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Marathon des Sables, 240 km nell’inferno del Sahara: a tu per tu con l’ultra trailer Paolo Zubani

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Marathon des Sables, 240 km nell’inferno del Sahara: a tu per tu con l’ultra trailer Paolo Zubani

Manca meno mese alla partenza della trentaquattresima Marathon des Sables che dal 5 al 15 aprile vedrà il contingente italiano, forte di una ventina di unità, all’opera in una delle competizioni più impegnative e affascinanti della storia del running. Circa 240 chilometri da percorrere in sei tappe tra le dune e le pietraie del Sahara sud-marocchino all’insegna dell’autosufficienza alimentare con solo nove litri d’acqua al giorno disponibili presso i check- point disseminati sul percorso. Gli atleti provenienti da tutte le parti del globo affrontano questa esperienza in primis con l’obiettivo di arrivare al termine, una sfida con se stessi e col proprio corpo tra escursioni termiche repentine e la corretta gestione di alimentazione e idratazione. Proprio su questi temi si è tenuto a metà gennaio un incontro con i responsabili della spedizione azzurra in cui sono stati affrontate nel dettaglio tutte le criticità logistiche e ambientali sotto la supervisione del decano Paolo Zubani, referente da vent’anni della spedizione azzurra nonché partecipante a trenta delle trentatrè edizioni fin qui disputate. Lo abbiamo raggiunto per discutere con lui a trecentosessanta gradi tutti gli aspetti legati a quest’avventura  unica ed emotivamente coinvolgente.

Paolo buongiorno, la maratona è alle porte. Con quali aspettative si presenta la spedizione azzurra?

Abbiamo una ventina di atleti pronti ed allenati per arrivare al termine, se parliamo di aspettative reali sicuramente Antonio Alongi che è arrivato decimo due anni fa cercherà di migliorare la sua performance, ma le variabili e gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo. Si sta allenando ed è determinato a competere per un ottimo risultato e speriamo che tutto giri come deve.

Sei tappe nel deserto per un totale di circa duecentoquaranta chilometri da percorrere in sette giorni, roba da Highlander? 

Non necessariamente. Innanzitutto dipende dal risultato che si vuole ottenere, possono bastare anche due ore al giorno per i big intensificando la preparazione nei fine settimana a ridosso dell’evento. Tutto questo compatibilmente con gli impegni lavorativi e familiari di ognuno perché la sfida è innanzitutto con se stessi e col proprio tempo, qui non essendo professionisti c’è da mettere in preventivo che per un buon 90% degli atleti l’obiettivo è giungere al termine.  

 Leggevo sul web dell’importanza del Fartlek per questo tipo di gare. Che cos’è nello specifico?

Assolutamente sì è fondamentale. Consiste nell’allenarsi con continui cambi di ritmo repentini perché l’immagine del deserto non è affatto così piatta e aperta come possa sembrare, quello della gara è vario con montagne e pietraie, fiumi prosciugati e saliscendi continui. La non uniformità del percorso richiede questo tipo di preparazione e il fartlek da questo punto di vista è il tipo di training ideale.

Il caldo e le temperature come influiranno sulla gara? A quali rischi possono andare incontro gli atleti?

E’ doveroso precisare che ad aprile è possibile trovare anche del freddo, oppure caldo di giorno e fresco di notte con nette escursioni termiche. Il rischio grosso è quello di non dormire la notte e qui il sacco a pelo di piumino d’oca e fondamentale. Un’altra criticità notevole è la gestione del corpo nelle ventiquattro ore, se di giorno fa particolarmente caldo non bisogna andare al massimo, ma sotto il proprio limite per evitare dei fuori giri. Se poi lotti per il podio è ovvio che tu debba anche rischiare, ma la disidratazione e i colpi di sole fanno parte del gioco per cui è necessario rimanere tranquilli ascoltare il proprio corpo e non farsi prendere dal panico. 

A gennaio avete avuto un incontro programmatico sulla spedizione. Avete ribadito agli atleti l’importanza della corretta alimentazione e della preparazione dello zaino.

Sono aspetti cruciali e vanno studiati nel dettaglio. Lo zaino è essenziale, se sbagli la preparazione butti via la gara. Il peso deve essere il più basso possibile – si oscilla senz’acqua tra un minimo di 6,5 kg ad un massimo di 15 kg – portandosi dietro gli oggetti che poi realmente ti serviranno, mentre noto che la tendenza è quella di sovraccaricarsi oltre un limite accettabile. Anche l’alimentazione e l’idratazione vanno rapportati al peso  e cibi sottovuoto, un fornelletto a gas e pasti liofilizzati vanno nella direzione giusta ottimizzando i carichi.

Da anni sei il referente italiano della spedizione. In cosa consiste il tuo ruolo nello specifico?   

Gli aspetti sono vari, in primis mi occupo del reclutamento e vista la mia esperienza, sono il più titolato a dare informazioni sulla gara. Organizzo il viaggio degli italiani gestendo tutte le questioni logistiche in corso d’opera.  Poi oltre a questi aspetti a me la maratona piace correrla e viverla in prima persona.

L’aspetto psicologico, quanto incide e come viene garantito durante la gara?

Bisogna arrivare al bivacco a proprio agio senza timori, paure o fastidi che ti porterebbero a mollare alle prime difficoltà. In trent’anni ne ho viste troppe, e di gente forte che si ritira perché non ne ha più di testa ce n’è tanta. Poi c’è da dire che l’aiuto mentale viene fornito a trecentosessanta gradi sia da noi referenti, che dagli addetti ai lavori dell’organizzazione che hanno come obiettivo principale quello di portarti al traguardo, e non il contrario. E’ questa la chiave filosofica che rende unica la Marathon des Sables, ci si aiuta e ci si supporta a vicenda a più livelli.

La copertura mediatica dell’evento, ti soddisfa?

Partiamo dal presupposto che la gara non è economicamente redditizia con un montepremi ridicolo di cinquemila al vincitore. In passato la Rai ci ha seguito con dirette giornaliere anche con discreto successo, poi è stata la volta di Sky che dopo qualche anno ci ha abbandonato. Si punta sui soliti sport di successo che rendono, ma posso dirti che televisioni a parte la maratona, essendo la capostipite progenitrice delle altre gare, è molto seguita dai runners appassionati e dalle riviste di settore, e a noi va ben così.

La tua esperienza umana e professionale. Cosa ti ha dato e cosa consigli a chi vuole provare quest’avventura?

Mi sento francamente di dire che chi ha veramente voglia di provare va incentivato perché in se per se la maratona non è impossibile, ci sono gare più dure in assoluto mentre qui sono le emozioni il volano fondamentale. Io dico sempre a tutti di tentare e la storia mi insegna che molta gente che all’inizio era scettica o timorosa è tornata regolarmente negli anni per rivivere le stesse sensazioni che solo questa gara può darti. Personalmente io amo il deserto e in assoluto l’indotto di questa gara che continua a commuovermi ogni anno facendomi rivivere delle situazioni ormai familiari ed irrinunciabili.  

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Fabio Bandiera
A cura di

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