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Da Michael Jordan a Harvey Specter: quando si possono tollerare i “toxic worker”

Da Micheal Jordan a Harvey Specter: quando si possono tollerare i “toxic worker”

La serie televisiva trasmessa da Netflix che ha esposto alla visione di appassionati e semplici curiosi la vita di una superstar assoluta, non solo del basket, come Michael Jordan, ha originato innumerevoli commenti, valutazioni, digressioni. Perfino un giornale autorevole come il New York Times ha trovato il modo per riflettere su The Last Dance per porre in rilievo un aspetto particolare della personalità di Micheal Jordan: quello della sua leadership. Già, perché nelle puntate della serie televisiva, quello che emerge senza ombra di dubbio è il fatto che l’asso dei Chicago Bulls si comportava coi suoi compagni seguendo l’approccio tipico di quella categoria che nel gergo dei professionisti delle risorse umane viene classificato come “toxic worker”.

Per chi non abbia dimestichezza con quel termine, esso viene utilizzato per indicare quelle persone che, coi propri collaboratori, si comportano senza avere il minimo rispetto della loro sensibilità individuale, talvolta anche della loro dignità. Gente che non si fa problemi a urlare contro i propri colleghi, talvolta anche insultandoli, trattandoli come esseri inferiori, mobbizzandoli, considerandoli apertamente degli inetti. In qualche maniera comportamenti che Michael Jordan aveva verso i suoi compagni. “Ti farò sentire ridicolo – dice a uno di loro – fino a quando non arriverai al mio livello. E se non ci arriverai, per te sarà l’inferno”. Forme di minacce, accuse, forzature dialettiche che, nella sue intenzioni, avevano lo scopo di spingere i compagni ad arrivare a esprimere il massimo del loro potenziale.

Uno stile di leadership che molti studi hanno ritenuto dannoso per un ambiente di lavoro, arrivando a dimostrare che, per quanto iperperformante, un leader con queste caratteristiche, nel lungo periodo, crea più danni che vantaggi all’organizzazione per cui lavora. Disponibilità al sacrificio, creatività, senso di appartenenza dei collaboratori vengono duramente erosi da atteggiamenti “tossici” tanto da influire sui risultati positivi che un team deve ottenere. Su questo punto, nella maggior parte dei casi pienamente condivisibile, il NYT innesta però una considerazione di Dylan Minor, assistente professore aggiunto presso la Anderson School of Management dell’Università della California: comportamenti intollerabili in un ambiente possono essere accettati o addirittura stimati in un altro. Come?


Proviamo a prendere, ad esempio, un’altra serie televisiva di successo trasmessa sempre da Netflix: Suits. Qui, in uno dei più grandi studi legali di Manhattan, lavorano fior di avvocati come Harvey Specter (in gergo sportivo potremmo considerarlo un top player) che quotidianamente lottano senza esclusione di colpi per vincere cause, distruggere avversari dei propri clienti, raggiungere successo e prestigio. Ogni giorno diventa una battaglia feroce da combattere senza esclusione di colpi che comporta sacrifici e prezzi alti da pagare in termini di benessere psicofisico e relazioni affettive. Anche in questo contesto l’ambiente è spesso “tossico”. Insulti e litigi tra Specter e i colleghi sono all’ordine del giorno, talvolta anche a fini di mera competizione individuale, nella maggior parte dei casi affinchè lo studio riesca a raggiungere il suo obiettivo principe: la vittoria. Non è un caso, forse, che proprio Michael Jordan sia uno dei migliori clienti di Specter.

Lesson learned: nei contesti dove si compete ai massimi livelli e perdere non viene considerata un’opzione, comportamenti come quelli posti in essere da Michael Jordan possono risultare lo stimolo adeguato per mantenere alta la concentrazione, stabilire obiettivi sempre più sfidanti e portare la squadra, di conseguenza, al successo. Di fatto quanto sostiene anche B.J. Armstrong, uno dei compagni di squadra di Jordan, quando, riguardo agli atteggiamenti del campione, dice: «Non c’erano secondi fini, l’unico scopo era vincere. E se l’unica cosa che ti interessava era la vittoria, quello era il miglior ambiente di lavoro possibile».

Al di là delle valutazioni sull’efficacia nel lungo periodo di uno stile di leadership così tratteggiato, la conclusione alla quale arriva il NYT è semplice e sicuramente condivisibile: se sei professionalmente un top performer, un comportamento “tossico” te lo puoi permettere per i risultati che produci, dei quali beneficiano sia il titolare dell’organizzazione per cui lavori che i tuoi stessi colleghi che, in ragione del successo condiviso, sono disponibili ad accettare atteggiamenti di norma da biasimare. E’ la via per assolvere Michael Jordan e i “toxic worker” come lui. Sempre che siano dei fuoriclasse.

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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