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Messico 1970, il Brasile degli alieni si porta a casa la Coppa Rimet

Il 21 giugno 1970 il Brasile dei fenomeni si impone sull’Italia, conquistando e portandosi a casa la Coppa Rimet. Riviviamo i fatti più salienti e le curiosità più strane del Mondiale di Messico 1970.

Un anno prima del mondiale in Messico l’uomo rompe la barriera del sogno mettendo per la rima volta il piede sulla Luna: Neil Armstrong e Buzz Aldrin compiono un gesto che significa meraviglia per il mondo intero. La conquista dello spazio e l’affollarsi dei cieli sono il motivo dominante dei giorni a cavallo tra due decenni che si passano il testimone della storia tra l’Apollo 11 e il Concorde, aereo supersonico che il 25 marzo 1970 spicca il suo primo volo commerciale. Let it be cantano per l’ultima volta i Beatles insieme a poco più di venti giorni dall’inizio del campionato del mondo che si disputa sulle alture messicane: circostanza non indifferente per chi deve fare sport, viste le dinamiche alterate che comporta per il fisico uno sforzo sostenuto a duemila metri di altezza e più. Il paese centroamericano aveva fatto due anni prima le prove generali per organizzare una competizione planetaria ospitando le Olimpiadi, un’esperienza servita per poter garantire uno svolgimento ottimale anche per la maggiore delle kermesse calcistiche.

In Messico ci arrivano tutte e tre le squadre che hanno già vinto due mondiali: Uruguay, Italia e Brasile. Chi di loro dovesse vincere, si aggiudicherebbe definitivamente la Coppa Rimet. E’ l’ultima coppa del mondo per Edson Arantes do Nascimiento, stella nera esplosa dodici anni prima in Svezia e ancora presente per chiudere da vincitore un ciclo che impone il Brasile come patria del miglior calcio globale. Arriva preparato, rigenerato nel corpo che, dopo i brutti colpi subiti nel 1962 e in Inghilterra quattro anni prima, taluni davano per logoro. Considerazione che di certo non può sottoscrivere Tarcisio Burgnich quando lo vede alzato di mezzo metro sulle proprie spalle dopo un terzo tempo che merita il gol iniziale della finale.
L’Inghilterra campione in carica, infastidita dalla vicenda Moore trattata qui di seguito, si ferma ai quarti di finale proprio per mano dei tedeschi che, dopo la beffa del gol fantasma di Hurst nel 1966, si prendono una piccola rivincita rimontando lo 0-2 iniziale ed eliminando gli inglesi nei tempi supplementari.

L’Italia, partita senza grandi illusioni, si trova a contendere il terzo titolo mondiale a una selezione verde-oro tra le più forti di sempre. Arriva in finale dopo aver giocato la partita del secolo, quell’Italia-Germania 4-3 che rappresenta una delle pagine migliori mai scritte nella storia del calcio, ancora oggi celebrata da una targa commemorativa apposta all’esterno dello stadio Azteca di Città del Messico e spunto per numerose rappresentazioni letterarie e cinematografiche.
Alla fine, con pieno merito, la spuntano Pelè e compagni, portando definitivamente a casa quella Coppa Rimet che da quel 1970 in poi nessuno potrà più ambire ad alzare al cielo.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati del Mondiale di Messico 1970.

LE CURIOSITA’

La novità dei cambi e i sei minuti di Rivera

Nel mondiale messicano fu possibile per la prima volta ricorrere alle sostituzioni. Il regolamento consentiva alle squadre di ricorrere a due uomini della panchina nel corso della partita per dare il cambio agli eventuali infortunati o, più semplicemente, per modificare l’assetto tattico o la brillantezza della squadra. Una novità utilissima soprattutto alle altitudini messicane, dove l’aria rarefatta rendeva più difficile la respirazione e il recupero dagli sforzi intensi e prolungati. Una curiosità a tutt’oggi mai spiegata fu l’utilizzo che ne fece il nostro CT Valcareggi nella finale giocata contro il Brasile: a sei minuti dalla fine, a risultato ormai acquisito per i verde-oro, Rivera entrò in campo al posto di Boninsegna. Sei minuti che, almeno in Italia, sono ricordati più della finale stessa per la loro difficoltà ad essere interpretati.

