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Licenziare De Rossi per continuare a DeRomanizzare la Roma

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Licenziare De Rossi per continuare a DeRomanizzare la Roma

E’ solo l’ultima “infamata” (come si dice da queste parti) della società americana che gestisce l’AS Roma. Non rinnovare il contratto al Capitano, Daniele De Rossi. Dopo quasi un ventennio di matrimonio.

Farlo a sorpresa. A fine stagione. Senza un incontro ufficiale o ufficioso per un anno. Vedere come reagisce il calciatore, ed agire di conseguenza. Offrirgli un posto “dietro la scrivania”. Chiedergli di rimandare eventuali conferenze stampa. Rilanciare una sua battuta pur di salvarsi dallo sputtanamento horror che ne scaturisce in poche ore.

Daniele è infatti troppo sveglio per farsi intortare. Convoca tutti e spiattella con la consueta lucidità a basso profilo, tutta la verità.

Dirà anche di più ai suoi tifosi. E Claudio Ranieri, già chiamato a fare il “traghettatore” d’emergenza, si schiera con lui e con i romanisti.

L’azienda (come amano definirla loro) Roma ne esce a pezzi. Il malcapitato rappresentante di turno, tal AD Fienga, fa la figura di uno spaesato head-chopper , “tagliatore di teste”, che vomita complimenti ed offerte mentre ufficializza il licenziamento.

Non voglio aggiungere dettagli, reazioni, lacrime e coccodrilli. Trovate tutto sul web. Vi basta digitare #DDR16. Esce l’infinito. E oltre.

M’interessa di più provare ad interpretare questo ennesimo schiaffo al cuore della tifoseria romanista per tradurre il pensiero della società guidata da Pallotta.

Dunque.

Avete presente la Apple? Sapete che licenziò Steve Jobs? Il suo fondatore.. Ecco, bisogna partire da qui per capire gli yankees. Loro hanno questa ossessione capitalista: Il profitto.

Sono davvero convinti che everything has price e che ogni scelta di vita abbia a che fare col lavoro. It’s only business.

Da quando hanno scelto di “investire” su Roma e la sua squadra, le hanno provate ‘quasi’ tutte. In una sola direzione: aumentare il valore della società in cui hanno messo dei soldi. Se non capiamo questo non possiamo proseguire.

Volevano rifondare partendo dai giovani. Ricordate Luis Enrique? All’epoca praticamente noto solo agli addetti ai lavori (come Franco Baldini, il grande consigliere, di cui poi parleremo). Parlavano di “cantera”. L’idea, un po’ iper-ottimistica, era quella di emulare il Barça.

Cambiarono in pochi giorni il volto del presidente, perché capirono ben presto quanto non fosse facile piazzare uomini qualunque all’Avana romana. Occorreva tenersi strette anche alcune bandiere per farsi accettare e lavorare su più fronti. E rinnovarono i contratti ai senatori. C’era da rilanciare, per non dire creare, il marketing, il merchandising, il brand, rifare (?) il logo ed ovviamente riuscire nella mission impossiblelo stadio di proprietà. Dino Viola lo aveva capito negli anni 80. Per intenderci.

Sul campo, paradossalmente, vivevano più di scommesse un po’ naive. Come il curioso ed autolesionista richiamo di Zeman, dopo la fuga di Luis Enrique, o il più fortunato, almeno inizialmente, rapporto con Rudi Garcia. Ma era ed è nel calcio mercato che si scoprivano le carte dei veri imprenditori.

Prima Sabatini poi Monchi. Inutile ricordare chi ha fatto meglio (ci vuole pure poco), l’ordine di scuderia era ed è sempre quello. Compra e rivendi. Guadagnandoci. “Metti denaro nella borsa”, direbbe Iago in Otello. Poi si reinveste, certo. Anche se non tutte le ciambelle riescono con la plusvalenza. E Monchi passerà dal “Se Gana” al “S’inganna”.

I tifosi cominciarono a capire che non esistevano più giocatori incedibili, mentre i risultati proseguirono a tentennare. O meglio: la Roma tornò a piazzarsi nei posti più importanti della classifica, anche grazie alla crisi delle milanesi, ma restando sempre molto lontana dal competere per la vittoria finale. In Europa era anche peggio.

