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LUDOPATIA PARTE 3: la Legge di Stabilità conferma lo Stato biscazziere

Un passo avanti e due indietro. La Legge di Stabilità al capitolo “azzardo” non riscrive la storia, non destruttura la vocazione industriale di questo perverso meccanismo di dipendenza creato e coltivato dallo Stato. Il passo avanti è dovuto al senso comune, alla forza persuasiva delle associazioni che si battono per il suo contenimento, al portato della società civile. D’altra parte il contrappeso conta di più: ha denari, lobby, politici asserviti. E’ l’industria che scende in campo con l’ipocrita considerazione di voler difendere 120.000 posti di lavoro (ma 80.000 sono appannaggio di tabaccai e bar che hanno tutt’altra vocazione originaria) che difende se stessa e i propri lauti guadagni con una sorta di auto-referenzialità.

Perché è stato facile armare l’azzardo e si rivela impossibile disarmarlo se non per piccoli provvedimenti tampone. E’ in questo quadro che va letta la ricusazione del possibile divieto integrale di pubblicità in ragione della proibizione di trasmettere messaggi pubblicitari in televisione e radio dalle 7 alle 22. Giornali e Internet possono benissimo surrogare questa funzione. E l’orario delle 22 è una sorta di prime time considerando che i programmi di punta di Rai e Mediaset, contraddicendo gli orari formali, iniziano regolarmente alle 21.20.

Dunque la pubblicità può comunque entrare nel piccole schermo a un orario di punta con i soliti effetti letali. Il combinato disposto dell’aumento delle tasse e della diminuzione del payout (cioè del “riscosso” da parte del giocatore) non si coniuga con un tentativo di scoraggiare l’azzardo ma con l’esigenza di aumentare i guadagni dello Stato oltre il muro degli 8 miliardi. Bisogna rendersi conto che questa cifra, più o meno stabile da tre anni, è seriamente iscritta nel bilancio dello Stato per parare, come piccole e meschina risorsa, un debito pubblico che ferocemente avanza e che con i suoi 2215 miliardi di deficit va verso un nuovo picco assoluto, avviandosi a battere il record dello scorso maggio.

In definitiva, sotto  il cielo dell’azzardo, niente di nuovo se non la complicata promessa di razionalizzare il mondo delle slot diminuendo il loro numero complessivo. Il finto dettato di Stato recita: “Vogliamo che giochino in tanti ma poco”. In realtà l’orientamento ottimizzatore è l’esatto contrario: “Possono giocare in tanti ma anche con cifre significative”.

Lo conferma una deflagrante statistica. Su 23 milioni di italiani, azzardopati continui, i giocatori di slot sono solo il 6% ma pompano nel sistema 48 miliardi. Come dire che, messa in salvo la tara dell’incidenza fiscale, ognuno di loro movimenta più di 9.000 euro all’anno. Di fronte a questa evidenza crollano uno dopo l’altro come un “velo di Maya” gli slogan: “Gioca il giusto”, “Gioca responsabile”.

Il giusto per chi? La responsabilità di chi quando puoi giocare senza limiti di spesa e senza una tessera del giocatore che freni la deriva, magari caricata con dei massimali ad hoc? La battaglia sull’azzardo continua e forse solo la guerriglia della resistenza contenitiva potrà portare a qualche risultato di fronte a uno Stato assente o latitante o ipocrita .

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FOTO: www.iltempo.it

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