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Lo Sport (ancora) contro Trump: gli ultimi due “schiaffi” a Mr. President

Nel giro di poche ore, il Presidente Donald Trump si è ritrovato a dover incassare due colpi alla figura arrivati entrambi dal mondo dello sport. Il primo, in ordine cronologico, è stato registrato sul fronte interno, quando lo scorso 8 gennaio ha assistito all’incontro di football americano tra Alabama e Georgia al Mercedes Benz Stadium di Atlanta. Che, detto per inciso, è un gioiello all’avanguardia della tecnologia sul quale vale la pena soffermarsi, anche in considerazione dei tempi che ci sono voluti per metterlo in piedi: quattro anni dall’approvazione del progetto da parte dell’Atlanta City Council all’inaugurazione, avvenuta lo scorso 26 agosto in una partita di preseason degli Atlanta Falcons, la squadra di football americano che, insieme all’Atlanta United (la franchigia della città che milita nella MLS) condivide la struttura.



Settantamila posti, che si riducono a quarantamila nelle partite di soccer, e un costo di circa un miliardo e mezzo di dollari. Una struttura avveniristica, un’opera architettonica innovativa dotata di una copertura con otto pannelli triangolari retraibili traslucidi e un muro di vetro che si apre per permettere il passaggio dell’aria. Il tetto è costituito da un polimero chiaro in grado di variare la sua opacità per determinare una luminosità ottimale, con un’apertura tonda sul soffitto dello stadio ispirata al Pantheon: un richiamo ai valori della classicità romana che gli americani, appena possono, cercano di rievocare.

Si diceva della presenza di Trump allo stadio la sera dell’8 gennaio, a quanto pare non proprio gradita agli spettatori locali, che hanno dato vita a manifestazioni di disappunto nei confronti del Presidente già al momento del suo arrivo, quando un centinaio di persone ha dovuto ritardare, per motivi di sicurezza, il proprio ingresso allo stadio. La pioggia sotto la quale sono stati costretti ad attendere oltre, evidentemente, al poco gradimento dell’illustre ospite, li hanno spinti a fischiarlo sonoramente non appena è passato nelle vicinanze per entrare. Ancor più irriverente la scritta luminosa che è stata proiettata sulle mura dello stadio da un gruppo di contestatori: FUCK TRUMP.

Lapidaria, essenziale, inequivocabile. Come mai tanto livore nei confronti dell’attuale inquilino della Casa Bianca? Al netto delle considerazioni sulla sua azione politica, probabilmente il fatto che non più tardi di un anno fa il Presidente avesse descritto la capitale della Georgia in “pessima forma”, “decadente” e “infestata dal crimine” non ha incrementato le simpatie nei suoi confronti dei cittadini locali (per la precisione quelli di Fulton County, area nella quale si trova la maggior parte del territorio di Atlanta), che già durante le elezioni del 2016 avevano dato la schiacciante maggioranza delle loro preferenze  a Hillary Clinton.

Il secondo schiaffo Trump l’ha dovuto subire all’estero il giorno successivo, quando i delegati delle due Coree si sono incontrati a Panmunjeom, luogo dove venne firmato l’armistizio del 1953, per definire le modalità di partecipazione ai giochi olimpici invernali di PyeongChang, in programma dal 9 al 25 febbraio prossimi, di una delegazione della Corea del Nord. Quello che sembra essere un segnale di disgelo e che, in qualche modo, potrebbe essere un risultato delle pesantissime sanzioni che l’Onu ha imposto al regime di Kim Jong Un, viene vissuto con sospetto a Washington. Non è un mistero che la Corea del Sud, insieme al Giappone, sia l’avamposto militare asiatico più importante degli Stati Uniti e la prospettiva di un riavvicinamento reale con il governo del territorio settentrionale della penisola diventato potenza nucleare rischierebbe, in un ipotetico scenario che oggi rimane comunque improbabile, di minacciare l’influenza americana sull’area. Peraltro mal tollerata da Cina e Russia, che non potrebbero che vedere di buon occhio l’affievolirsi della potenza degli USA in Corea. Per ora è solo geopolitica della fantasia, ma il fatto che gli Stati Uniti non fossero presenti ai negoziati, nonostante il rapporto di fiducia intercorrente con gli alleati sudcoreani, non ha fatto fare i salti di gioia all’attuale Mr. President.

 

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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