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Per cucire il filo di una memoria basta un Ago

Per cucire il filo di una memoria basta un Ago

Il 30 Maggio 1994 moriva Agostino Di Bartolomei, indimenticabile Capitano della Roma dello Scudetto, scomparso prematuramente dopo che la depressione aveva preso il sopravvento nella sua vita e l’unica soluzione sembrava essere per lui quella di togliersi la vita con un colpo di pistola. Un uomo unico, serio professionista e esempio per tutti i suoi compagni. Un calciatore il cui ricordo, a 26 anni da quel tragico giorno, è ancora vivo nella memoria di tutti.

Agostino di Bartolomei. Una storia difficile da capire. La fine ha un inizio: 30 maggio 1984. Stadio Olimpico. Finale di Coppa dei Campioni. Roma-Liverpool finisce 1-1. Si va ai calci di rigore. Il primo è degli inglesi. Sbagliato. Ora serve coraggio. Tutti aspettano il “divino” ma Falcao, sul dischetto non si presenterà mai. E allora ci va Agostino Di Bartolomei. Il capitano non si tira indietro: il destro è violentissimo. Gol. 2-1. La Roma, in quel preciso e unico momento, è in vantaggio. L’epilogo è noto. Un finale che cambia storia e vita. Agostino Di Bartolomei vince la Coppa Italia e poi lascia fascia di capitano e città, destinazione Milano. Motivo? Incomprensioni con la società.

Il 14 ottobre 1984 gioca e segna a San Siro. Con la squadra “sbagliata”. Ed esulta con la rabbia di un amante tradito. Il 24 febbraio del 1985 torna a Roma. Fischiato. Un ultimo strappo. Lacerante. A Roma lascia il cuore. E non ci tornerà più. Va a Cesena, chiude a Salerno dove sceglie di vivere. Appesi gli scarpini al chiodo, ha due progetti: una “scuola calcio” nel senso pieno del termine, e tornare a Roma. Entrambi sono difficili da concretizzare. Castellabbate è una realtà complicata e i progetti stentano a decollare. Il silenzio assordante ferisce e tormenta.

Di Bartolomei è dimenticato. L’errore è di chi non lo capisce, o di chi non si adegua? Il calcio lo ama, ma non lo comprende. Lo stima, ma non lo accetta. Del resto Di Bartolomei è silenzioso, riflessivo, profondo, colto. Ama politica, arte e filosofia. É lontanissimo dallo “status quo” del calciatore. É però un raro esempio di lealtà e correttezza. Una pietra miliare dell’idea di gioco pulito. Rispettoso di avversari, arbitri, disciplina e regole. In una parola: educato. Vuole trasmettere ai giovani serietà, senso del dovere, responsabilità. Insegnare che è meglio cercare i lati buoni, piuttosto che odiare. L’idea e i valori sono espressi attraverso disegni, scritti, progetti. Il figlio Luca li racchiude in un libro: Il Manuale del calcio”. Bellissimo. Leggerlo aiuta a capire chi sia Agostino Di Bartolomei.

Più difficile, invece, cogliere il senso di quel giorno. Quel 30 maggio del 1994 si toglie la vita. Nel giorno in cui il rimpianto si mescola al dolore. Un colpo secco. Un rumore sordo. Un tonfo. Qualcosa non ha funzionato. Cosa? Inutile cercare risposte che nessuno è in grado di fornire. Meglio cercare i lati buoni. Ed è significativo che il ricordo di Agostino sia vivido in chi non ha avuto tempo e fortuna di viverlo. La sua parabola abbraccia e lega Roma e la Roma. Di Bartolomei il Capitano. Un eroe tragico. Forse per questo, destinato a non  invecchiare mai. Ha ragione, Luca, suo figlio. Per cucire il filo di una memoria, basta un Ago.

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