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Lo Sport secondo Ernest Hemingway

Lo Sport secondo Ernest Hemingway

Il 2 luglio 1961 si suicidava, a poco più di 60 anni di età, lo scrittore americano Ernest Miller Hemingway. Egli è ricordato per essere stato l’autore di alcuni capolavori come “Per Chi Suona La Campana”, “Addio Alle Armi” e “Il Vecchio e Il Mare” che gli valsero, nel 1953, la vittoria del Premio Pulitzer e, l’anno dopo, il Premio Nobel per la Letteratura.

Papa, soprannome con cui era conosciuto il romanziere nativo dell’Illinois, fu un grande appassionato di sport visto che il padre lo fece avvicinare, fin dalla tenera età, a varie attività che si svolgevano all’aria aperta. All’ambito sportivo, Ernest, dedicò un vero e proprio saggio, Morte nel pomeriggio, in cui si incentrò sulle cerimonie e le tradizioni della tauromachia spagnola.

Proprio in quest’opera, lo scrittore, disse una delle sue frasi più emblematiche riguardanti il mondo sportivo: “Ci sono solo tre sport: il combattimento dei tori, le gare automobilistiche e l’alpinismo. Il resto sono semplici giochi”. Tra gli altri sport, Hemingway, si interessò in particolar modo alla boxe visto che, all’età di 10 anni, fu vittima di un episodio di bullismo e, da quel momento, decise di salire su un ring per apprendere un vero e proprio “metodo di difesa”.

Ma il mondo dei guantoni non fu il solo che lo colpì. Sono infatti molti gli aneddoti legati a questa figura che lo ricollegano, in qualche modo, ad un determinato ambito sportivo. Noi di Io Gioco Pulito, in questo pezzo, vogliamo citarvi due espisodi in particolare.

Uno di questi due avvicina la figura di Ernest Hemingway a quella di Fausto Coppi, storico ciclista italiano della prima metà del XX secolo. L’altro, invece, accomuna l’autore de “Il Vecchio e il Mare” al canadese Morley Callaghan ma soprattutto ad un altro grande esponente della letteratura americana di quelli anni: Francis Scott Fitzgerald, autore de “Il Grande Gatsby”.

L’incontro con il Campionissimo avvenne, in maniera abbastanza fortuita, il 2 giugno 1949. Quel giorno si stava correndo la tappa tra Bassano del Grappa e Bolzano della trentaduesima edizione del Giro d’Italia.

Hemingway, in quelle stesse ore, si stava recando a pesca con un amico, tale Federico Kechler, nella zona del Passo Pordoi, tra le province di Belluno e Trento. Ad un certo punto i due si trovarono la strada sbarrata visto che stavano passando i ciclisti impegnati nel Giro.

Vedendoli arrivare, lo scrittore statunitense, rimase particolarmente colpito da Coppi che stava portando avanti un vero e proprio duello ciclistico con il suo storico nemico: Gino Bartali. “Questo è lo sport puro e vero. Fanno una fatica terribile per ore e ore, quasi non riesco a crederci che vadano su da soli per quelle salite”: con queste parole Hemingway descrisse il suo stupore che gli aveva trasmesso la visione del passaggio dell’Airone.

Tale evento si trasformò in una vera e propria visione per l’autore che, da quel giorno, considerò il ciclismo quasi alla pari con il suo sport preferito: quello della boxe. L’episodio sovra descritto è stato confermato dalle stesse figlie di Kechler, Carla e Roberta, che conobbero di persona lo scrittore americano.

Nell’estate del 1929 invece, secondo alcune lettere scritte dagli stessi protagonisti, si disputò un vero incontro di boxe tra Ernest Hemingway e il canadese Morley Callaghan che fu arbitrato da Francis Scott Fitzgerald. Tale match, che si svolse a Parigi, mise fine alla forte amicizia che si era creata tra i tre personaggi sovra-citati dato che erano, tutti, grandi appassionati del mondo dei guantoni.

Sull’esito dell’incontro sono state redatte numerose versioni. Alla fine risultò vincitore Callaghan, di quattro anni più giovane del suo avversario, che riuscì a infliggere una umiliazione che Hemingway non riuscì mai a superare del tutto.

Lo stesso match era stato organizzato per una vera e propria “questione di onore”. L’autore de “Addio alle Armi” aveva, infatti, sfidato Callaghan perchè quest’ultimo si era permesso di aver scritto un pezzo sulla boxe, pubblicato sulla rivista “Scribner”, senza essere un vero e proprio appassionato dell’argomento.

Proprio in quel periodo arrivò a Parigi Fitzgerald, grande amico di Hemingway, che quindi fu scelto come arbitro del match organizzato.

Il primo round si svolse senza troppe complicazioni. Fu, infatti, durante il secondo che la situazione divenne abbastanza tesa: Hemingway cominciò a boxare in modo più spericolato e Callaghan lo colpì al labbro, facendolo sanguinare. Hemingway rispose con più forza, Callaghan continuò a colpirlo al labbro e alla fine lo mandò a terra. Hemingway si rialzò, Fitzgerald si rese conto di aver lasciato passare un minuto di troppo ed Hemingway lo accusò di averlo fatto apposta.

Lo scrittore americano si ripresentò sul ring per il terzo round ma la situazione ambientale non era più amichevole. Lo stesso Hemingway, visto che era abbastanza permaloso, non accettò mai la sconfitta e chiese più volte una rivincita che, però, non si svolse mai.

Non si è mai saputa, e probabilmente, non lo si scoprirà mai, quali furono le conseguenze reali di quella “serata tra amici”. A tale vicenda è stato dedicato anche un libro: “Quell’estate a Parigi”, scritto dallo stesso Callaghan e pubblicato nel 1963, alla quale Hemingway non potè mai replicare però.

Magari in futuro uscirà qualche altro aneddoto sulla vicenda. Per questo ci sembra opportuno chiudere il pezzo con la frase “to be continued”…

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