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Moacir Barbosa, un passo di troppo a lato del destino

Moacir Barbosa, un passo di troppo a lato del destino

– Con una sola papera il portiere rovina una partita o perde un campionato, e allora il pubblico dimentica immediatamente tutte le prodezze e lo condanna alla disgrazia eterna. La maledizione lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni.Eduardo Galeano

Devi affrontare l’odio di un paese intero, ma non sei un politico corrotto e nemmeno un criminale. Però hai fatto piangere più gente dell’uno e dell’altro. Forse è per questo che il popolo sceglie sempre Barabba: per poter sacrificare sull’altare dell’odio chi non sa come difendersi.

Forse è vero che la vita di un uomo dipende dai passi che compie; non necessariamente in avanti, perché altrimenti la vita sarebbe più semplice, più lineare il destino. A te ne sarebbe bastato uno di lato, alla tua sinistra, facendo la cosa teoricamente sbagliata, praticamente giusta. Son tutti bravi, dopo. Quel “dopo” può durare mezzo secolo, come una cicatrice che col suo tratto biancastro e livido ricorda sempre a tutti che ci sono un prima e un dopo rispetto a qualcosa; che quello che eri non potrai più essere, non del tutto: perché è cambiato per sempre lo sguardo degli altri nei tuoi confronti e alla fine, quando resti davanti allo specchio, te ne convinci pure tu, come se di fronte non ci fosse più lo stesso te di prima; come se il sorriso fosse una portata troppo proibitiva da indicare nel menu dei giorni che verranno.

Il 16 luglio del 1950 Moacir Barbosa, ginocchiere chiare e guanti scuri, entra al Maracaná come un re, assieme a dieci compagni, con la fanfara, non per via di metafora; con le danzatrici e con un muro di folla in preda a un festeggiamento compulsivo, che non può contemplare l’attesa, che considera il risultato soltanto una variabile numerica smarrita all’interno della cifra dei presenti allo stadio. Lo stadio, già, che trabocca come un frutto tropicale maturo, dalla polpa morbida e gonfia che sta già lacerando la buccia. Come undici marziani che vestono un celeste pallido, Varela e gli altri giocatori dell’Uruguay entrano guardando in alto e guardandosi attorno: più o meno quattrocentomila pupille riflettono la loro postura leggermente curva da vittime sacrificali. In mezzo c’è questa finale che finale non è, trattandosi soltanto dell’ultima partita del girone, come prevede la formula del Mondiale 1950. E questo ostacolo alto come una siepe, ché al Brasile basta anche il pareggio, anche se giocare per pareggiare non sa.

È storia nota, quella riassunta dal tabellino di quel pomeriggio, con il primo tempo che Ademir, Zizinho e compagni trascorrono nella metà campo della Celeste, come una lunga sequela di brindisi in attesa che arrivi la vivanda del vantaggio brasiliano. Un intervallo di canti e balli sulle tribune per poi assistere al gol di Friaça, due minuti dopo l’inizio della ripresa; due giri di lancetta dell’orologio con incisa la scritta “Campeão do mundo” che la federazione ha già fatto recapitare a ogni giocatore. Sbocciano nuvole fragorose di mortaretti che esplodono in vari settori del Maracaná. La festa, già cominciata da giorni, ora deflagra come se avesse già acquisito il crisma dell’ufficialità. L’euforia è così trascinante da non accusare altro che qualche istante di incredulità, quando Schiaffino scaraventa l’uno a uno dell’Uruguay sotto la traversa. Quel velo d’inquietudine che si deposita sullo stadio è percepibile, apparentemente, quanto il pulviscolo che viene investito da uno spiraglio luminoso. Come quel varco che, sempre più insistentemente, Alcide Ghiggia si ricava sul lato sinistro della retroguardia brasiliana, ai danni di Bigode, che non riesce ad arginarlo. Anche perché il Brasile continua a spingere per segnare, come se non potesse permettersi di amministrare palla e risultato; come se non volesse mancare di rispetto alla più autentica delle sue anime.

