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Lettera di un servitore dello stato

Il mio nome è Ubaldo, il cognome lo saprete alla fine, e sono nato a Lucca il 23 dicembre del 1878. Ho studiato matematica alla “Normale” di Pisa per il primo biennio, poi sono entrato nel Corpo delle Capitanerie di Porto, giovane allievo ufficiale, era il 1901 e avevo 23 anni. Da allora sono un servitore dello stato. Per quarant’anni. Una carriera da oscuro funzionario militare di quelli di cui nessuno parla, ma che fanno il loro lavoro con coscienza. Sono stato al comando dei porti di  Molfetta, Barletta, Sebenico, Ancona, Livorno e Napoli. Maggiore nel 1919, Tenente-Colonnello nel 1924, Colonnello nel 1927. Ho ricoperto incarichi al ministero, sono stato inviato negli Stati Uniti dove ho contribuito all’organizzazione di quella enorme macchina che era, ed è, il porto di New York.

Tornato in Italia ho servito a Genova dove ho organizzato la stazione marittima di Sampierdarena, nel 1937 sono diventato Generale di Porto e ho operato due anni nell’Ispettorato delle Capitanerie. Nel 1939, a due anni dalla pensione,  quando mi è stato chiesto di rimettermi in viaggio ed assumere il comando del porto di Tripoli ho risposto “obbedisco” come ogni servitore dello stato deve fare. A Tripoli ho affrontato il primo anno di guerra, in condizioni di difficoltà estreme, sotto i bombardamenti inglesi. Quella volta forse sono andato un po’ oltre il mio dovere, anche se io non me ne sono accorto, visto che sono stato insignito della medaglia d’argento al valor di Marina. Nel marzo del 1941 sono rientrato a Roma, dove ho continuato il servizio presso il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, passando tra gli ausiliari, sostanzialmente il pensionamento, il 22 dicembre di quello stesso anno.

Pochi mesi dopo però, per esigenze belliche sono stato richiamato in servizio, e ancora ho obbedito,  questa volta presso la Direzione Generale della Marina Mercantile. Il 14 settembre 1943 ho detto il primo no della mia vita, ho rifiutato di salire al Nord al seguito delle truppe della Repubblica Sociale, terminando quel giorno definitivamente il servizio. Ho vissuto ancora a lungo, sempre con discrezione e senza che nessuno parlasse troppo di me, fino al 4 giugno del 1963 quando alla rispettabile età di 85 anni ho lasciato questo mondo.

Quasi quarant’anni dopo un servitore dello stato come me fece il mio nome per battezzare un’unità della nostra Marina Militare e la proposta fu accolta. Il 20 luglio del 2002 i cantieri di Muggiano mi consegnarono per la ripresa del servizio attivo, stavolta sotto forma di nave. CP902 la mia sigla, con base a Messina. Nulla di eclatante, né portaelicotteri, né modernissimo incrociatore, ma un modesto pattugliatore della Guardia Costiera. Tornai ad essere un umile servitore dello stato, per dieci anni, lavorando in silenzio in ogni missione che mi fu affidata. Nel 2012 a seguito di un accordo internazionale tra Italia e Panama, partii per quel paese, cui ero stato venduto, sempre senza fiatare, da molti anni non andavo in America e la cosa tutto sommato non mi dispiacque, solo che i panamensi cambiarono nome alla nave e io tornai alla pensione.

Non ci rimasi molto stavolta, il 15 luglio del 2013 i cantieri di Castellammare di Stabia consegnarono alla Marina un nuovo pattugliatore, modernissimo, ipertecnologico, e anche a lui fu dato il mio nome. Meno di un anno dopo ero all’Isola del Giglio, sempre in silenzio come un servitore dello stato deve fare, a rimettere a galla e accompagnare durante le operazioni di rimorchio il triste relitto della Costa Concordia. Qualche mese fa però è successa una cosa che mi ha sconvolto, tutti parlano di me, non c’è giornale che non metta il mio nome in prima pagina, non c’è telegiornale che non mi nomini, indichi la mia posizione, racconti del mio triste carico di disperati, che il mio lavoro attuale è quello, trasportare disperati. Preferivo continuare a servire lontano dalla ribalta, ma visto che è andata così nemmeno mi va che il mio nome sia detto a caso, e che chi lo ascolta pensi che io sia un bizzarro numero pronunciato in un’insensata forma plurale. Se proprio il mio nome si deve fare che lo si faccia dandogli la giusta dignità, che si sappia che servo in silenzio, sotto forma umana o navale da oltre cento anni. Quindi ho chiesto a un amico che si definisce “un frelance”, una cosa che riempie la bocca ma che in realtà non vuol dir nulla benché lui sostenga che significhi non avere padroni e che sia nobile quasi quanto servire lo stato in silenzio, di fingersi me e scrivere questa lettera per spiegare chi sono. Io continuerò intanto a servire, che sia sotto le bombe inglesi o impegnato nel mio triste compito attuale.

 

Maggior Generale di Porto Ubaldo Diciotti, medaglia d’argento al valor di Marina.

Redazione
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