero diventare un pugile; più elegante che efficace nella demolizione dell’avversario: tutte caratteristiche che difficilmente si sposano con la categoria dei pesi massimi, coi loro corpo a corpo sempre più estenuanti, che di ripresa in ripresa ondeggiano come gigantesche querce nella foresta, sotto una pioggia incessante di sudore. C’è una caratteristica fisica che risalta più di ogni altra, in quell’embrione di uomo che è il giovanissimo Cassius: ha braccia lunghissime, quasi sproporzionate. Per i pugili di ogni categoria questo si traduce nella possibilità di tenere a distanza l’avversario, frustrandone e vanificandone il più possibile gli attacchi.

Ma qual è, invece, l’effetto che l’ingresso in quella palestra ha su Cassius? Appena varca quella soglia sente che qualcosa lo distrae, almeno in parte: l’aria impregnata dello sforzo e della fatica di quei ragazzi in pantaloncini; l’odore del sudore che arriva alle narici mescolato ma al tempo stesso distinto da quello dell’alcol; i tonfi sordi e potenti, ma di potenze variabili, con cui vengono colpiti i sacchi; il ritmo dei saltelli, quelli regolari e monotoni di chi si allena conla corda e quelli sincopati, di variegata intensità, di chi boxa con la propria ombra. C’è un ragazzo, agilissimo, probabilmente un peso leggero, che mulina le braccia a una velocità tale che gli occhi di Cassius fanno fatica persino a stare appresso ai suoi movimenti. Ora è come se una parte del suo inconscio iniziasse a sussurrargli “Sì, ok fratello, siamo tutti dispiaciuti per la tua Schwimm nuova fiammante…Chi non lo sarebbe? Però guardati intorno, guarda dove sei capitato: forse ancora non lo sai, ma non stai cominciando ad accorgertene che tu appartieni a questi rumori, a questi odori, a questa specie di puzza che forse puzza non è, perché assomiglia di più al profumo di certi fiori spontanei, che nascono sulla strada che uno percorre per arrivare a ottenere qualcosa? E se annusi quest’aria viziata dal chiuso e dal sudore potresti sentirci anche l’odore del riscatto per quelli che hanno la pelle come la tua; un riscatto che non vuol dire per forza diventare campione di qualcosa, ma anche semplicemente non perdere più tempo con le piccole gang che gironzolano per il tuo quartiere, con quelli che prima o poi almeno un furtarello in un negozio di alimentari all’angolo di qualche strada ti inviteranno a commetterlo…ma questo lo sapevi già, quello che non potevi sapere era che oggi saresti capitato qua, dove meriti di abitare e dove non saresti mai entrato se non fosse stato per qualche furfantello, come tu non diventerai più, che ha notato quella bicicletta che doveva portarti da queste parti.” Peraltro, ancora più paradossale è il fatto che a convincerlo ad andare a quella specie di fiera campionaria per beneficenza all’Auditorium Columbia, dove non aveva voglia di recarsi, era stato Johnny Willis, che è sì il suo migliore amico, ma è anche quello più incline alle tentazioni e ai pericoli della strada.

L’attività in palestra comincia quasi per gioco, con un mulinare scomposto di braccia, un po’ come le ragazze quando litigano tra di loro; però la frequentazione diviene sempre più assidua, pur con tutti i limiti che possono avere gli elementari metodi di allenamento di Joe, che è uno di quei personaggi di cui il mondo dello sport pullula, e qualsiasi dio li benedica, perché grazie alla loro passione vanno e fanno andare generazioni di atleti oltre limiti che spesso sembrano impossibili da superare, semplicemente perché, quando tutto è ancora di là da venire, insegnano loro a credere nei propri mezzi, anche se poi spesso accade che sia qualcun altro ad affinarli e a renderli speciali. Entusiasti, testardi, generosi fino alla prodigalità per il tempo che sacrificano in nome di una passione che non riserverà mai loro, se non indirettamente, la luce dei riflettori. Joe si limita, in effetti, a insegnare passi, a incrociare pugni, ma non si può dire che, oltre i rudimenti, possieda nozioni davvero raffinate di tecnica pugilistica. Nessuno potrà però mai togliergli il merito di aver intravisto in Cassius non semplicemente la potenza, insospettabile all’inizio, ma le potenzialità, ossia quell’insieme di doti che possono fare di un ragazzo un vero pugile e di un pugile un campione

