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Quando Leopardi inventò la letteratura sportiva

Quando Leopardi inventò la letteratura sportiva

Definirlo “soltanto” uno dei più grandi poeti europei di sempre equivale a mancargli di rispetto. Se non si parte da questo assunto, vuol dire che poco o nulla si è compreso del messaggio veicolato dalle liriche del filosofo di Recanati. Filosofo, sì, avete letto bene; con la particolarità che per veicolare la sua visione dell’esistenza, Giacomo Leopardi scelse il mezzo della poesia: eccelsa, immarcescibile, sempre attuale in quanto continua a rivolgersi alla più intima essenza del nostro essere individui, a prescindere dall’epoca che ci è toccata in sorte.

Ma perché, vi starete chiedendo, ne parliamo su Gioco Pulito? Perché un genio poliedrico come quello dell’intellettuale di Recanati aveva anche la qualità di saper comprendere le dinamiche della società in cui viveva – spesso da dissidente morale – e gli sviluppi futuri dei fermenti, civili e sociali, che quella realtà gli metteva sotto gli occhi.

Cuore pieno di slanci eroici, imprigionato dentro una fragile, sempre più fragile cassa toracica; dedito a contemplare e ad attualizzare, rendendoli nuovamente eterni, il culto e gli insegnamenti dell’epica antica, Giacomo Leopardi non poteva non celebrare l’impatto che, in modo progressivo e inesorabile, lo sport avrebbe avuto sulla società, molto prima che quest’ultima diventasse “di massa”.

Potrà sorprendere i più, ma fra gli oltre diecimila spettatori che affollavano lo Sferisterio di Macerata in un giorno di autunno del 1821, c’era un uomo tutt’altro che anonimo, che tuttavia si confondeva con facilità nella moltitudine di tifosi accorsi dai paesi circostanti per incitare i loro campioni. Un’ordinaria partita di “palla col bracciale”, attività sportiva molto in voga all’epoca, stava per tramutarsi in ispirazione poetica.

Una disciplina a metà tra la pallavolo, per alcuni aspetti, e il tennis, per altri. Con la partecipazione popolare che ne faceva anche un’antenata del calcio, per di più.

 

Il gioco del bracciale consisteva nel respingere da una metà all’altra del campo un pallone usando al posto della racchetta un bracciale. Questo strumento era costituito da un manicotto ricavato da un unico pezzo di legno di sorbo; scavato all’interno in maniera corrispondente al polso del giocatore, con dei fori cilindrici in cui andavano a connettersi delle punte di corniolo lateralmente a contatto tra loro. Il tutto per un peso di circa due chili. Il pallone, che pesava circa tre etti e mezzo, un tempo era costruito esternamente con spicchi, cuciti insieme, ricavati dalla pelle più dura della mucca, mentre la camera d’aria si ricavava utilizzando la pelle più morbida dello stesso animale. Oggi i palloni, per una disciplina tuttora esistente almeno a livello rievocativo,  pur conservando le antiche caratteristiche, vengono costruiti con tecniche e materiali ben diversi, ovviamente.

Quel giorno del 1821 si esibiva Carlo Didimi, campione assoluto, già idolo strapagato e il più possibile ingaggiato per i tornei del centro e del sud di una penisola che, nel frattempo, emetteva i primi vagiti che l’avrebbero portata a farsi nazione, poco più di mezzo secolo più tardi.

Oltre ad ammirarlo, Leopardi in Didimi vedeva incarnate, ma ancor più attualizzate, le doti e la presa sulle folle degli antichi eroi, la fascinazione per l’impresa, ora regolamentata attraverso i vincoli delle regole, del tempo e dei punteggi.

Nacque così l’ode “A un vincitore nel pallone”.

È forse il primo, ufficiale tentativo, peraltro al tempo stesso di altezza non replicabile, di coniugare l’impresa sportiva alla celebrazione letteraria: l’evento, fino a quel momento confinato entro i limiti di un recinto di gioco con un muro di lato, ora usciva dai suoi confini per diventare metafora di una serie di possibilità e capacità umane; di slanci che spingevano e spingono l’uomo a superare se stesso, di fatto, nell’apparente tentativo di migliorarsi soltanto.

Una delle chiavi di lettura per motivare questo tipo di ispirazione, peraltro la più superficiale, sta nel confronto tra il poeta, sempre più cagionevole di salute e il suo atleticamente prodigioso, per l’epoca, coetaneo. Semplice, ma soprattutto semplicistico, sintetizzare il tutto dicendo che in Didimi Leopardi vedeva ciò che egli non era mai stato, non sarebbe mai potuto essere.

A un’analisi più approfondita, soprattutto dei temi civili tanto cari a Leopardi, emerge lo spunto più fertile di suggestioni e metafore, a cominciare dalla convinzione che l’autore recanatese aveva circa la maggiore robustezza e la fisicità più esuberante che i popoli antichi potevano vantare nei confronti dei suoi contemporanei. Didimi ai suoi occhi incarnava, dunque, anche il prototipo dell’eroe classico riproposto in chiave sportiva e competitiva.

Ancora più a fondo, è con l’ode di Leopardi che lo sport assurge ad allegoria di un concetto molto più ampio: rigenerazione civile, individuazione di uno spirito nobile che attraverso la competizione spinge al miglioramento, anelito molto più vivo che in altri campi della vita pubblica. Quanto è ancora attuale questo discorso? E, ancora: quanto uno spirito del genere, senza voler essere utopici, andrebbe oggi risvegliato per migliorare il modo di intendere lo sport, tanto quello amatoriale quanto quello professionistico?

Infine, alla chiusura del cerchio, la celebrazione della positività intrinseca dell’esercizio fisico, che in Leopardi assume, se possibile, un valore doppio, perché egli la individua e la celebra dagli antipodi di una pregiudicante precarietà fisica: – Il vigore e il ben essere del corpo conferisce alla serenità dell’animo, e la serenità dell’animo al vigore e al ben essere del corpo. Come per lo contrario la debolezza o mal essere del corpo e la tristezza dell’animo -.

Grazie, a distanza di due secoli, a nome di tutti noi, che ancora oggi tentiamo faticosamente di salvaguardare quel passaggio segreto che conduce dalla dimensione esistenziale di un qualsivoglia campo di gara ai meandri della scrittura che non può fare a meno di celebrarla.

Senza avere un’oncia del suo genio, ma avendo compreso, almeno speriamo, il dettato della passione.

 

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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