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Mahmoud Abdul Rauf: il cecchino del Mississippi che ce l’aveva con gli Stati Uniti

Mahmoud Abdul Rauf: il cecchino del Mississippi che ce l’aveva con gli Stati Uniti

Le forti prese di posizione degli sportivi durante questi giorni di protesta per la morte di George Floyd sono solo l’ultimo esempio di come gli atleti intervengano nella vita politica degli Stati Uniti. Quasi 30 anni fa, infatti, ci fu un giocatore di basket che con i suoi gesti eclatanti si inimicò le istituzioni a stelle e strisce. Vi raccontiamo la storia di Mahmoud Abdul Rauf.

Washington, 14 marzo 1996. Va di scena il match NBA di regular season tra i Denver Nuggets e i Washington Bullets, i giocatori delle due squadre si dispongono in piedi per l’inno nazionale americano. Tutto sembra procedere nella norma, quando un atleta in campo compie un gesto eclatante: mentre tutti sono in piedi come forma di rispetto, lui si siede e trascorre tutto l’inno seduto sulla sua sedia, con l’intero palazzetto intona l’inno.

Il giorno successivo il commissario NBA squalifica il giocatore a tempo indeterminato, mentre lui non tenta affatto di difendersi, ma rilancia: l’inno è un cieco rituale nazionalistico, oltre che un simbolo di sopraffazione sociale. Ovviamente le critiche e le accuse ai suoi danni si sprecano, per giorni è al centro di un caso nazionale, viene letteralmente crocifisso dai mass media, ma rimane fermo sulle sue posizioni.

Cosa spinge una persona a commettere un gesto di tale portata, a inimicarsi una nazione intera? Quello che lo spinge ad una scelta simile ha la stessa motivazione di ciò che lo ha mosso per tutta la sua vita: la piena fiducia in quel che crede, nelle sue convinzioni. Quelle stesse convinzioni che, a volte, lo spingono a scelte radicali, ma che lo hanno portato ad una carriera cestistica straordinaria, la carriera di Mahmoud Abdul Rauf.

Sul finire degli anni ‘60, per una madre non era facile mandare avanti la propria famiglia da sola, con tre figli a carico, avuti da tre uomini diversi. Soprattutto se si viveva in condizioni di miseria, in uno stato povero di opportunità come quello del Mississippi. E, soprattutto, se uno dei tre figli soffriva di tic e spasmi improvvisi che a volte non gli permettevano nemmeno di infilarsi i pantaloni.

E’ in queste condizioni che nasce Chris Jackson, povero e oppresso da un male sconosciuto. Deriso e umiliato a scuola, l’unica cosa che gli resta da fare è trovare una valvola di sfogo, va al campetto e inizia a tirare, tirare e tirare. Diventa una sfida maniacale per lui, deve tirare in continuazione e, soprattutto, segnare. Nella sua testa ha un unico obiettivo: il tiro perfetto.

Gli spasmi non vogliono abbandonarlo, si attaccano a lui come una gomma da masticare sulla suola delle scarpe, ma lui riesce a liberarsene quando gioca a basket. E’ alto appena un metro e 80, ma è agile e scattante ed è un autentico cecchino quando si tratta di tirare. Le voci delle sue prestazioni incredibili attirano scout da tutta l’America, che impazziscono per lui. A livello liceale continua la sua ascesa, al punto che la Lousiana University fa carte false pur di averlo nel suo college, e lui ripaga le aspettative battendo record su record. Nel 1990 arriva il grande momento: si dichiara eleggibile per il draft NBA e viene preso dai Denver Nuggets con la terza scelta assoluta. Il sogno di una vita sta diventando realtà.

Durante il liceo, aveva scoperto che i tic che lo affliggevano erano dovuti alla sindrome di Tourette e che molto probabilmente lo avrebbero accompagnato per il resto della vita, ma questo non lo aveva scoraggiato. Al contrario, le sue difficoltà lo spinsero a migliorare di giorno in giorno e anche nel mondo NBA non gli crearono nessun grattacapo.

Ma sono altre le problematiche che lo destabilizzano nei primi due anni in NBA: gli infortuni lo colpiscono, ha problemi di peso, ma soprattutto si sente estraneo alla realtà in cui vive. Avvicinatosi profondamente al pensiero di Malcom X e alla cultura islamica non si riconosce più nello showbusiness, nella massificazione e nei valori del mondo americano.

Nel 1991 decide di convertirsi all’islamismo e cambia nome in Mahmoud Abdul Rauf. Trova una pace interiore mai raggiunta prima, che gli infonde grande fiducia e determinazione. Per migliorare, rispetto alla scialba stagione da poco conclusa, inizia ad allenarsi anche 9 ore al giorno, alla ricerca di quel tiro perfetto che lo assillerà per tutta la sua carriera.