Il Brasile come la Corea

E’ sorprendente, a volte, come il pubblico vive le avventure sportive dei propri beniamini. Partita con poco credito (come rivela Mazzola nell’intervista alla fine di questo episodio di Road to World Cup, la FIGC aveva già prenotato i voli del ritorno in patria alla fine del girone eliminatorio), la nazionale aveva gradualmente raggiunto condizione e risultati battendo i padroni di casa e la Germania Ovest vicecampione del mondo nell’epica semifinale dell’Azteca. Piegata solo in finale dal Brasile di Pelè, al rientro in Italia la compagine azzurra non si aspettava di certo la folla arrabbiata che la attendeva a Roma. Valcareggi trovò rifugio dalla contestazione in un hangar dell’aeroporto di Fiumicino, presso il quale improvvisò una conferenza stampa. La sconfitta in finale col Brasile aveva avuto le stesse conseguenze dell’eliminazione al primo turno conseguita per mano della Corea quattro anni prima: le follie del calcio!

Tanto rumore per nulla

Vigilia del mondiale travagliata per Bobby Moore che, durante la permanenza in Colombia della nazionale inglese nel periodo pre-mondiale, venne accusato di aver rubato un braccialetto prezioso nella boutique del Tequendama Hotel di Bogotà. La storia, che si andò complicando col passare dei giorni, portò addirittura Moore a non poter partire per il Messico insieme alla squadra per via di questo episodio. Un incidente diplomatico che si risolse con la promessa che il giocatore britannico si sarebbe presentato all’ambasciata colombiana a Londra qualora le indagini lo avessero reso necessario. L’inchiesta, protrattasi per cinque anni, portò a un nulla di fatto.

Cronisti atipici

Tra i giornalisti che seguivano le vicende del mondiale 1970 vi era anche Nico Rijnders, che sicuramente di calcio ne sapeva più di molti colleghi essendo un centrocampista dell’Ajax di Cruijff, capace di collezionare anche otto presenze con la nazionale olandese. Nonostante all’epoca fosse nel pieno della carriera, Rijnders stava comunque pensando alla sua vita professionale una volta appesi gli scarpini al fatidico chiodo. Preoccupazione che, col senno di poi, fu purtroppo inutile: costretto ad abbandonare anzitempo il calcio per una cardiopatia congenita, Rijnders morì nel 1976 che non aveva ancora compiuto ventinove anni.

Evasione

Fuga in grande stile per ventitrè detenuti del carcere di Tixtla, cittadina dello Stato di Guerrero. Le indagini portano gli inquirenti a capire che l’evasione è stata facilitata dalla poca attenzione delle guardie carcerarie, distratte dalle immagini televisive dell’avvincente semifinale tra Italia e Germania.

LA FINALE

Il 21 giugno 1970, allo stadio Azteca di Città del Messico, Italia e Brasile scendono in campo per vincere il loro terzo titolo mondiale, quello che consentirà di aggiudicarsi definitivamente la Coppa Rimet. Le posizioni di partenza sono diverse: i sudamericani hanno giocato al livello del mare e hanno una qualità media di squadra superiore a quella dell’Italia. Pelè, all’ultima apparizione sul palcoscenico dei mondiali, è deciso a lasciare un segno definitivo che lo possa consacrare come il miglior calciatore di tutti i tempi.
Gli azzurri, dal canto loro, arrivano a questa finale avendo ancora nella mente, ma soprattutto nel fisico, gli stupefacenti centoventi minuti giocati nello stesso stadio non più tardi di quattro giorni prima, del tutto sorpresi di non essere ancora rientrati in Italia. Non che ci sia rassegnazione ma certo tutti pensano che non potrà essere facile vincere quell’ultima partita senza l’aiuto della buona sorte.

