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Minuto 72, una barriera troppo vicina

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Minuto 72, una barriera troppo vicina

Trovare le parole, in così poco spazio? Tra la pioggia che scivolava sulla palla e la barriera della Juve che arrivava fin sotto al muso? So già che non sarà possibile; lo so prima, come lo sapeva Eraldo Pecci, quando stava per appoggiare il pallone. Però non sapeva come dirglielo, per convincerlo che non ne sarebbe valsa la pena. 

Perché un attimo prima non si riusciva a immaginarlo; un istante dopo non eravamo all’altezza di raccontarlo.

Solo Napoli sembrava saperlo; come se l’avesse sempre saputo. Anche sotto la fungaia degli ombrelli, che la prima domenica di novembre aveva soffiato via lo scirocco tutto assieme, alzandosi il bavero dell’orgoglio. Non stava cambiando da solo, il tempo; era arrivato chi lo avrebbe cambiato. 

Napoli raramente si fida; quando sceglie di farlo, si affida addirittura. Anche quando il fango ha quasi divorato l’erba; quando la palla sembra iniziare a sprofondare sul terreno molle, come una testa sul cuscino.

La palla, già. Chissà perché in Sudamerica l’hanno sempre chiamata al femminile: a bola, la bala…forse perché il pallone è l’attrezzo indispensabile al gioco, ma la palla è quella che determina il destino: madre e figlia al tempo stesso, che ti ha visto nascere e sarà ancora lì quando il tuo tempo sarà finito; nonna per ricordarti chi sei sempre stato. La palla è femmina perché in qualche modo la sa più lunga di te, che pensi di sapere tutto di lei. E in mezzo c’è sempre la vita, imperfetta come i rimbalzi irregolari quando i tacchetti hanno seminato cicatrici; un po’ terra di nessuno, come i calci di punizione a due in area che si concedevano una volta; in un’orgia di difensori che sembrano volerla soffocare, quella palla e lei che tenta di scappare dalla finestra.

Lo stadio San Paolo sputa gli ultimi bruscolini in un colpo di tosse improvvisa, che forse la giacca oggi era troppo leggera. O forse è soltanto la delusione per il tempo che se n’è andato, nebulizzando gocce e minuti precipitati nella fanghiglia; già ventisette nel corso del secondo tempo, acido lattico e bestemmie; cartellini di ogni colore, punteggiatura della tensione.

Punizione a due in area per il Napoli, dopo l’ennesimo fallo su Daniel Bertoni. Così lontano, così vicino. Troppo, righe bianconere a sigillare un orizzonte di porta che non si vede. Forse solo l’aria umida sparge profumo di un incrocio dei pali. Forse solo Napoli può sperare di vedere sciogliersi il sangue rappreso di uno zero a zero. 

Però le parole adesso non possono più nulla: ce ne vorrebbero di inedite, appositamente coniate per riprodurre il sibilo dell’aria tra le dita aperte dei guanti di Tacconi.

Date un compasso in mano a un bambino, e un foglio bianco. Gli basterà ruotare il polso perché la china imprima una mezzaluna perfetta sulla carta, grazie alla sua manina; perché se il piede è maschio, femmina è la piccola mano che la natura ha cucito sotto una caviglia sinistra. 

Si apre la gamba, come quella di una puttana virtuosa, di un equilibrista che il filo non abbia più bisogno di vederlo, o di un Nureyev meticcio appena prima che il cigno muoia. 

Aveva chiesto la linea per tempo, Enrico Ameri, inimitabile nel timbro metallico; scettico come tutti, come Pecci quando si sente chiedere il passaggio corto, coi giri contati, quasi addosso ai parastinchi di Bonini, di Favero, di Gaetano Scirea. Non è una barriera: sembra un accerchiamento.

Perché dal passato siamo passati al presente? Perché la palla è ancora lì, ogni volta che lo rivediamo; docile nell’apparire innocua, proprio per questo luciferina, un istante dopo. 

Date un compasso in mano a un bambino, sopra un foglio bianco. E qualcuno si accontenterà di chiamarlo calcio di punizione. 

Gol.

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Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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