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Lo Sport della Generazione Gender: il nodo del testosterone per gli Sport femminili

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Lo Sport della Generazione Gender: il nodo del testosterone per gli Sport femminili

Sta creando non pochi attriti la possibilità che atleti in transizione sessuale possano partecipare ai prossimi Giochi Olimpici di Tokyo 2020 nelle categorie femminili. Ma se in passato era necessario essersi sottoposti a operazioni per il cambio di sesso, oggi le cose sono cambiate.
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Definire la categoria delle donne negli sport di élite è sempre più difficile. Questo perché nel mondo moderno, giustamente, chi nasce in un corpo che non sente il proprio e decide quindi di cambiare sesso, cerca pari opportunità anche nel mondo dello sport. 
Se fino a qualche decennio fa tutto questo sembrava totalmente impensabile e fuori di testa, oggi nello sport femminile è diventata una grandissima e scottante gatta da pelare. 
Ed è per questo che ora per essere considerati idonei a gareggiare negli sport femminili non basta più avere né i genitali né i lineamenti femminili, ma soprattutto non è più necessario essere nate donne. 
Ora l’unico criterio che conta, al momento, è il livello di testosterone.
I transgender che vogliono competere con le donne, devono abbassare il loro livello di testosterone sotto i 10 nmol/l almeno per un anno prima della prima competizione. E dai rumors che circolano ci si aspetta che questo limite venga abbassato ulteriormente a 5 nmol/l per almeno 6 mesi prima dell’inizio della competizione.
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Il caso più fulgido tra questi è sicuramente quello di Caster Semenya, atleta sudafricana che ha infranto ogni tipo di record e più volte sospettata di non essere completamente donna. La IAAF, Federazione Internazionale di atletica, ha infatti chiesto alla Semenya di abbassare i propri livelli di testosterone, ma a quanto sappiamo ad oggi la Semenya non è un uomo che ha cambiato sesso ma un donna in tutto e per tutto. Il suo livello di testosterone più alto del normale è frutto solo della produzione delle proprie ovaie ed è per questo che questo caso è ancora oggetto di dibattito alla Corte dell’Arbitraggio Sportivo. Se un uomo gareggia con le donne è un baro ma se una donna, nata donna, produce più ormoni e vince è un fenomeno. In questo caso si parla infatti di atleta “Intersex”. D’altronde nello sport sia la genetica che la maggior prestanza fisica hanno sempre fatto la differenza, e ci sono migliaia di esempi di campioni che hanno vinto poco perché davanti avevano dei fenomeni più forti dal punto di vista fisico. La genetica è un fattore molto importante nello sport. 
Questo è proprio il punto dove soffermarsi. Se può essere accettabile chiedere a un uomo che ha cambiato sesso di abbassare il suo livello di testosterone per gareggiare con le donne, diverso è farlo per delle donne naturali che producono un quantitativo maggiore di questo ormone, il testosterone, in virtù di una sindrome dell’ovaio policistico.
Tanto per fare un po’ di chiarezza 5 nmol/l rappresentano un limite generoso del range di testosterone anche tra le donne afflitte dalla sindrome dell’ovaio policistico. Il range normale per le donne è infatti non più alto di 3 nmol/l. 
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Come normale che sia questa nuova regola basata sul testosterone ha generato non poche critiche:
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La prima critica è sul fatto che sei mesi sono un periodo troppo corto per le donne che producono livelli alti di testosterone di rientrare nel range. La seconda è che questa regola viene applicata dalla Federazione Internazionale di atletica solo per le gare di Sprint e di media distanza e non su tutti i tipi di gare.
Poi ci sono anche i dubbi sul fatto che questa nuova regolamentazione sia invasiva: questa regola ad esempio potrebbe accidentalmente rivelare fatti personali e privati sulla sessualità di atleti, avendo ripercussioni anche sulla vita quotidiana nella società.
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Bisognerà quindi trovare la quadra giusta per far gareggiare sia le donne naturali, sia gli uomini che hanno cambiato sesso, sia tutti quelli che desiderano gareggiare per le categorie e negli sport femminili, ma per farlo bisogna trovare un minimo comun denominatore da cui partire che al momento, tra critiche, dubbi e tribunali è stato individuato nei livelli di testosterone. 
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Basterà solo questo a non dare vantaggi a chi è nato con un fisico più prestante, vuoi per una sovrapproduzione delle ovaie o vuoi perché nati uomini, oppure come espresso da Martina Navratilova, da sempre paladina dei diritti LGBT, che su questo punto si è detta molto molto scettica: “I trans che gareggiano con le donne? Un folle imbroglio”, le ultime parole prima di essere cacciata dall’ associazione pro-lgbt, alcuni connotati fisici quali l’altezza ad esempio non potranno essere limitati solo con delle pillole che abbassano i livelli ormonali. E soprattutto anche a livello di business e diritti TV lo sport femminile non rischia di perdere la credibilità?
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Emanuele Sabatino
A cura di

Nato a Roma nel 1990, anno delle notti magiche. Ex giocatore di basket, nonostante gli studi in legge, dopo una lunga parentesi personale negli States, decide di seguire la sua passione per lo sport e per il giornalismo. Giornalista iscritto all'albo, da quattro anni vice caporedattore di GiocoPulito.it, speaker radiofonico a Tele Radio Stereo e co-conduttore a TeleRoma 56.

1 Comment

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  1. Avatar

    Sonja

    Aprile 30, 2019 at 10:00 am

    Perchè non introdurre un’altra categoria, invece di mischiare gli atleti.
    Tipo uomini, donne, lgbt.
    Esistono i Giochi Paralimpici
    Nelle Olimpiadi o altre competizioni internazionali, forse occorrerebbe eliminare qualche disciplina (leggevo che intendono introdurre lo skate-board nel 2020) e farli gareggiagiare nelle stesse giornate.
    Per quale motivo le paraolimpiadi hanno date diverse.
    Sono tutti atleti/e e devono avere la stessa visibilità

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