Un talento che in Cassius spicca sin da subito in maniera evidente è, come abbiamo già detto, il gioco di gambe, l’eleganza dei movimenti e degli spostamenti che sin dalle prime esercitazioni riesce a esibire sul quadrato. Gli manca ancora tutto il resto, a livello di fondamentali, è nullo il suo bagaglio tecnico, ovviamente; però quando si sposta da un punto all’altro del ring il dodicenne dal busto ancora così esile è una spiegazione vivente del perché il pugilato, che per i più ha innanzitutto una fama di disciplina dura, violenta e a tratti brutale, può al tempo stesso essere definito “dolce scienza”, ossia un qualcosa che, tra luci al neon quasi accecanti, asciugamani intrisi di sudore che allaga ogni poro e urla belluine di un pubblico che incita due uomini ad annientarsi, si può al tempo stesso esprimere attraverso la bellezza del gesto estetico, oltre che atletico e la raffinatezza della perizia tecnica e tattica. Come a dire che la vera boxe è un’arte che quando si manifesta riesce sempre ad andare oltre la forza dei pugni, a prescindere dalla categoria di peso a cui appartengono i suoi contendenti. Da questo punto di vista Cassius Marcellus Clay incarna sin da subito un paradosso: muove le braccia senza alcuna coordinazione, come una sua coetanea che tenti di graffiarne un’altra durante una lite, ma al tempo stesso si muove come se, dopo il suono della campana, iniziasse una melodia che soltanto lui può sentire. Non è alla palestra Columbia che il piccolo Clay apprende la scienza pugilistica, questo si capirà negli anni a venire; però tra quelle mura, che hanno ascoltato le sue feroci proteste dopo il furto subìto, incontra per la prima volta un mondo dal quale si sente chiamato. Dopo nemmeno due mesi di lavoro in palestra, sempre più assiduo, si rende conto di aver raggiunto un primo risultato, forse quello che comincia davvero a cambiargli la vita: passa molto meno tempo in strada con la sua “banda”, con Johnny Willis e gli altri. A quel punto Joe, che ha contatti con l’emittente televisiva che trasmette gli incontri tra ragazzini nella trasmissione “Campioni di domani”, capisce che Cassius, pur non essendo ancora un pugile, ha già mostrato di voler darci dentro come se lo fosse e che quello che già possiede e che forse ancora non ha ben capito di possedere, risalta più di tutto ciò che in termini di tecnica e impostazione ancora gli manca. Non è pugilisticamente abile, in senso letterale; è però instancabile e c’è una dote che emerge oltre la sua evidente e inevitabile scompostezza: Cassius Clay non si ferma mai, non perché abbia già la forza di un picchiatore, ma perché possiede, innata, l’intensità dell’azione, la sua persistenza che va oltre i secondi e l’acido lattico. Ed è per questo che Joe, che ne vede tutti i limiti anche se non riesce a correggerli, ritiene che si sia meritato, dopo una cinquantina di giorni di lavoro assiduo alla Columbia, la possibilità di sostenere un vero incontro, per di più trasmesso alla tv in tutto il Kentucky.

E’ un ragazzino bianco, il suo primo avversario; si chiama Ronny O’Keefe e quando suona la campana che decreta l’avvio dell’incontro, entra suo malgrado e con meriti limitati nella storia della boxe, anche se questo si capirà soltanto a qualche anno di distanza. Molto probabilmente è più raffinato nella tecnica, rispetto a Cassius e di certo ha avuto più tempo a disposizione per curare i fondamentali; la sua compostezza e il suo stile scolastico però poco impressionano i giudici, che sono invece colpiti dalla maniera e dallo stile con cui Cassius attraversa ogni ripresa, come una piccola imbarcazione di fortuna in grado di restare a galla in mezzo alla marea dei suoi difetti e delle sue imperfezioni. Alla fine sarà il giovane Clay a vincere ai punti e in che modo li abbia totalizzati per avere la meglio sul più preparato O’Keefe è una domanda che se ne porta appresso inevitabilmente un’altra: cos’ha davvero di speciale, il giovanissimo Cassius Clay da Louisville, dal torace troppo esile, le braccia così lunghe e la tecnica pugilistica ancora così elementare?

Speciale di certo lo sei già, se gli altri si fanno certe domande su di te.

Dopo la prima, sorprendente vittoria, la boxe entra ufficialmente in famiglia dalla porta principale: suo padre non sta nella pelle dalla soddisfazione, va in giro per il quartiere a chiedere ai vicini se anche loro si siano accorti che suo figlio Cassius ha lo stesso testone arrotondato del leggendario Joe Louis; Odessa, con una riflessione più profonda come quelle di cui in genere sono capaci le madri, ricorda che quello con Ronny O’Keefe in realtà non è stato il primo approccio di Cassius con la boxe, perché quando il pargolo aveva due anni, inviperito per un rimprovero, non esitò a mollarle una manata che le fece cadere i due denti davanti. Del resto, calibrando ancora meglio la memoria, Odessa detta “Bird” rammenta che i primi suoni emessi dal bambino erano due g in sequenza: gg, come se volesse già pronunciare le iniziali dei “Golden Gloves”, i Guanti D’Oro, prestigiosa manifestazione di pugilato amatoriale che, dal 1928, si svolge in varie città e stati dell’America settentrionale.

Benedetti i ladri di biciclette, quando fanno arrabbiare i ragazzini giusti.

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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