Il primo tempo, comunque sia, si chiude sull’1-1: dopo il gol di testa di Pelè al 18°, frutto delle qualità tecnico-atletiche del fuoriclasse brasiliano e dell’imperfetta marcatura alla quale viene assoggettato, l’Italia perviene al pareggio a una decina scarsa di minuti dalla fine della frazione di gioco con un rocambolesco appoggio in rete di Boninsegna. Squadre al riposo sull’1-1, sembra che gli azzurri possano dire la loro. In realtà il secondo tempo scardina questa convinzione: Mazzola, De Sisti, Riva e gli altri subiscono la prepotenza dei gol di Gerson, Jairzinho e Carlos Alberto, che con una staffilata di collo esterno precisa e potente sul secondo palo (gesto tecnico tipico dei terzini brasiliani) affonda definitivamente un’Italia che cede alla stanchezza e alla superiorità degli avversari. Il Brasile è campione del mondo per la terza volta e si porta definitivamente a casa la Coppa Rimet.

I PROTAGONISTI

Pelè – Giunge al culmine in Messico la carriera di Edson Arantes do Nascimiento, che diventa il primo (e finora unico) calciatore ad aver vinto tre mondiali con la propria nazionale. Un giocatore completo come probabilmente non ce ne sono mai stati, capace di giocate individuali e d’ausilio alla squadra in ugual misura e della stessa efficacia, Pelè aveva un’intelligenza calcistica che gli permetteva di decidere al momento giusto se scegliere l’azione personale o il tocco funzionale allo sviluppo di uno schema collettivo. Capace di giocate sublimi con entrambi i piedi, eccelso nel dribbling e nel gioco aereo nonostante non fosse altissimo, aveva anche un’ottima muscolatura e delle capacità aerobiche da centrocampista di movimento. O Rei era nato per giocare a calcio, per farlo nella maniera migliore in assoluto. Le sue partite erano dei saggi divulgativi del gioco e i numeri che raccolgono il suo percorso sui campi sono solo la testimonianza contabile di vent’anni di calcio sublime: 821 incontri ufficiali e 761 gol, tre Coppe del Mondo, sei campionati brasiliani, cinque coppe nazionali, dieci campionati paulisti, due coppe Libertadores e due Intercontinentali sono i risultati migliori di un palmarès più ampio che sgranare ulteriormente nel dettaglio non serve per illustrare le capacità di quello che la FIFA, il CIO e, nel 1999, una giuria formata dai vincitori del Pallone d’Oro hanno dichiarato come Calciatore del Secolo davanti a leggende come Maradona e Cruijff. Per la maggior parte di chi legge resta solo il rammarico di non averlo visto giocare dal vivo.

Gerd Muller – Non aveva la classe e le capacità fuori dall’ordinario di Pelè ma quanto a gol segnati il centravanti della Germania in Messico aveva poco da invidiare alla leggenda brasiliana. Mostruosa la sua media reti: 785 partite ufficiali, 730 gol, di cui 68 in nazionale in appena 62 presenze. Fisicamente era poco atletico, a prima vista tendente al sovrappeso. In area di rigore, però, era micidiale: non avendo specifiche doti tecniche, faceva dell’opportunismo la sua qualità migliore. Si nascondeva nei meandri delle difese per guizzare all’improvviso al posto giusto nel momento migliore per scaraventare la palla in rete. Uno squalo affamato di gol, difficile da marcare proprio per questa sua capacità di colpire inaspettatamente e cogliere di sorpresa i meccanismi difensivi delle squadre avversarie. Il 1970, pur non regalandogli le migliori soddisfazioni con la nazionale, lo fece balzare agli onori delle cronache per il titolo di capocannoniere del mondiale e per il conseguente riconoscimento del Pallone d’Oro. Due anni dopo vinse l’Europeo con la Germania segnando una doppietta in finale mentre nel 1974 diventò campione del mondo siglando la rete del definitivo 2-1 nella partita decisiva contro la meravigliosa Olanda del calcio totale. Quello fu l’ultimo match giocato con la sua nazionale: non ancora trentenne, Muller lasciò la maglia bianca per una “promessa” fatta l’anno prima, quando la Federazione tedesca bloccò, di fatto, il suo trasferimento al Barcellona. Gerd dichiarò di voler spingere la Germania al titolo mondiale per poi lasciarla e fu di parola. Vittima di depressione dopo l’addio al calcio, oggi Muller è costretto a combattere contro il morbo di Alzheimer. 