Ad un certo punto, credo con la fine di Garcia, gallo piuttosto romanizzato ormai (pure sedotto da patrizia romana), in società si convincono che il problema vero sia appunto questo:

Il Romanismo (e di come lo vedono loro)

Funziona all’incirca così:

“Roma è bellissima, ha una storia unica, il clima perfetto, un nome che spacca, attira il mondo. Ma ha un problema, i romani”. Anzi di più: “il romanismo”.

Sì. C’è qualcosa qui che ci frena. Che ci frega. Ce lo diciamo spesso anche tra noi indigeni, a furia di sentirlo altrove. Esistono diverse teorie ed analisi più o meno dotte o ironiche sul tema, che superano i confini pallonari e prendono di mira la cittadinanza intera. Io la chiamo La Sindrome Romanista. La studio da anni, con derive anche calcisticheça va sans dire.

Sostanzialmente esisterebbe un paradosso socio-estetico. Climatico. Alimentare. Osmotico. Una sorta di virus, che nasce quale anticorpo alla Bellezza e alla Storia che ci avvolge, ci umilia, ci schiaccia.

Il romano, già geneticamente corrotto, cresce immerso in questo ambiente di gloria decaduta, Bellezza delle Illusioni*, sarcasmo, fatalismo, disincanto. Si eccita e gode, ma nulla può sorprenderlo. Roma ha già visto tutto. E’ Caput Mundi in partenza. Ombelico di tutto. Si può deridere chiunque. Abbiamo pure ucciso Dio, per questo siamo pieni di preti.

Da qui l’indolente indole pigra di un disfattismo compiaciuto, condita da dolci vite e società dei magnaccioni; fetenzia capitale, politica; proclami imperialistici e immobilismo burocratico; corruzione e fancazzismo, furbizia e presunzione (il capiscione romano ti spiega tutto, sa già tutto: “è che nun lo so?!”); fino alle aristocratiche romantiche passeggiate solitarie, di notte, ad ascoltare monumenti, palazzi e rovine. Con una certa malinconia di fondo.

Un “chitessencula” come motto esistenziale, che non solo sbraca i romani, ma, essendo epidemico, contagia anche chi viene a viverci, lavorarci e soprattutto innamorarsi. Lo straniero viene infatti affascinato dalla magnificente bellezza, quindi sedotto da tale filosofia anti-superomistica, menefreghista e finisce a bearsi dell’ineluttabile “nun-me-rompe-li-cojoni”.

Dai sonetti di Gioacchino Belli alle battute di Alberto Sordi, e di conseguenza ai ritratti dei forestieri contaminati come Fellini fino a Sorrentino. Tutti a ricamare sul tema della Bellezza paralizzante, del sentimento d’inferiorità naturale, rispetto ad ogni vana gloria del dinamismo e di ogni realizzazione meritocratica, perché come direbbe Anna Magnani: “Tanto rimani sempre na gran testa di c.!”

Mi viene in mente anche la voce greve in “Mamma Roma Addio” di Remo Remotti, ma non vorrei dilungarmi troppo sulla questione, che necessita ben altro spazio. Ammettiamo solo che qualcosa di vero c’è.

Torniamo invece agli americani. E alla nostra AS Roma.

Loro, anche grazie, come detto, ad un toscano trapiantato a Londra quale Franco Baldini (notate bene: quasi sempre sono non romani quelli che si convincono di “capire quale problema affligga Roma”; è una conseguenza purtroppo della stessa sindrome) hanno deciso:

The core del male è il core de Roma. E’ il romanismo. Va smantellato totalmente. Tutto questo “annamo, dimo, famo” blocca, anzi fa crollare proprio quando sembra di essere quasi arrivati. Fomenta poi distrugge. E non basta più combattere coi social ed i propri canali servili contro i mulini a vento dell’etere romano. L’agente patogeno è dentro Trigoria, indossa sempre quelle maglie che cambiano il restyling ogni stagione. Allora la strategy sarà fare tabula rasa. Togliamo ogni velleità romanista da Roma. Cominciamo dal simbolo: “Er Pupone”, Totti.

Spalletti viene dunque ingaggiato anche per tale progetto terminale, che ovviamente non riesce a gestire granché bene, anche perché Il Capitano si mette di traverso. Col suo stile, ma soprattutto con i suoi piedi.