Ghiggia si presenta una volta ancora sulla fascia mancina, al minuto 79. Sembra puntare verso il centro, perché nel cuore dell’area sono già presenti tanti dei suoi. Barbosa fa la cosa giusta, ancora una volta, perché si sposta verso il centro della porta, con gli occhi che cercano Schiaffino e gli altri celesti appostati nei pressi. Ghiggia probabilmente fa la cosa sbagliata, una perlomeno: o sbaglia il passaggio verso il centro dell’area, oppure cicca il tiro verso il primo palo, colpendo troppo debolmente la sfera. Di chi è la colpa allora? È del calcio stesso, la più ingannevole delle puttane: ballonzola tra il palo e il piede sinistro di Barbosa, che giurerà di non aver mai sentito nemmeno il fremito della rete, la palla. Con quel passo di lato e quel palo lasciato orfano l’uomo è come se avesse calpestato tutto il destino a cui avrebbe avuto diritto.

Quando calcia via la sfera dal fondo del sacco non può sapere che l’espressione che ha in viso sarà quella che gli attribuiranno per sempre. Ricordandosi e ricordandogli, a quel punto, anche il colore della sua pelle: quella del Brasile che sarebbe una terra senza razzismo è una favola ancora oggi, figurarsi all’inizio degli anni cinquanta. O qualche anno prima, quando Barbosa era soltanto una promessa del Vasco da Gama e in quel salone da barbiere gli dissero che non avrebbero messo le mani in testa a un nero nemmeno per tutto l’oro del mondo.

Al fischio finale, quando l’impossibile diventa cronaca, col presagio di stare già diventando storia, tutti scoprono di avere messo in conto tutto: gli infarti sugli spalti, il lutto nazionale, l’ondata dei suicidi, incredibile e credibile al contempo. Tutti, tranne i componenti della banda che non possiede lo spartito dell’inno uruguaiano, l’incredulo capitano della Celeste Varela quando gli consegnano la Coppa e l’uomo con le ginocchiere bianche e i guanti di pelle scura, che ancora crede che sarà considerato uno dei colpevoli, ma non può sapere che verrano perdonati Ademir e Zizinho anche se non hanno segnato, o Bigode che non ha mai preso Ghiggia. Non può sapere che qualche decennio dopo, in un supermercato, sentirà una signora sussurrare alla sua bambina: – Quello è l’uomo che ha fatto piangere tutto il Brasile -. Non può sapere che Carlos Alberto Parreira, il CT dei verdeoro al Mondiale del ‘94, farà in modo di non farlo entrare in ritiro, salvo poi giustificarsi dicendo di averlo fatto per non metterlo in imbarazzo.

Aveva vinto molto, col Vasco, prima di quel Mondiale del ‘50; tornerà a vincere dopo; sarà anche giudicato miglior portiere di quella edizione della Coppa Rimet, ma è come se tutti questi dati, questi numeri, facessero parte di un universo parallelo in cui ogni uomo viene giudicato per ciò che è realmente, non per quello che gli altri hanno deciso un giorno che debba incarnare a vita. Tutti gli altri, nel suo caso. Quelli che avrebbero scordato, alla lunga, persino i delitti di un assassino o le malefatte di un politico. Per un passo di troppo lontano dal palo alla sua sinistra.

Quando quei pali, quadrati, li sostituirono con quelli tondi, vollero regalarglieli, quasi come una specie di risarcimento, o una beffa sottile a rammentargli l’onta. Chissà. Sta di fatto che lui se li portò a casa e decise di bruciarli affinché alimentassero la brace per un churrasco. Chissà che sapore doveva avere quella carne. Forse soltanto meno amaro della sentenza con cui, qualche mese prima di andarsene, nell’aprile del 2000, Moacir Barbosa Nascimento rileggeva tutta la sua vita dal 16 luglio del ‘50 in poi: – In Brasile la pena massima è di trent’anni, ma io sto pagandone cinquanta per un crimine mai commesso. –

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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