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Matthew Le Tissier, una scelta da Dio

Matthew Le Tissier, una scelta da Dio

Strano stadio, il vecchio “The Dell”; trentamila anime di gomiti che si strofinavano uno contro l’altro, nei popolari, quasi fino a far cadere scintille sulla gradinata, assieme alle bucce delle arachidi, alla schiuma di birra che tracimava dai grossi bicchieri di plastica.

E il sole pallido del Sud dell’Inghilterra, che arrossa gli zigomi della gente di mare, sulle guance naturalmente pallide: rosso e bianco, come le righe della casacca del Southampton. Anche per questo, o forse soprattutto per questo Matthew Le Tissier da Guernsey, una volta approdato da quelle parti ha fatto in modo di non andarsene più.

Un’isola è un’isola soltanto se la guardi dal mare. Vale, in fondo, per tutta l’Inghilterra; vale, in particolar modo, per quegli isolotti che si affacciano sul Canale della Manica, che dipendono dalla Corona britannica ma al tempo stesso non appartengono alla giurisdizione del Regno Unito, essendo dotati di governo proprio; che non sono quasi più Inghilterra e non potrebbero mai del tutto considerarsi francesi. Dove i cognomi della gente sembrano sempre più adatti a stare dall’altra parte del mare.

 

Come Le Tissier, appunto, che sembra un accento preso in controtempo, come una finta che ti manda a vuoto. Quelli che abitano nella trequarti dell’identità, come un attaccante che non possa essere definito del tutto tale perché nel frattempo, però, aveva smesso di essere soltanto un centrocampista: troppo proiettato in avanti, troppo presente negli inserimenti, con troppi gol da estrarre dal cilindro. Anche senza preavviso, anche caricando il tiro dopo aver semplicemente alzato la palla, come come fanno i ragazzini al parco, o i giocatori prima che inizi l’allenamento.

Nei fotogrammi dei suoi gol più belli, come quel pallonetto che fece sembrare così piccolo Peter Schmeichel, tutta la qualità del suo modo di trattare il pallone, a cominciare dal primo controllo: quello che secondo lui faceva davvero la differenza, perché poi tutto il resto, come ha sempre raccontato, sarebbe venuto di conseguenza. E non era una vanteria, o una battuta per celebrare le proprie doti tecniche: dopo il primo stop sembrava sempre, per davvero, che il più fosse fatto, per la naturalezza con cui riusciva a divincolarsi, con il secondo dribbling più agevole del primo, prima della conclusione che non aveva mai bisogno di caricare; Matthew Le Tissier sembrava calciare nel momento stesso in cui il pallone era già a destinazione, che anche la parabola più arcuata sembrava animata da una potenza che difficilmente coesiste nello stesso tipo di esecuzione.

Divertire fu il suo modo di vincere, lui che di trofei non ne ha visti, con le righe verticali biancorosse dei Saints; divertirsi è stata la moneta che ha sempre voluto tenersi in tasca, ogni volta in cui avrebbe potuto scambiarla con un contratto prestigioso tra i tanti che gli venivano offerti, che si trattasse dell’Arsenal più glamour dell’era Wenger o dello United di Beckham e degli invincibili.

L’espressione stralunata, il caschetto di capelli simile a una scodella, l’andatura caracollante da spilungone quale è sempre stato, un perenne filo di pancetta sempre presente ad appannargli l’addome. Uno dei più riusciti travestimenti di Dio, perché tra i tanti soprannomi che la gente del Southampton gli ha cucito addosso, ce n’è stato uno che è stato il più sacro e al tempo stesso profano in assoluto: Le God, con tutto il rispetto per il suo omonimo. E forse a Dio nessuno può rimproverare di pranzare con un’omelette il giorno della partita, o di abbuffarsi di fish and chips quello prima, o quello dopo.

Hanno quasi smesso assieme, lui e il suo stadio, perché il “The Dell” ha chiuso i cancelli nel 2001, quando il club si è trasferito al “St Mary’s”; Matthew Le Tissier è andato avanti un altro anno ancora, scricchiolando sule ginocchia usurate e togliendosi gli ultimi sfizi ogni volta che si alzava dalla panchina, con la gente in piedi a spellarsi le mani.

Però l’ultima volta, dopo più di un secolo di partite tra quelle mura, nemmeno se si fosse scritto il copione da solo gli sarebbe venuta così bene: il 19 maggio del 2001, prima di salutare lo stadio in cui era nato, il Southampton affronta l’Arsenal, per la chiusura di un campionato e di un’era. Due a due, a un minuto dal termine. Le Tissier è in campo da poco, in quella stagione non ha ancora segnato. Addomestica un pallone al limite dell’area, spalle alla porta; nel fotogramma successivo si è già girato, col pallone diretto verso il punto esatto dove il palo e la traversa si confondono nel bacio di una saldatura. Non è soltanto un tre a due, è anche l’ultimo regalo di Dio.

E a Dio nessuno deve spiegarla, la felicità e nemmeno indicargli la strada per trovarla. Anzi, fu lui a tentare di farlo capire un giorno a Sir Alex Ferguson, dopo averlo ringraziato per l’offerta di andare allo United, a guadagnare quasi dieci volte di più. Gli disse che nulla poteva farlo più felice delle passeggiate fra i pub di Southampton, con la salsedine che ingrossa i muri e i canti dei portuali che sollevano boccali enormi prima di entrare allo stadio con il bavero del giaccone alzato.

Perché un’isola è un’isola, solo se la guardi dal mare.

 

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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