Al suo terzo anno in NBA sigla oltre 19 punti e 4 assist di media, venendo nominato come Most Improved Player dell’anno. L’anno successivo invece sfiora un’impresa storica, a coronamento dei suoi sforzi: fa registrare il 95, 6% di realizzazione ai tiri liberi, mancando di pochissimo il record ancora imbattuto di Calvin Murphy. Una percentuale mostruosa!

Poi, nel 1996 accade, lo spiacevole episodio dell’inno nazionale. Mahmud già da tempo aveva manifestato un forte dissenso verso simboli nazionalistici e ogni genere di patriottismo. Per questo, in molte partite mentre nel palazzetto veniva intonato l’inno lui restava nello spogliatoio, coperto dai compagni. Per puro caso, invece, il 14 marzo si trova in campo durante l’esecuzione dell’inno, ma pur di mantenere fede ai suoi principi, decide di compiere un gesto per cui verrà dannato in eterno.

Da lì la sua carriera subisce un brusco declino. Viene scambiato coi Sacramento Kings, ma le sue medie stagionali precipitano, l’opinione pubblica non lo ama affatto e, per questo, dopo i due anni di contratto decide di lasciare il basket professionistico americano.

Carriera finita? Ma neanche per sogno. Giocare gli piace da matti, è l’unico modo in cui riesce a liberarsi dai fantasmi dovuti alla sua sindrome. Per questo decide di andare a giocare in Europa, al Fenerbahce.
Dopo un anno però i problemi, anche di infortuni, riscontrati in America lo tormentano pure in Europa. Seppur a malincuore, decide di appendere le scarpe al chiodo.

Ma se si ha a che fare con Mahmud Abdul Rauf, mai dire mai. Infatti, neanche un anno e torna in NBA, stavolta ai Vancouver Grizzlies, dove però non trova la giusta continuità. Decide quindi di lasciare nuovamente il basket.
Inoltre, dopo essersi sposato con una sua vecchia amica del liceo, Mahmud inizia a trascorrere molti mesi dell’anno con la moglie in una villa a Gulfport, la cittadina del Mississippi in cui è nato. Ma un giorno, tornando nella sua residenza, la trova completamente vandalizzata da membri del Ku Klux Klan. Un atto barbaro che lo sconvolge profondamente.

Nel mezzo dei due anni di inattività, accade l’evento che scuote il mondo intero: l’11 settembre del 2001 vengono abbattute le Torri Gemelle. Mentre l’America intera piange le sue vittime e grida vendetta, la voce fuori dal coro di Abdul Rauf fa scalpore. Pur condannando l’atto terroristico, non si esime dall’incolpare la sua nazione, rea di aver commesso fin troppi soprusi ai danni dei popoli musulmani. E’ scandalo.

Di lì a poco Mahmud decide che è tempo di tornare a giocare e si trasferisce prima in Russia e poi, a 35 anni suonati, in Italia a Roseto, dove fa registrare ottime medie. Dopodichè, passa all’Aris Salonicco, per poi spostarsi in Arabia Saudita e infine terminare la propria carriera a Kyoto, in Giappone, all’età di 41 anni.

A distinguere Mahmoud Abdul Rauf da qualsiasi altro atleta, c’è sola una cosa: la necessità di dover decidere. In quarta elementare, è lui che decide di farsi bocciare perche non riesce più a sopportare quei tremendi attacchi, così come quando inizia a giocare a basket è lui che sceglie di passare ore e ore ad allenarsi pur di raggiungere il “tiro perfetto”. La conversione all’islam è una sua scelta intima, così come il rifiuto di intonare l’inno è frutto di una sua decisione personale molto difficile, ma per lui necessaria. E’ perennemente costretto a trovarsi davanti a delle scelte, ma non gli importa cosa pensano gli altri di lui, perché è alla ricerca di una pace interiore.

E se pensate che Mahmoud abbia smesso di prendere decisioni importanti, vi sbagliate di grosso. Nel 2014 si è scoperto che Ammar, uno dei cinque figli di Mahmoud, era malato di cancro. Ma, per fortuna, dopo mesi di lotte, nel gennaio del 2015 con un comunicato ha fatto sapere che Ammar ha vinto la lotta contro il tumore.

Sono stati momenti difficili per Mahmoud che, però, è rimasto ancorato alle proprie convinzioni e alla propria fede. E’ andato avanti e continuerà così, facendo quello che ha sempre fatto: decidere per la propria vita.

Lorenzo Martini
A cura di

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