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Pugilato

Leone, la valigia, l’Audace

Il 23 maggio 1915 nasceva Leone Efrati, il pugile italiano deportato dai nazisti e costretto a combattere dentro al campo di concentramento di Auschwitz, fino alla sua morte nel campo di Ebensee dentro a un forno crematorio. Vi raccontiamo la sua storia. 

Vibrano sempre, le sedici corde; che se uno accostasse l’orecchio gli sembrerebbe di ascoltare tutto il dolore, la fatica, la soddisfazione e l’orgoglio degli uomini che si sono misurati sul quadrato, innanzitutto contro loro stessi.

Il pugile è sempre solo; il pugile al tappeto, poi, è l’uomo più solo al mondo, come disse Gene Tunney.

Ci fu però chi fu più solo e più uomo degli altri. Che fosse anche un campione, stavolta è la parte meno importante della storia. La Storia, già, quella con la maiuscola, che interseca e travolge il destino degli uomini; giudice mai imparziale a cui occorre sempre il senno di poi per correggere i punti sul taccuino. Sempre quando è troppo tardi e quando ciò che è giusto viene sepolto da quello che nel frattempo accade.

Si chiamava Leone Efrati e l’ultima volta che si sentì chiamare da uomo libero comprese subito che il viaggio per il quale sarebbe partito era di quelli che si affrontano senza valigia. Nel suo cognome c’era la Roma più autentica di tutte, quella ebrea: nella sua appartenenza una condanna che la “logica” del tempo pretese di chiamare razza.

E sapevano di arrestare un campione, assieme al figlio di sei anni; venduti entrambi per una spiata che all’infame di turno – lui sì un italiano di razza eletta – aveva fruttato ottomila lire, tre per il bambino e cinque per il pugile. Sapevano e dovettero provarci persino più gusto che con un ebreo qualunque.

Aveva intrapreso a ritroso il percorso della gloria e della ricchezza. Negli Stati Uniti si era già giocato una prima volta il titolo mondiale dei Pesi Piuma, a Chicago: verdetto controverso, il grande Rodak sempre più in difficoltà col trascorrere delle riprese. Ciò che aveva sfiorato, era ciò che gli sarebbe spettato di lì a poco: lo pensava la stampa sportiva, in America; ne erano certi i suoi manager, lo sperava il pubblico che lo aveva adottato. Ma su quel piroscafo c’era un sogno più importante da custodire: c’era la sua famiglia da portar via da Roma, prima che ce la portasse qualcun altro.

Ad Auschwitz non c’era rispetto alcuno per la vita, figurarsi per le categorie di peso: gli toccava affrontare pugili molto più grossi, per il piacere delle SS che scommettevano sugli incontri e su altre prove sportive alle quali erano obbligati i prigionieri che erano atleti. Un doppio abominio, laddove anche lo sport veniva spogliato d’ogni dignità.

Sembra che abbia vinto un incontro di troppo, Leone, e che qualche SS a causa sua ci abbia rimesso un sacco di marchi. Il risarcimento dovette pagarlo prima con la vita di suo fratello Marco, poi con la propria. Chissà se prima di perdere conoscenza nella camera a gas avrà pensato per un solo istante alla cintura da Campione del mondo che lo avrebbe aspettato ancora a un oceano di distanza. Di certo per mandarlo giù ci volle la morte invisibile che usciva dai rubinetti.

Molti decenni dopo, a Roma, qualcuno avrebbe soffiato via la polvere dalla storia di Leone Efrati: una valigia c’era stata davvero, la rinvennero durante una ristrutturazione in Via Frangipane 39, la stessa cifra dell’anno in vuoi gli portarono via tutto ciò che lo rendeva uomo.

È la sede dell’Audace, la palestra dove Leone era sbocciato alla boxe, col suo gioco di gambe e la capacità evasiva che lo rendeva imprendibile a livello di scherma. Dove si allenava clandestinamente una volta tornato in Italia; dove si era costruito la sua reputazione di campione; dove lo considerarono sempre e soltanto un pugile, non un nemico della razza i cui incontri negli Stati Uniti dovevano necessariamente essere censurati dalla radio, pur trattandosi di un Italiano che vinceva. C’erano i guantoni, un caschetto, le scarpette di pelle morbida in quella valigia: tutto ciò di cui Leone aveva bisogno per essere felice. Perché in fondo è davvero come dice Mike Tyson: – È il posto più bello del mondo, il ring; sai sempre quello che ti può capitare. – Continuano a pensarlo ancora oggi i ragazzi che saltano la corda e colpiscono il sacco all’Audace, che non sapevano che questa storia l’avremmo dedicata a loro.

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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