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Monza e la Ferrari: un Matrimonio e sei figli “speciali”

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Monza e la Ferrari: un Matrimonio e sei figli “speciali”

Il circuito di Monza e la Ferrari. Per sintetizzare le competizioni automobilistiche, non c’è immagine migliore del connubio tra il tracciato brianzolo e il simbolo dell’auto nel mondo. Risalente addirittura al 1948, e celebrata nell’occasione dal terzo posto della “125” del francese Sommer, l’unione tra il Cavallino Rampante e il “Tempio della velocità” dopo l’istituzione del campionato del mondo di Formula-1 si è espressa anche attraverso sei piloti che possono essere considerati i figli simbolici di questo legame dal fascino senza fine: Michele Alboreto, Alberto Ascari, Giancarlo Baghetti, Ivan Capelli, Eugenio Castellotti e Luigi Villoresi. Uomini appartenenti a epoche differenti, ma tutti nati a due passi dalla Curva Biassono e da quelle di Lesmo che hanno percorso, seppur con alterne fortune, al volante della vettura sogno di ogni corridore.

C’è chi di loro, per esempio, con la Ferrari si è laureato campione del mondo. E non una, ma due volte. Consecutive. È il caso di Alberto Ascari. Nato a Milano nel 1918, figlio di Antonio (anch’egli pilota), primo e ultimo italiano a vincere il titolo iridato in Formula-1, nel 1952 ne dipinse l’ultima scena proprio sull’autodromo lombardo, dove aveva già trionfato nel 1949 (regalando a Enzo Ferrari la prima vittoria della sua storia nel Gran Premio d’Italia). Nel 1953 vi arrivò di nuovo con la certezza di essere sempre il numero uno però non festeggiò come avrebbe voluto a causa di un’uscita di pista nel finale. E sempre a Monza gli fu fatale. Il 26 maggio 1955, mentre provava una “Ferrari 750 Sport”. Il dramma accadde alla curva Vialone, poi trasformata in una variante a lui intitolata: la Variante Ascari.

Al circuito, quel giorno, lo sfortunato pilota aveva raggiunto due colleghi e amici: Eugenio Castellotti e Luigi Villoresi. Milanese come Ascari, quest’ultimo è stato uno dei pochi ad aver potuto raccontare quegli anni (si spense anziano nel 1997) e alla Ferrari deve le sue migliori fortune dentro (otto podi, fra i quali Monza ‘52) e fuori la F1. Dove, alla guida della “340 America”, si aggiudicò la Mille Miglia del 1951. Cinque anni dopo, a bordo della “290 MM”, quell’onore sarebbe toccato proprio a Castellotti. Originario di Lodi, due podi nella massima formula con le “Rosse”, scomparve mentre ne testava un esemplare durante una sessione di prove private a Modena. Era il 14 marzo 1957, non aveva ancora ventisette anni.

Dagli anni della ricostruzione a quelli del boom economico. Dove capitava di vincere al debutto in Formula-1 con una Ferrari. Un record ancora imbattuto e stabilito da Giancarlo Baghetti, milanese classe 1934, che si aggiudicò il Gran Premio di Francia del 1961 per stabilire, pochi mesi dopo, a Monza, l’unico giro veloce della sua carriera. Un piccolo grande “miracolo italiano”. Quello che trent’anni più tardi avrebbe voluto vivere anche un altro milanese, Ivan Capelli, ma che gli fu impedito da una “F92A” passata alla storia del Cavallino come una delle monoposto meno competitive. Per l’attuale commentatore Rai, soltanto tre punti in una stagione dove avrebbe meritato ben altre soddisfazioni, soprattutto dopo essere approdato a Maranello forte degli ottimi risultati ottenuti in precedenza con la piccola Leyton-House.

Prima di lui, tra gli anni Settanta e la fine della Prima Repubblica, il “Sogno” era stato vissuto dal più vicino a emulare Ascari: Michele Alboreto. Classe 1956, ultimo italiano scelto da Enzo Ferrari, un lustro in rosso (1984-1988), nel 1985 contese il titolo mondiale a Prost fino a metà stagione, dopodiché il motore cominciò a lasciarlo a piedi. I guai cominciarono proprio a Monza, dove tre anni dopo avrebbe salutato i suoi tifosi piazzandosi secondo, dietro al compagno di squadra Berger, in una giornata indimenticabile per la Ferrari. Era la prima vittoria a un mese dalla scomparsa del suo fondatore. Il migliore degli omaggi non poteva avere ambientazione più degna.

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A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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