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Luciano Re Cecconi: il tragico destino di un giocatore che veniva dal futuro

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Luciano Re Cecconi: il tragico destino di un giocatore che veniva dal futuro

Il 18 Gennaio 1977 se ne andava Luciano Re Cecconi, iconico calciatore della Lazio dello Scudetto 1974 la cui morte è ancora avvolta in un alone di mistero. Vi raccontiamo la sua storia, partita dal basso per arrivare alle stelle.

Che razza di scherzo può farti morire? Forse solo il più infimo, quello della vita. Un misto di casualità, avvolte da mille interrogativi e un’unica certezza: che quel colpo di pistola, quarantadue anni fa, Luciano Re Cecconi se l’è portato via. Altrimenti lo scorso 1° dicembre sarebbero stati settanta, tondi tondi. Con un baule di ricordi da snocciolare e i cassetti zeppi di sogni realizzati. Fortuna che la memoria calcistica non dimentica ma tramanda, di generazione in generazione. E l’immagine di Re Cecconi l’ha tenuta in vita, fino a oggi, così che anche un laziale fresco di gioventù sa tutto di quel centrocampista così forte e moderno, arrampicatosi sulle difficoltà della vita per arrivare a prendersi il successo.

Aveva dovuto sudare, Cecco, per ritagliarsi il suo spazio sulle pagine degli almanacchi. Figlio dell’Italia da poco fuori dalla guerra, nato in una Nerviano che Milano la vede vicino e la sente distante. Pochi chilometri da Busto Arsizio, nella Lombardia dura e a schiena dritta, dove il pane è sempre poco e per portarlo a tavola si deve faticare fin da subito. Luciano Re Cecconi cresce con la cultura del lavoro e il pallone come amico. In famiglia girano pochi soldi, lui per racimolarne qualcuno unisce scuola e mestiere. Sveglia all’alba, lavoro. Poi sui banchi e ancora lavoro. Fortuna che sul campetto dell’Aurora Cantalupo si può sfogare tutta la propria passione.

L’infanzia e gli inizi nel calcio

Re Cecconi aiuta papà Alfredo come può. Si inventa calzolaio prima e ragazzo di bottega in una frutteria poi. Fa anche il meccanico e se la cava piuttosto bene coi motori, ma alle mani sporche di grasso preferisce la maglia sudata dopo le partite. Solo che lui, oltre alla passione, sembra essere destinato a farsi veramente strada col calcio. E le impressioni non sono prive di fondamento. Nel ’65 la Pro Patria ne acquista il cartellino, due stagioni più tardi ecco l’esordio in Serie C. Solo tre apparizioni, buone per acquisire quell’esperienza che si rivelerà decisiva l’anno successivo, dove diventa titolare pressoché inamovibile della mediana di Carlo Regalia, che su quel biondino dal passo ancora un po’ pesante aveva puntato prima di tutti, vedendolo sul campo di Nerviano. Il tecnico gli regala 33 presenze, la vetrina della terza serie per mettersi in mostra. Re Cecconi la sfrutta bene, tanto che a fine campionato arriveranno offerte che la Pro Patria non può permettersi di rifiutare. Perché le casse del club di Busto vanno risanate, di quattrini ve ne tintinnano pochi. Bisogna capitalizzare e Luciano è il pezzo più pregiato da mettere su piazza. La proposta buona arriva ed è dalla Serie B, ma anche dal Foggia: una montagna di chilometri da casa. Però certe opportunità mica si possono sprecare. Gli osservatori pugliesi se ne sono annotati il nome sul taccuino, vedendolo in maglia bustocca e ne hanno segnalato il valore all’allenatore dei rossoneri, Tommaso Maestrelli, che cerca pedine da innestare in una rosa bisognosa di tornare in Serie A. Re Cecconi accetta e sposa il progetto pugliese, anche se a Busto nel frattempo ha pure trovato l’amore, Cesarina, della quale diverrà marito. Ma la cadetteria è troppo allettante e su quel treno ci salta al volo. La vita cambierà così.