S. «Tu ormai sei come gli altri, dimenticati di quando eri insostituibile».

T. «Vigliacco, adesso che non ti servo più mi rompi il cazzo, eh? Sei tornato qui con una missione, portala a termine!»

Finirà in un mezzo bagno di sangue. Per tutti. Spalletti fugge, Totti saluta con addio epico ma accetta di restare, non si sa bene ancora a far cosa. Forse era l’unico modo per non vederlo altrove. L’arrivo di Monchi, salutato come un Re Mida ispanico, serve anche a questo.

Eusebio Di Francesco prosegue invece la dinastia delle scommesse aziendaliste. La scelta sembra funzionare, nonostante i passi falsi in campionato, soprattutto per la magggica impresa di Coppa. Quella che conta. La Roma elimina i più forti del mondo: il Barça di Messi e Iniesta. Che ancora non si capacitano, con conseguenze drammatiche.

 

Remuntada storica. Davide contro Golia. L’eroe greco Manolas sancisce la vittoria surreale. La Roma si siede al tavolo delle quattro regine d’Europa. Pallotta si tuffa nelle fontane romane. E’ forse l’inizio di una nuova era?

Giammai! Anzi, proprio come se temesse il potere di seduzione, di quella notte “fracica” di romanismo, la società prosegue imperterrita nella sua epurazione. Forse ancor più ferocemente. Considerando anche che arrivano un sacco di soldi, lo sponsor e una tifoseria finalmente riunita, la cosa fa subito un certo clamore. Saltano in molti, compresi due giocatori stranieri ormai completamente romanizzati: Radja Nainggolan e Kevin Strootman.

Versioni differenti, ma stessa modalità. Vendita improvvisa, taglio netto col passato, calciatore che va via non proprio allegro e piazza incredula. Tanto che il Ninja alla notizia di De Rossi, digiterà un laconico:

Se si aggiungono i tentativi passati di sbolognare anche Dzeko e lo stesso Manolas, capite da soli che di romanisti ne restano davvero pochi.

Quello più importante è sicuramente Capitan De RossiIl vanto di Roma. E forse il simbolo più poetico del romanismo. Il lato leopardiano*, o se vogliamo essere più locali, trilussiano. Non a caso ha vinto poco con la sua squadra. Meno del celebre fraterno amico che in molti hanno inutilmente messo spesso in competizione.

Ebbene ora potete risalire ad inizio post. A questi giorni. Allo sfascio totale di una stagione deludente in ogni senso. Figlia di quel mercato suicida. Assurdo. Con Monchi in fuga dopo aver bruciato la squadra. Con i disastri di Eusebio. Dei preparatori atletici. E lo stadio impaludato.

C’è pure il richiamo disperato dell’ultimo Cesarone; quel Claudio Ranieri che prende la parte dei tifosi e di De Rossi. Tanto non potrà mai essere uomo su cui puntare, adesso, qui. Lo sa benissimo, quale testaccina bandiera di romanismo.

Resta ancora un romano come Alessandro Florenzi ad indossare la fascia da capitano, ma nonostante un rapporto meno intenso con (parte) della tifoseria, nonostante il rinnovo, scruta l’orizzonte con un certo sospetto.

Restano infine i giovani nuovi talenti (come Lorenzo Pellegrini), che però sembrano essere già vaccinati contro il rischio romanista. Oggettivamente: come potrebbero essere convinti di rimanere qui non dico a vita, ma anche per più di 5 anni?

Quello che succede ora, nel dopo sanguinante epilogo derossiano, dimostra come tale presunta cura sia stata in effetti molto peggio del misterioso male. Anzi è probabilmente una nuova forma più aberrante di Sindrome Romanista. Le voci del tutto incontrollate, le reazioni tragicomiche, le speculazioni dei nemici atavici, fanno il resto. Quei tifosi, spesso avversati per educarli al cambiamento, fino all’insulto quali fottuti idioti, infetti di romanismo, dilaniati da lotte interne fra tuttaposter e capisciers, oggi sono quasi totalmente ricompattati dal rancore verso questa società.

La prima (ed ultima) scena che mi viene in mente è questa.


“Tutti a casa”

Alè.

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Marco Fiocchi
A cura di

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