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L’Etiopia, Haile Selassie e Luciano Vassallo, il “Di Stefano d’Africa”

L’Etiopia, Hailé Selassié e Luciano Vassallo, il “Di Stefano d’Africa”

Il 2 novembre 1930 Tafarì Maconnèn, meglio conosciuto come Hailé Selassié, veniva proclamato imperatore d’Etiopia, incarico che ricoprì dal 1930 al 1936 e dal 1941 al 1974. La sua storia si incrocia incredibilmente con il calcio e con un italiano che nel grande paese africano è considerato una vera e propria leggenda. Il suo nome è Luciano Vassallo, il “Di Stefano d’Africa”.

Sotto il regno di Hailé Selassié il governo di Addis Abeba attraversò alcuni dei suoi momenti più difficili dal punto di vista storico. Nel 1936, ad esempio, il grande paese dell’Africa orientale venne invaso dall’Italia fascista; tale evento costrinse lo stesso Selassie ad un esilio volontario di circa 5 anni nel Regno Unito.

Durante il suo impero la nazionale di calcio toccò l’apice della sua storia, nel 1962. Proprio in quell’anno, infatti, l’Etiopia riuscì a portare a casa il suo unico trofeo: la Coppa delle Nazioni Africane che, caso del destino, si disputò proprio in nello stato dell’Africa orientale.

Alla finale, giocata nell’impianto “Haile Selassie” di Addis Abeba, assistette lo stesso “negus” (il titolo nobiliare con cui era conosciuto l’imperatore etiope in campo internazionale). Sul rettangolo da gioco, invece, si ritagliò un ruolo da protagonista il giocatore italo-etiope Luciano Vassallo, da tutti conosciuto come il “Di Stefano d’Africa”.

L’incontro sovra-citato si svolse il 21 gennaio 1962. In campo si affrontarono la nazionale padrona di casa contro quella della Repubblica Araba Unita (composta dai giocatori dell’Egitto e della Siria insieme): gli etiopi vinsero, dopo i tempi supplementari, con il risultato di 4 a 2.

Luciano Vassallo fu autore di ben 104 partite, tra ufficiali e non, e segnò addirittura 99 gol: un record, ancora tuttora, quasi impossibili da battere. Egli era figlio di una madre eritrea e di un padre italiano che si trovava in quella zona del mondo per questioni lavorative.

Vassallo, insomma, era proprio quello che, il governo fascista di Roma, cercava di perseguitare in tutto e per tutto: un mulatto. La sua vita sarebbe potuta essere un vero e proprio inferno; il calcio, però, la trasformò quasi in un sogno.

Lo stesso giocatore, che ricoprì il ruolo di terzino sinistro per poi venire avanzato in zona centrocampo, ricorda bene quel giorno in cui una nazione intera si fermò per la più importante partita della nazionale di calcio. “Addis Abeba era fantastica. Dopo la finale per tornare in albergo in auto ci impiegammo delle ore, da tanta gente che era venuta a festeggiarci” spiega orgoglioso lo stesso Vassallo, oggi quasi 84enne, che poi prosegue: “Eravamo una squadra meravigliosa, con me giocavano mio fratello Italo (anche lui calciaore, ndr) e Menghistu Worku, forse il miglior giocatore etiope di tutti i tempi e soprattutto un grande uomo, fuori e dentro il campo”.

In quel match, il meticcio non doveva neanche ottenere la fascia da capitano viste le sue origini da “mezzosangue. Alla fine, però, come spiegato dal diretto interessato: “valse la regola che chi aveva più presenze aveva la fascia”.

 

Vassallo, oltre ai numeri sovra-citati, viene ricordato anche per essere stato l’unico calciatore d’Etiopia a essere nominato miglior giocatore di una competizione importante come la Coppa d’Africa. Una bella soddisfazione, per un ragazzo che aveva dovuto subire vari episodi di razzismo viste le sue origini.

Nonostante la fama raggiunta, il capitano etiope dovette fare numerosi altri lavori per potersi mantenere nel corso della vita. Come da lui spiegato, infatti: “Il calcio in Africa non ti dà da mangiare; mentre giocavo ho fatto di tutto, muratore, falegname, meccanico“.

Nella seconda metà degli anni Sessanta avvenne la svolta per il calciatore nel cercare di rincorrere il suo vero sogno: diventare allenatore e allenare, un giorno, la stessa nazionale del suo paese. Per questo motivo, nel 1968, Luciano Vassallo andò in Italia per seguire un corso di allenatore di secondo livello insieme ad alcune figure storiche del calcio nostrano, ad esempio Cesare Maldini.

Imparai molto, tornai a casa con libri e conoscenze – spiega Vassallo – ma soprattutto il confronto con i miei miti mi fece capire che non ero così distante da loro”. Il ritorno in Etiopia, però, fu parecchio traumatico, dal punto di vista professionale, visto che la federazione calcistica decise di assumere come guida tecnica il tedesco Peter Schnittger.

Altri problemi giunsero nel 1974, quando Hailè Selassiè venne deposto dal dittatore locale Mènghistu Hailé Mariàm. Vassallo, infatti, si inimicò fin da subito il nuovo governo e, nel 1978, venne costretto all’esilio in Italia, dove risiede tuttora, e dove diede il via alla sua carriera di scrittore.

A noi piace ricordare Vassallo su un campo di calcio che, sotto gli occhi dello stesso Haile Selassie, portò l’Etiopia al suo massimo traguardo calcistico mai raggiunto finora. Dopo gli articoli, da noi pubblicati, in cui trattavano del rapporto tra la famiglia Marley ed il mondo del calcio ecco un’altra bella storia tra il mondo della reggae music e quello del pallone.

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