L’arrivo al Foggia

Con i satanelli, Re Cecconi saggia la B in un Foggia-Perugia, poi da lì altre tredici presenze a un gol da portare in dote alla causa pugliese, che a fine anno frutterà il salto in Serie A. Dal campo dell’Aurora sembra già passata una vita, ora si gioca sul palcoscenico più importante. E parecchio del merito è di Maestrelli. Il Maestro ha capito prima e meglio di tutti quanto quel ragazzo lombardo sia importante. Possente, col sacrificio nel sangue. Partecipa a entrambe le fasi di gioco, è perfetto per l’idea di calcio moderno propagatasi dall’Olanda e raccolta anche dal tecnico pugliese, giustamente ricordato per l’enorme spessore dell’uomo e forse troppo poco per il bagaglio calcistico e le idee innovative. Psicologo sì, ma anche fine tattico. La modernità di Maestrelli fa scintille soprattutto in una domenica di dicembre, il 13. Ironia della sorte, contro quella Lazio che lo consacrerà nella storia. E con lui anche Luciano, che appena due settimane prima ha compiuto ventidue anni. Per festeggiare si regala anche un gol, il primo della gara: percussione centrale, i muscoli oltre ogni avversario, destro da fuori area e Michelangelo Sulfaro battuto. Ne seguiranno altri quattro di reti, finirà 5-2 per i foggiani. I pugliesi battono la Lazio, il Maestro annichilisce il collega Juan Carlos Lorenzo. Forse è lì che Umberto Lenzini capisce cosa serva alla sua Lazio.

L’addio e l’arrivo in biancoceleste

In estate, infatti, il presidente biancoceleste pesca in casa rossonera proprio il tecnico, mentre Luciano Re Cecconi resta lì, nonostante la ridiscesa in B a dispetto dell’exploit in quella domenica dicembrina. Ma il nuovo anno in cadetteria ha l’effetto di una consacrazione. Cecco accumula presenze anche sotto la gestione Puricelli, la testina d’oro degli scudetti bolognesi. La promozione non arriva, in A ci andrà invece la Lazio, intanto passata nelle mani di un Maestrelli che ora il suo allievo lo rivuole anche a Tor di Quinto. Ma già si è scatenata l’asta. In casa Foggia, il telefono l’ha fatto squillare anche il Torino, il commendator Antonio Fesce è allettato dall’assegno sventolatogli dai granata. La Lazio sembra tagliata fuori, però Maestrelli è un martello che picchia duro su Lenzini, che si lascia convincere e spedisce un dirigente direttamente in Puglia per chiudere la questione e battere l’offerta torinista. È il 1972 e Re Cecconi diventa un nuovo giocatore biancoceleste.

Da Foggia, l’ex ragazzino di Nerviano risale l’Italia. Ritrova Maestrelli e Luigi Martini, conosciuto sotto le armi. I due sono rimasti in contatto e diventeranno amici inseparabili, in uno spogliatoio che somiglia a un romanzo noir di quelli forti, con sfumature di rosa vivo.

La Lazio di Maestrelli

La Lazio è un clan, ribolle di personalità troppo importanti per stare tutte insieme. Ci riesce solo Maestrelli a tenere tutto in equilibrio, perché da una parte ci sono Giorgio Chinaglia e Pino Wilson, dall’altra proprio Cecco e Martini. Mica facile mettersi contro capitano e idolo incontrastato: l’attaccante che su quelle spalle possenti s’era issato tutto l’orgoglio da restituire al popolo laziale. È un calcio antico, profuma del whisky di night e della polvere da sparo delle pistole che i giocatori si portano anche in trasferta. La Lazio tacciata di fascismo negli anni di piombo, che i nemici non li schiva ma li sfida, orgogliosa e sfacciata. Forse l’unico esempio di squadra così in simbiosi con la propria tifoseria.

Anche a Roma, ci mettono poco a capire quanto Luciano Re Cecconi sia il perno che mancava. Non a caso, finisce per portarsi dietro il soprannome Cecconetzer, per la somiglianza fisica e tecnica con Günter Netzer, il tedesco che col suo Borussia Mönchengladbach ha sfidato il regime bavarese del Kaiser, Franz Beckenbauer, e ora sta dispensando calcio anche al Real Madrid. Cecco non solo lo ricorda, ma per il laziale ne diventa anche più forte. Anche perché, con Re Cecconi in mezzo al campo, la Lazio inizia a macinare. Dopo l’inferno della B, sembra di toccare il cielo con un dito. Il Maestro forgia una squadra che si fonda sui gol di Chinaglia, la sostanza di Cecco, i muscoli di Oddi e Wilson, le parate di Felice Pulici. Quando esce il calendario, sembra un’impresa impossibile, ma i biancocelesti sono diventati un cigno che punta la vetta e la raggiungono, issandosi dove non tornavano dal ’37. Solo che la Juventus mica molla. La Lazio domina e vince entrambi i derby, perde terreno al Comunale di Torino ma piega 2-1 il Milan. All’ultima giornata ci sono tre squadre in un punto: davanti il Milan, dietro Lazio e Juventus. Ma accade l’imponderabile. I rossoneri sono di stanza a Verona, dove Gianfranco Zigoni poco gradisce l’esodo meneghino e lo punisce. Ma a Napoli, il San Paolo è fatale alla Lazio, mentre a Roma la Juventus passa. Sul filo di lana, il tricolore è bianconero.

