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Mondiali 2030, la sfida della FIFA al sovranismo

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Mondiali 2030, la sfida della FIFA al sovranismo

In uno dei momenti storici più tesi nel segno del dibattito tra sovranismo e internazionalismo, anche il mondo del calcio offre importanti spunti di riflessione a riguardo.

I prossimi Europei saranno infatti i primi a disputarsi in diverse sedi, non più nel territorio di un’unica nazione ma sparse in tutto il vecchio continente.

Nel periodo dello scetticismo verso l’Unione Europea, questa cooperazione tra più paesi non è certamente un risultato scontato, e speriamo possa dare i suoi frutti anche in termini di spettacolarità delle partite.

A maggior ragione, diviene significativa la tendenza di alcuni stati a presentare candidature congiunte per ospitare i campionati del mondo. E’ quanto accaduto per l’edizione 2026 dei Mondiali, che si dividerà tra Canada, Stati Uniti e Messico.

Inoltre, nonostante manchino ancora tre anni alla prossima rassegna, quella qatariota, iniziano già a muoversi i primi rumors circa le assegnazioni dei paesi che ospiteranno l’edizione 2030.

Questi vedono la probabile candidatura comune di Spagna e Portogallo, allo stesso modo di quella di quattro paesi sudamericani, che dovrebbero essere Argentina, Chile, Paraguay e Uruguay. Meno concreta appare invece un’eventuale organizzazione congiunta dei paesi del Nord-Est asiatico, cioè Cina, Giappone, ed entrambe le Coree. Nonostante molti quotidiani internazionali abbiano parlato di un incontro tra Gianni Infantino, presidente della Fifa, e Moon Jae-in, presidente sudcoreano, per discutere di questo progetto, ad oggi appare improbabile che le quattro tigri d’Asia possano intraprendere questo tipo di cammino viste le ricorrenti tensioni diplomatiche. Sebbene infatti le Olimpiadi invernali del 2018 siano state organizzate a cavallo tra le due Coree, nel segno di una pace più mediatica che concreta, la realizzazione di questo evento per quella particolare area del mondo appare difficile, almeno in questa struttura a quattro.

In ogni caso, è importante ribadire come i Mondiali siano un indicatore di credibilità per la nazione che li organizza, oltre che un importante recipiente di introiti in vari settori commerciali. Perciò, è emblematico che la scelta di affidare l’organizzazione a più paesi stia prendendo piede proprio in questo periodo storico, segnato dallo scetticismo nei confronti delle istituzioni internazionali, benché comunque nella storia recente non siano mancati casi di doppie ambientazioni dei tornei (si pensi al Mondiale di Corea e Giappone nel 2002, ad Euro 2008 in Austria e Svizzera, ad Euro 2012 in Polonia e Ucraina).

Ai tifosi, e magari anche agli appassionati di geopolitica, viene perciò da chiedersi se così facendo non si snaturi troppo quello che è il significato della maggiore competizione FIFA, non solo dal punto di vista sportivo. Anche sul piano economico i Campionati del mondo hanno sempre rappresentato un’opportunità per quei territori desiderosi di compiere il salto definitivo tra le potenze, come il Brasile nel 2014, o per quelli che volevano emergere con un’immagine rinnovata e moderna, si pensi al Sudafrica nel 2010 o alla Russia nel 2018. E’ probabile perciò che a tutti i sovranisti venga da storcere il naso per questa trovata delle federazioni, soprattutto se essa diventerà così frequente come crediamo, in quanto il bottino degli incassi verrebbe sistematicamente ridotto per ciascuno degli stati coinvolti.

Come sappiamo, lo sport è spesso stato uno strumento di aggregazione tra i popoli, e chissà che proprio in questo modo non possa tornare a diventarlo, accrescendo la fiducia generale nel multilateralismo della società internazionale.

Un lato positivo delle organizzazioni multiple risiede nel fatto che spesso l’ottica nazionale di manifestazioni del genere è stata esasperata, tanto da diventare un palcoscenico per la propaganda delle dittature, come nei due mondiali degli anni Trenta, in quello del ’78 e nelle Olimpiadi di Berlino del 36.

I dubbi permangono invece sui motivi che abbiano spinto le federazioni nazionali, oltre che la FIFA e la UEFA, a muoversi in questo senso. Si tratta di una semplice necessità di contenere i rischi di un possibile fallimento, o magari di trovare una soluzione che coinvolga l’intero sistema per allontanare i rischi mediatici dello scoppio di nuovi scandali legati alle assegnazioni?

Questi ultimi sono stati centrali nella storia recente, a partire da quelli che hanno costretto l’ex presidente Blatter alle dimissioni, arrivando a quelli riguardanti il mondiale 2022 in Qatar, passando per quelli che avrebbero riguardato l’Azerbaigian.

A prescindere da quelle che siano le finalità, ciò che bisogna tenere a mente è che le candidature congiunte rappresentano comunque una grossa opportunità di collaborazione per gli stati, non meno importante di quella che riguarda altri settori dell’economia o dell’industria, e che perciò possono essere un banco di prova per verificare lo stato di salute di un mondo, quello delle relazioni e istituzioni internazionali, offuscato dal sovranismo.

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