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Miodrag Belodedić, libero alla frontiera

Miodrag Belodedić, libero alla frontiera

L’unica certezza era il Danubio.

Sentenza e dato di fatto al tempo stesso, lo scorrere del grande fiume che annega, quando lo incrocia lungo il suo corso, qualsiasi confine. E se tutti avessero la sua inesorabile saggezza, i popoli si incontrerebbero senza mai scontrarsi, le culture si passerebbero semplicemente il testimone. Non è un libro di Claudio Magris, ma è comunque l’inizio di una storia che comincia in quei territori a lui cari; per lui sacri.

E se nasci a Socol, a metà degli anni sessanta, nemmeno tu riesci a stabilire bene quali siano i tuoi reali confini: fino a dove si estenda l’ultima landa di persistenza rumena; dove si cominci a sentire il primo vagito jugoslavo.

A complicare le cose, o ad arricchirle, come direbbe Magris, ci si è messo l’amore fra i tuoi genitori: rumena tua madre, tuo padre serbo. Sei Belodedić all’anagrafe, in effetti, un punto a favore del ceppo slavo. Belodedici saresti sempre stato nelle liste della formazione titolare della Steaua di Bucarest, con quell’ultima vocale come avamposto neolatino nel cuore dell’est.

Come tifoso non hai avuto dubbi nemmeno da bambino: la Stella Rossa di Belgrado come prosecuzione ideale del cordone appena reciso. Come calciatore, hai sistemato le cose in modo tale da non far dispiacere né mamma, né papà: una Coppa dei Campioni con la Steaua, vinta a Siviglia contro il Barcellona, ai calci di rigore; l’altra con la Stella Rossa, a Bari nel 1991, contro l’Olympique Marsiglia, ancora ai rigori, con una Jugoslavia già in dissoluzione. Come se in entrambi i casi fossi sempre dovuto arrivare al limite di qualcosa, per capire dove esattamente si trovasse il confine. Con lo scarto di quella vocale in più o in meno, con quell’identità quasi incerta, malvista dal dittatore, Nicolae Ceausescu e ancora meno dal più sulfureo dei suoi rampolli, Nicu, ancora più ostinato del padre nel non tollerare che tra le stelle della nazionale e della squadra più vicina al governo ci fosse un campione di lingua slava.

Perché ti stiamo dando del tu? Perché ci immedesimiamo nelle storie; anche nelle varianti che avrebbero potuto avere, se pensiamo a quanto furono vicini al tuo acquisto la Sampdoria di Paolo Mantovani e il Napoli di Corrado Ferlaino, nella Serie A più ricca che si ricordi.

E anche perché l’una e l’altra riva del Danubio si sono godute la tua grandezza di giocatore, di interprete del ruolo di libero già non più nella maniera tradizionale, ma evolvente verso la fisionomia del vero e proprio regista difensivo: per il senso della posizione, per la capacità di registrare il reparto, per il pregio che evidenziavi nel trattare la palla, quando eri il primo a impostare. Costruzione dal basso, direbbe oggi più di qualcuno. Per dire della tua qualità e dell’unica soglia di paragone accettabile, ci basta ricordare che fino alla metà degli anni novanta ti hanno paragonato a Franco Baresi. E anche tu, del resto, hai vissuto l’amarezza di fallire, in nazionale, il rigore che ti sarebbe rimasto sulla coscienza di calciatore per tutta la vita: USA ‘94, quarti di finale contro la Svezia; hai calciato bene e con la precisione consueta, ma lo svedese Ravelli, quello che ha il cognome italiano, è lungo lungo, fino alla punta dei guanti.

E poi quella storia, che come tutte quelle davvero straordinarie non può che essere vera, di quando facesti in modo di varcare il confine tra la Romania e quella che allora era ancora la Jugoslavia; illegalmente, assieme a tua a madre e a tua sorella, il 23 dicembre del 1988. Con la differenza che il passaggio delle due donne della tua famiglia qualcuno alla frontiera lo aveva registrato, il tuo no. Perché non è da lì che passasti. Perché ti imbarcasti su una specie di zattera, navigando lungo il Danubio, sborsando chissà quanti soldi al traghettatore. Non tutti, però: ti lasciasti quelli per un biglietto di tribuna per il Marakana di Belgrado, raggiunto in autostop, dove avresti incontrato i dirigenti, increduli, della Stella Rossa. Increduli: chi, del resto, ci avrebbe creduto? Come per tutte le storie di frontiera.

E non avevi finito di girare, di reinventare vita e carriera, anche perché nel frattempo la Storia, quella con la maiuscola che non ha tempo per pensare al destino degli individui, frantumava quell’idea di Jugoslavia che il carisma di Tito aveva aggregato e compattato per decenni. La diaspora di quella leggendaria Stella Rossa: sparsi per l’Europa Jugović, Pancev, Prosinečki, Mihajlović e tu, che andasti in Spagna: Valencia, Valladolid, Villareal. Poi, anche l’Atlante, in Messico.

Alla fine, come fanno i salmoni dopo aver tanto sfidato le correnti, sei tornato alla Steaua: senza più dittature, senza funzionari di regime nel pullman prima di una trasferta, senza preclusioni per i “mezzosangue” che erano stati jugoslavi.

Chissà che fine ha fatto quella zattera, nel frattempo? Per un attimo ancora ci piace immaginarti lì sopra, con una Coppa dei Campioni che luccica su una sponda, l’altra sulla riva opposta del Danubio. Con quella vocale ballerina che annega e poi riemerge, a seconda di dove si pronunci il tuo cognome, nella lista delle formazioni. E con tutte le cicatrici della Storia, ancora ben visibili lungo il corso del grande fiume. Proprio come in un libro di Claudio Magris: questo racconto è dedicato anche a lui.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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