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Mané Garrincha: quando l’oro era gratis

Mané Garrincha: quando l’oro era gratis

Il 20 gennaio 1983 ci salutava Manè Garrincha, il fenomeno brasiliano scomparso neanche cinquantenne per cirrosi epatica ed edema polmonare. Il nostro tributo a un giocatore leggendario.

Il fatto è che chi dispensa gioia alla fine può accorgersi di non essersene tenuta nemmeno un poco per sé; allora non gli resta che arrendersi a contemplarla negli occhi degli altri, di tutti gli altri, laddove i più poveri ancora riescono a distinguerla dall’ammirazione: quella tocca a chi ha la faccia del vincitore.

E vincere, del resto, basta a scacciare i demoni che il campione si porta dentro? Non è mai servito del tutto, anzi: si sono messi più comodi, lo hanno accompagnato sorridendogli più di prima. Come il denaro, che può essere così tanto, quando arriva tutto assieme, al punto da renderti incapace a contarlo. Soprattutto se ti resta la faccia di chi ne aveva soltanto sentito parlare, sotto i vestiti eleganti che ti pesano addosso come un’armatura. O come una gabbia, che non c’è regalo più bello del poterla aprire, per un battito d’ali che vale una Coppa del mondo. Ma quella è una storia che sapete tutti, e Manè Garrincha si annoierebbe a sentirla ancora una volta. Chissà se si annoiava anche a far cadere quella finta sempre dalla stessa parte, sapendo che sarebbe rimasta impressa nella retina del suo presunto marcatore, senza mai finirgli sui piedi che avrebbero continuato a calciare l’aria. Forse con lo stesso rumore di un battito d’ali? Non lo sappiamo, non lo sapremo mai; come tante cose, del resto, non seppe mai Manè Garrincha, che l’istinto ascoltava quando doveva lasciare sul posto un avversario; che l’istinto subiva in qualsiasi altro ambito della vita. Ecco perché qualsiasi puttana gli ha spillato molto più di quanto valesse la sua compagnia di un’ora o un giro di bevute, sempre con lui al centro della scena, protrarsi dal tramonto all’alba. Sembra che fargli pagare una corsa in taxi dieci volte quello che avrebbe dovuto fosse facile come per lui lo era far perdere l’equilibrio a un difensore: quella gamba più corta di sei centimetri, con l’altra così perfettamente arcuata, erano la sintesi dello squilibrio che in campo diventava arte. A zoppicargli addosso ci avrebbe pensato la vita, che sapeva di riuscire, lei sì, ad acciuffarlo: tutti quei calci che nemmeno lo avevano sfiorato, l’esistenza glieli avrebbe mollati nel fegato, uno dopo l’altro. Cachaça, tre sillabe a scandire tutto il tempo passato a non capire, a non ricordare, per specchiare sul fondo del bicchiere sempre e soltanto la faccia di un ragazzino che se tirava un sasso, a Pau Grande, lo vedeva sparire nella Sierra che era lì a due passi.

Dicono che Manè, all’indomani della seconda Coppa Rimet che s’era portato a letto, poggiando sul comodino il titolo di capocannoniere, abbia chiesto ai compagni contro chi avrebbero dovuto giocare la partita successiva. Forse è soltanto una leggenda; di certo chiunque l’abbia ascoltata ha pensato che sarebbe potuto accadere sul serio, all’indomani di una sbronza mondiale.

Ci sono vite troppo piene di ogni cosa, per pretendere che possano anche contenere una qualche serenità; così come ci sono azioni così belle, con l’ultimo dribbling rimasto nel taschino persino davanti alla riga di porta, che il tiro in porta sembra quasi mortificarle. Per quello, in ogni caso, ci avrebbe pensato Pelè. Pensare che loro due insieme non abbiano mai perso una partita vuol dire che aveva ragione il parroco di “Bocca di rosa”, quando si portava a spasso per il paese l’amore sacro e l’amor profano.

Solo il gioco non lo ha mai tradito: per questo ha giocato finché ha potuto, anche qui, alle porte di Roma, quando sotto il ventre gonfio riusciva ancora a giocare di prestigio su quella gamba e mezza che, una volta oltrepassata in uscita la linea laterale, facevano pensare che avesse bisogno di un bastone.

La notte del 20 gennaio del 1983, forse anche a causa dell’afa quasi insopportabile, le dottoresse Da Cunha e Bastos fanno portare per il paziente una sedia a rotelle, visto che non gli riesce di deambulare. Nemmeno zoppicando. Chissà se da una delle finestre dell’ospedale Alto Da Boavista riesce a vedere le luci di Rio. I medici lasciano detto di legarlo, all’occorrenza, se dovesse dare in escandescenze. Capita di frequente, del resto, al padiglione Santa Teresa, quello riservato agli alcolizzati. Alle sei del mattino, le luci di Rio si spengono, per Manè Garrincha. Ha quarantanove anni; ne dimostra venti di più; ne ha vissuti mille.

Se un qualche dio ha voluto accompagnarlo fuori dal campo, magari prestandogli una spalla alla quale appoggiarsi per zoppicare un po’ meno, chiedetegli se si sia pentito di qualcosa, Manè Garrincha, prima di salutare la compagnia.

Ma Dio non cercatelo chissà dove, non stavolta perlomeno: è seduto sotto un tetto di lamiera, poggia i gomiti su un tavolino che traballa, perché poggia male una delle sue gambe. Ha svuotato un bicchiere, ammesso che sia stato uno soltanto. Abbozza un sorriso stanco quando alza gli occhi verso la parete, dove una cornice misera custodisce la maglia del Botafogo.

 

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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