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E lucevan le stelle: la Sinfonia di Elio De Angelis

«CE L’HA FATTA!!» esclamò al microfono Mario Poltronieri quando lo vide tagliare il traguardo del Gran Premio d’Austria. Elio De Angelis aveva vinto la sua prima gara in Formula-1. Era il 15 agosto 1982 e a Zeltweg, sul vecchio e storico Österreichring, quasi sei chilometri di saliscendi a oltre 220 km/h di media, conquistava definitivamente un posto al sole dell’automobilismo quel ragazzo romano di ottima famiglia (costruttore e campione mondiale di motonautica il padre, Giulio De Angelis) e dall’animo squisito. «Elio non si dava arie, non si atteggiava a primadonna, ma era umile, educato e affabile. Insieme abbiamo trascorso tanti momenti divertenti» ricorda Jaime Manca Graziadei, team manager della Minardi dal 1987 al 1990 e amico di De Angelis da prima che esordisse in F1 (Argentina ‘79, su una crepuscolare Shadow). Un legame nato dal comune amore per le corse, la più grande passione di Elio, seguita da quella per la musica classica e per la forma fisica. «Andava a correre a Villa Glori, gli piaceva tenersi allenato, e quando andavo a trovarlo a casa, capitava che si mettesse a suonare il pianoforte. Era bravissimo e componeva da solo i brani».

Lo fece anche in quel Ferragosto di trentacinque anni fa. Non su uno spartito, al fresco dei Parioli, ma sull’asfalto della calda Stiria. E fu un’opera tanto bella quanto inaspettata. «Speranze concrete non ce n’erano molte, quell’anno» racconta Andrea Gallignani, figlio di Angelo (industriale nel mondo degli accessori per l’auto e partner, con la sua Everest, di Giancarlo Minardi negli anni della Formula-2), coetaneo e amico fraterno di De Angelis da quando correva nelle formule minori e poi quasi sempre presente ai suoi gran premi. «I motori Ford Cosworth erano affidabili, ma non reggevano il confronto con i turbo». Come dargli torto? Ferrari, Renault e BMW avevano dagli 80 ai 100 cavalli in più e De Angelis, al terzo anno in Lotus, fino a quel momento aveva raccolto tredici punti (tre quarti e due quinti posti).

«C’erano due campionati, quello dei turbo e quello degli altri. Cioè il nostro. E noi anche quel giorno in Austria puntavamo ad arrivare davanti alle nostre principali avversarie, Williams e McLaren». Esordisce così Luis Ruzzi, argentino di origini italiane (origini abruzzesi per il padre), manager e amico di De Angelis. Obiettivo centrato nell’overture, quando Elio (7° in prova) balzò davanti proprio alla Williams di Rosberg. Un giro dopo, il ferrarista Tambay (4°) fu costretto al pit-stop per una foratura e rientrò ultimo. Da allegro andante la gara si trasformò in un crescendo armonioso. I turbo avevano una controindicazione, l’affidabilità, e sovente alzavano bandiera bianca. Al 15° giro, steccò il Renault di Arnoux. Al 27°, il BMW di Patrese, in quel momento leader della corsa e amico di De Angelis (i due furono tra i promotori delle partite di calcio tra piloti e giornalisti), che a metà gara era così secondo. Lontano, a oltre trenta secondi, Prost, più vicino Piquet, scivolato indietro con l’altra Brabham per un contrattempo al cambio gomme e poi messo ko da un guaio elettrico.

«Il nostro riferimento rimaneva comunque Rosberg» prosegue Ruzzi. Poi, all’improvviso, al muretto Lotus, un urlo. Le turbine del Renault di Prost erano in fiamme e a cinque giri dalla fine, per la prima volta in carriera, Elio De Angelis era in testa a un gran premio di F1. E con Rosberg a oltre tre secondi, c’erano le premesse perché la composizione si trasformasse in sinfonia. Senonché all’inizio dell’ultimo giro la Williams si era portata a 1”6. Cosa stava succedendo alla “91” di De Angelis? Lo svela Gallignani. «Mi spiegò che all’improvviso gli mancarono una o due marce». E così il futuro padre di Nico, negli ultimi chilometri, gli piombò negli scarichi. Tentò un paio d’attacchi alla Texaco Chicane, ma De Angelis non abboccò e tenne duro anche nel tratto veloce che precedette l’ultima curva, la Jochen Rindt, dove le due vetture si ritrovarono praticamente affiancate. «Mi disse: “Non l’avrei mai fatto passare!”» rivela sempre Gallignani, che aggiunge come i due fossero molto amici. «Quando eravamo a casa della fidanzata (la tedesca Ute Kittelberger, ndg), Keke ogni tanto passava a trovarlo. Giocavano spesso a ping-pong».

«Il pubblico era per lui, c’erano molti italiani, e quando Elio andò in testa, al muretto mi raggiunse Michele Alboreto, erano amici. Guardammo insieme gli ultimi giri, sulla linea del traguardo le macchine sembravano appaiate, non si distingueva chi avesse vinto, ma quando vidi Colin Chapman lanciare in aria il suo berrettino nero, capii che ce l’aveva fatta. Fu uno dei momenti più emozionanti della mia vita». La commozione si fa largo in Ruzzi quando ripensa a quelle immagini. La bandiera a scacchi; De Angelis che esulta con entrambe le braccia al cielo durante il giro d’onore; Chapman – che lo aveva ingaggiato nel 1980 dopo che in un test lo aveva visto mettere in riga altri pretendenti a quel sedile: Jan Lammers, Eddie Cheever e Nigel Mansell – che lo abbraccia al rientro ai box; la camminata verso il podio; l’intervista dove compare anche il manager sudamericano, felice: «Stavo dietro di lui. Mi sono emozionato quando l’ho rivista»; la premiazione e la corsa per i campi, con la coppa in mano, verso un aerodromo per volare in Sardegna dalla famiglia e dagli amici, che non erano presenti a Zeltweg. A differenza di Ute e di Ruzzi, che ha ancora negli occhi l’atterraggio. «Uno spettacolo! Si complimentarono anche dalla torre di controllo, tanta gente ad aspettarlo, abbracci, applausi… fu un’accoglienza da vittoria del campionato del mondo!».

15 agosto 1982. Nella terra di Mozart e Strauss, Elio De Angelis aveva composto un’indimenticabile sinfonia di Ferragosto.

 

A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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