L’INTERVISTA

Sandro Mazzola fu uno dei calciatori più rappresentativi dell’Italia vicecampione del mondo nel 1970. Coprotagonista con Gianni Rivera della famosa staffetta che riempì le pagine dei giornali dell’epoca, lo abbiamo intervistato per farci raccontare aneddoti e curiosità di quel mondiale in altura.

Mazzola, quando partiste per il Messico avevate coscienza di poter arrivare fino in fondo?

No, assolutamente. Anzi, scoprimmo anche che la Federazione aveva già preso i biglietti per rientrare in Italia alla fine del girone eliminatorio! E questa fu una cosa che ci dette una carica incredibile.

Come pensaste di affrontare il problema dell’altitudine?

Io ebbi la fortuna di fare in precedenza una tournee con l’Inter a Toluca. Lì capii che non si poteva giocare all’italiana, coi lanci lunghi per intenderci, perché poi c’erano dei tempi di recupero troppo lunghi. Non si riusciva a respirare, ti dovevi piegare in due per riprenderti. Io prima del mondiale non ero titolare e l’Italia andò a giocare proprio a Toluca un’amichevole. Nel primo tempo scese in campo la formazione che Valcareggi pensava avrebbe iniziato il mondiale. Eravamo sotto di un gol e io dissi ai miei compagni che sarebbero subentrati con me nella ripresa che non si poteva giocare coi lanci lunghi. Per cui, utilizzando i fraseggi alla brasiliana, nel secondo tempo ribaltammo il risultato. A quel punto l’allenatore pensò di cambiare la squadra. Mi andò bene!

So che questa domanda le è stata fatta tante volte ma trattandosi di Messico 70 gliela devo riproporre: lei e Rivera come vivevate il vostro dualismo?

All’epoca uno dell’Inter e uno del Milan “non potevano” andare d’accordo, non potevano nemmeno fare una passeggiata insieme. Ma era solo quello che si aspettava l’opinione pubblica. In realtà noi soffrivamo questa situazione. Pensi che se volevamo fare due chiacchiere dovevamo nasconderci per evitare che qualcuno ci vedesse. Se un giornalista ci avesse scoperti a parlare insieme, subito sarebbe uscito un titolone sui giornali! Quando eravamo in libera uscita con la nazionale dovevamo addirittura camminare lontani uno dall’altro…

Lei, Rivera, gli altri… sicuramente era una nazionale piena di grandi giocatori. In particolare che parole si sente di spendere per raccontare Gigi Riva?

Gigi era un grande. Noi sapevamo che potevamo giocare chiusi nella nostra metà campo e all’improvviso dare la palla a lui che si sarebbe inventato l’azione risolutiva o il gol. Calciava con una potenza e una precisione che io ho visto raramente anche oggi. E poi sui trenta-quaranta metri era impressionante.

La finale col Brasile: secondo lei c’era un modo per arginare quella squadra, considerando anche il fatto che voi ci arrivaste dopo quell’estenuante partita con la Germania?

Questa è una domanda che tante volte, quando ci ritroviamo, ci facciamo anche noi. Avessimo giocato al livello del mare come loro, probabilmente avremmo avuto altre possibilità, anche se loro erano indubbiamente una grande squadra. Il giorno della finale noi eravamo morti per via della lontananza da casa, dei viaggi e soprattutto per il fatto di aver giocato a quell’altitudine. Non credevamo nemmeno noi di potercela fare anche se per un tempo riuscimmo a tenere in piedi la partita. Ma erano troppo forti.

Dopo tutti questi anni, siete riusciti a dare una spiegazione ai famosi sei minuti di Rivera in quella finale a risultato ormai acquisito?

No, non siamo mai riusciti a capire quella scelta. Quando vidi che Gianni stava per entrare mi preparai ad uscire e quindi andai verso la panchina. L’allenatore si incazzò e mi disse:”Lo dico io chi deve uscire, vai al tuo posto!”. Fu una mossa che non capimmo nemmeno noi. Penso che, tornando indietro, anche Valcareggi cambierebbe quella scelta. Comunque facemmo una grossa impresa perché, lo ripeto, tutti in Italia erano convinti che non avremmo passato il primo turno a causa del problema dell’altitudine.  

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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