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A modo suo: “El Trinche” Carlovich

A modo suo: “El Trinche” Carlovich

L’8 maggio 2020 ci salutava, vittima di una rapina, “El Trinche” Carlovich, iconico giocatore argentino che ha sempre preso il calcio, e la vita, a modo suo. Vi raccontiamo la sua leggendaria storia.

– Semplicemente, il calcio professionistico ad alti livelli lo annoiava e preferiva giocare a suo modo e dove voleva lui –
Luis Cesar Menotti

Fatti prestare i lineamenti da Emir Kusturica e poi convinci il destino a farti nascere dall’altra parte di ogni mare che ti possa venire in mente. Gli emigranti hanno sempre qualche colonna d’Ercole da oltrepassare, fossero anche un paio da trafiggere con un tunnel, al quale ti chiama il tuo modo di essere, prima ancora di esserci; prima che lo invochi la gente, da gradoni di cemento troppo alti, dove picchia lo stesso sole del quartiere da cui non vale la pena allontanarti, neppure per diventare ricco e tanto più celebre; nemmeno per soffiare via la polvere che si alza a ogni contrasto, su qualche campo di una provincia impronunciabile, dove colonne di fumo profumato si alzano dalle griglie dell’asado, non troppo distante dai calci che ti braccano le caviglie.

C’è un Adriatico levantino da salutare, ancora prima di nascere, nel futuro che il padre di Tomàs Felipe Carlovich, pronunciato Carlòvich, aveva deciso di chiudere in una valigia, per salutare da un bastimento il cielo croato; il figlio quel futuro se lo sarebbe cucito addosso a modo inimitabilmente suo, laddove nessun altro avrebbe saputo indossarlo.

Il miraggio dell’Argentina, di una prima metà di novecento dove l’altro mondo era altro davvero, ancora nuovo di zecca e prodigo di possibilità: se non altre, quelle da immaginare.

Cos’è un luogo dell’anima? Chiedi alla polvere, ancora, come in quel celebre romanzo: che quando si solleva, dopo una finta, rende ancora più lontana Buenos Aires, senza il bisogno di dover scegliere tra la banda trasversale di un River arcigno e borghese e la fascia orizzontale di un Boca meticcio e dal blasone popolare. Rinunciando a scegliere, anzi; per seguire la corrente di ciò che si è, come hanno sempre fatto le trote del Paranà, che per fermarsi a pescarle vale forse la pena di rinunciare a un raduno della nazionale. Ha tutto per essere una leggenda, quest’ultima, non metropolitana per scelta; ma se non fosse vera non sarebbe venuta così bene. E allora te ne torni a Rosario, che è già un cerchio troppo ampio e ti chiediamo scusa: al barrio de La Tablada, dove il vino lo fanno sempre meglio e dove gli amici con cui brindare son rimasti tutti, assieme ai compagni di squadra che sono celebri soltanto oggi, quando vanno a intervistarli e gli chiedono cosa abbia significato giocare con te.

Il pallone è il giocattolo, l’unico, che riesce a fregare ogni bambino ricco; il ragazzo dal cognome straniero ha un talento che è subito “oltre”: oltre l’andatura caracollante, oltre le movenze a volte scomposte, oltre l’indolenza con cui affronta la parte atletica; dategli il pallone e una qualche possibilità di camparci anche da grandi e sarà la sua idea prediletta di successo, il suo concetto di affermazione. Cominciano presto a pensarlo ribelle, anarchico, anticonformista, lui che vuole semplicemente sentirsi libero: per sé, per il suo modo di giocare, di coccolare la palla, di portarsela appresso come una cagnetta docile. Un po’ Redondo, un po’ Riquelme: le similitudini di chi oggi continua a provare a descriverlo, con gli occhi sognanti di chi sa già che non riuscirà a rendere l’idea.

