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Lo Stoke, il Wigan e il paradosso del calabrone

Si dice che il calabrone sia protagonista di un paradosso. Nonostante le leggi sull’aerodinamica dimostrino che non possa volare, il calabrone quelle leggi le ignora e vola lo stesso. Questo principio ha avuto sempre una credibilità estrema. Fino alla dimostrazione contraria. Ma si sa, i detti popolari sono duri a morire. La resistenza al volo del Calabrone, sembra essere tagliata su misura per due squadre inglesi, che potrebbero insegnare l’arte della sopravvivenza ad alta quota a molte consorelle che lottano per salvezze in ogni lato del globo terracqueo.

Sono lo Stoke City e il Wigan Athletic. Due squadre capaci di fondare le loro avventure sportive e le loro vittorie all’arma bianca, sulla loro totale incapacità di avere un gioco degno di questo nome. Si badi bene, sembra offensivo, ma non lo è. Semplicemente le due brutte anatroccole, una volta arrivate nella massima serie inglese, hanno capito che cigni non lo sarebbero diventate mai. E allora invece di mettersi a lisciare il piumaggio, si sono dipinte la faccia con la vernice mimetica e hanno fatto di ogni partita una guerriglia imponendo un modo di giocare fondato sull’apparente casualità e sul far finire la palla fuori dal campo.

Negli anni tra il 2008 e il 2013, lo Stoke e il Wigan sono state protagoniste di risultati insperati con due tecnici alla guida che tutt’ora sono considerati eroi.

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Lo Stoke (i Potters, ovvero vasai) fu guidato da Tony Pulis, tecnico gallese fino al 2013, fondò tutta la sua forza in un principio molto semplice. Se la squadra non aveva talenti che erano in grado di giocare con talento la palla, allora la palla non dovevano averla nemmeno gli avversari. E per fare gol? Semplice. Le occasioni per segnare dovevano arrivare tutte da gioco fermo. Anche perchè lo Stoke aveva un’unica arma che le altre squadre non avevano. Il suo nome? Rory John Delap, ora ritiratosi. Il giovanotto di Sutton, grazie alla sua carriera da giavellottista, prima asciugava  bene il pallone, poi lo ributtava in campo con le mani praticamente come se lo calciasse. Il risultato era che da semplici rimesse laterali, in vicinanza dell’area avversaria, si creava nelle squadre avversarie il panico puro. Infatti Pulis, cosciente del pericolo che possedeva ha sempre voluto attaccanti particolarmente alti. Un nome? Quell’airone sgraziato di Peter Crouch, alto due metri (e un centimetro), che a vederlo pensi sia gracile e scoordinato, poi ti rendi conto che è capace di fare malissimo. Ebbene, con questa formula, lo Stoke ha raggiunto salvezze in serie e il mantra era sempre uguale, buttare il più possibile fuori la palla, poi rimetterla in gioco creando il panico. Almeno finchè Pulis ha regnato, così fu. E ci hanno rimesso le penne parecchie squadre. Arsenal in testa. Il mito della durezza dei Potters è talmente radicato che si dice che nessun giocatore è da Premier League se prima non ha superato indenne il “rainy night at Stoke test”, ovvero una notte di pioggia giocando contro lo Stoke.

Wigan Athletic's Ben Watson, center, celebrates his goal against Manchester City with teammates during their English FA Cup final soccer match at Wembley Stadium, London, Saturday, May 11, 2013. (AP Photo/Jon Super)

Il Wigan sembrava apparentemente più disorganizzato. Il suo tecnico dalle uova d’oro rispose al nome di Roberto Martinez, ex giocatore che prese in mano la squadra nel 2009, per poi passare all’Everton qualche anno dopo. In quattro anni, Martinez ha fondato su vere e proprie tattiche da alligatore nascosto nello stagno, il Wigan. Il concetto era semplice, i primi minuti di gara, la squadra doveva sembrare quasi spaventata, far giocare, far diventare sicuri di sè gli avversari. Quando sembrava che tutto fosse chiaro, alla minima occasione favorevole, la squadra di botto passava da un atteggiamento passivo a contropiedi mortiferi e letali, fatti a velocità mozzafiato. Oppure si colpiva creando mischioni e tirando da lontano. Una tattica che ha portato salvezze e una vittima eccellente. In finale di Fa Cup nel 2013, il Manchester City di Mancini ha incredibilmente toppato, perdendo 1-0 contro i Latics (soprannome del Wigan).

I greci alla fine della narrazione dicevano che “o mytos delòi oti”, la favola insegna che. Ecco, se Esopo si intendesse di calcio, forse ergerebbe queste due squadre ad esempio del fare di necessità virtù. Del creare dalle proprie debolezze non sangue di ferite, ma terreno fertile e fruttuoso. E alla fine, pur non sapendo volare, certi calabroni della specie Potters e Latics, volano lo stesso, fregandosene.

Ettore Zanca
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0 Comments

  1. Avatar

    andrea sebastianelli

    Gennaio 13, 2017 at 11:27 am

    Spunto molto interessante perché alla fine nel calcio la finalità è quella di ottenere il risultato che si vuole raggiungere. In Italia, in passato, abbiamo avuto esempi simili come l’Ascoli di Rozzi e il Pisa di Anconetani che, malgrado la bassa qualità tecnica, in campo erano squadre da combattimento. Partita dopo partita, fino alla fine.

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