Però Maestrelli non molla e rilancia. In estete si fa prendere dall’Inter Mario Frustalupi e promuove in prima squadra un ragazzino di diciannove anni, Vincenzo D’Amico. Il resto già c’è per far bene. La Lazio si lancia sul campionato e lo azzanna. Alla prima è il Vicenza viene piegato anche da un gol di Re Cecconi, che il 30 dicembre sarà invece marcatore decisivo contro il Milan. Perché quell’ultima domenica dell’anno i biancocelesti attaccano ma senza sfondare, con Vecchi che tiene a galla i rossoneri.

Lo Scudetto del 1974

È una gara maledetta fino al 90°, quando Frustalupi premia proprio l’inserimento di Cecco, che di prima la gira in rete. Chi è incollato alla radiolina fatica anche a sentire la voce di Enrico Ameri, coperta dal boato di un Olimpico riempito anche oltre la capienza consentita. È un mare d’amore.

La Lazio vola, vince due stracittadine con Chinaglia che punta il dito e sfida la Sud. Ma quell’indice indica anche la vetta, dove i biancocelesti ci restano, in un cocktail di pazzia e genialità. In settimana si cambiano in spogliatoi separati, Maestrelli li aizza uno contro l’altro e in allenamento viene fuori tutto il meglio. Poi, la domenica, tutti insieme, un’unica missione. Il filo di lana lo tiene teso il Maestro, che il 14 aprile ricuce le ultime sbavature. La Lazio va sotto col Verona, in casa, 1-2. A fine primo tempo i gialloblù tornano negli spogliatoi, Maestrelli ai suoi grida di restare in campo. Quando gli scaligeri rimettono piede sull’erba dell’Olimpico, si trovano davanti un’onda che li spazza via: finisce 4-2. Si va avanti dritti, fino al 12 maggio ’72. Lazio-Foggia, Re Cecconi chiude un cerchio. Con i rossoneri aveva trovato i primi sprazzi di gloria, quel pomeriggio entra anche nella storia. Chinaglia risolve le ultime pratiche scudetto, a fine partita Cecco fatica a farsi largo tra i tifosi, denudato dal troppo amore. Poi, il giorno dopo, di corsa a trovare l’amico Martini, che in quel pomeriggio di festa ci ha rimediato anche la frattura di una clavicola.

Gli ultimi anni e il mistero della morte

Vola anche al Mondiale, Cecco, con la spedizione di Germania ’74. L’azzurro l’ha già assaggiato con l’Under 23 di Bearzot, ma ora con Ferruccio Valcareggi si fa sul serio. Solo che di presenze non ne metterà a referto nessuna, in una Nazionale che naufraga e segnata solo da un vaffa di Chinaglia al Ct. Le uniche due gara con l’Italia, Re Cecconi le farà registrare in amichevole, a settembre, contro Jugoslavia e Bulgaria, ma con la Lazio rimane colonna su cui poggiarsi. Difende come può il tricolore sul petto, poi la stagione successiva diventa faro nel buio. Maestrelli sta male ed è costretto a lasciare. Torna, ma non può essere lo stesso. Lenzini intanto ha le casse vuote, in aprile perde anche Chinaglia che vola negli Stati Uniti. Sboccia un ragazzino, Bruno Giordano, mentre Cecco è trave portante di una squadra che si salva in all’ultimo, respirando la paura di una nuova retrocessione fino al termine del campionato. Da Re Cecconi si riparte anche l’anno successivo, ma non durerà molto. Fa in tempo a stregare ancora una volta l’Olimpico, al debutto della nuova stagione. La Lazio perde con la Juventus, ma Cecconetzer segna il gol più bello, scartandone tre e battendo Dino Zoff in uscita, prima di correre a braccia alzare verso la Nord. Peccato che due domeniche dopo, Tazio Roversi gli frani su un ginocchio e il campo diventa un miraggio.

È ancora infortunato Re Cecconi, quando quel maledetto 18 gennaio 1977 entra nella gioielleria Fleming. Forse uno scherzo, sicuramente uno sparo. Tanti dubbi e ancora troppe lacrime. La corsa si ferma a ventotto anni.

La storia è finita da un pezzo, la leggenda è rimasta intatta.

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