Ha cominciato col Rosario Central, dove a un certo punto è anche tornato; ha vestito la maglia del Colón de Santa Fe: per il senso comune, per la saggezza degli altri, il preludio a casacche ancora più importanti, in patria come all’estero: tutte valigie dove non ci sarebbe stato posto per il suo personale concetto di felicità: – Il più bel regalo che il calcio mi ha dato sono il Central Córdoba e l’Independiente Rivadavia. Io li definirei i due amori della mia vita. In entrambe le squadre ho giocato i migliori anni della mia carriera, che è durata in tutto 16 anni come professionista. Con il ‘Charrúas’ ho ottenuto due campionati di seconda divisione, nel 1973 e nel 1982. Gli amministratori del club mi hanno pagato un bonus speciale per i tunnel e un doppio bonus con un doppio tunnel –. Doble caño: sembra il passo virtuoso di un tango di periferia, invece è il tunnel ripetuto, che Carlovich esegue una prima volta con l’esterno e poi rifinisce dall’altro lato in modo più tradizionale; sempre per far divertire la gente, mai per irridere il malcapitato che non trova né ritrova la palla.

Lo sanno tutti cosa accadde prima del Mondiale del 1974, quando “El Polaco” Vladislao Cap, commissario tecnico dell’Argentina, provò la sua nazionale contro una selezione di giocatori militanti nei club dell’area rosarina, a cominciare da Mario Kempes. Con il numero cinque, un solo giocatore di seconda divisione: Carlovich, troppo ispirato quel giorno per non mancare di rispetto al Polaco e all’Albiceleste che avrebbe disputato la Coppa del mondo in Germania.
– Togliete quel cinque, per favore… -: lo tolsero, all’inizio della ripresa, con l’Argentina che era già sotto di tre e che mise poi a segno il gol della bandiera.

Alla fine della lunga parentesi europea e all’inizio di una delle sue tante rinascite, nel 1993 un appesantito Diego Maradona approdò per qualche mese al Newell’s Old Boys, altro club di Rosario. Un cronista lo accolse dicendogli, raggiante, che la città tutta doveva essere orgogliosa per il fatto che il più grande di tutti era venuto a giocarci. Per tutta risposta, a Maradona venne naturale una puntualizzazione:

– Il più grande ha già giocato qua: era “El Trinche” Carlovich –.

“El Trinche”, già: che vorrà mai dire quel soprannome? Forse una trovata di un amico d’infanzia, forse altro. Germogliato per caso, come le ginestre che abbagliano la vista col loro colore e a cui nessuno può insegnare la zolla giusta dove stare più comode con le loro radici; o come il talento, che quelli che se lo ritrovano addosso non hanno fatto nulla per meritarlo e che possono soltanto scegliere come regalarlo agli altri. “El Trinche” Carlovich avrebbe potuto portarlo a spasso per il mondo, ma non avrebbe avuto il suo fiume, il suo barrio, il bicchiere da riempire agli amici: – A un certo punto arrivarono offerte per me dalla Francia e anche dagli Stati Uniti che probabilmente mi avrebbero cambiato la vita economicamente; per me però giocare nel Central Cordoba era come giocare nel Real Madrid -.

Ecco perché, fino alla scorso anno, a invecchiare è stata soltanto l’anagrafe di Tomàs Felipe Carlovich, che viveva ancora sereno, a Rosario. Fino allo scorso anno, perché quella serenità è stata violata dall’agguato di un gruppo di balordi che voleva rubargli la bicicletta, pestandolo a morte e portandocelo via per sempre. Ma non passerà mai la suggestione che il vento di quando in quando soffia in qualche angolo della città, dove il calcio è un’idea così distante dai fasti di Buenos Aires e dove i ragazzini di tanti anni fa ancora ricordano la trepidazione con cui varcavano i cancelli del “Gabino Sosa”, dopo aver messo insieme i soldi per un biglietto dal costo maggiorato, perché – Esta noche juega El Trinche -.

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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