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Leone Jacovacci, il pugile soldato più forte del razzismo

Leone Jacovacci, il pugile soldato più forte del razzismo

Il 19 aprile 1902 nasceva Leone Jacovacci, il pugile la cui storia sembra una vera e propria epopea, un romanzo dal forte valore simbolico per quello che è stato una leggenda dimenticata.

Leone Jacovacci nacque dalla lunga scintilla d’amore accesasi tra un agronomo italiano e una ragazza africana nella Repubblica Indipendente del Congo, dove Leopoldo II, re del Belgio, stava approntando uno sterminio immane della popolazione indigena.

Era il 1902, secondo i documenti ufficiali, ma è plausibile che il reale anno di nascita di Leone sia il 1900, a causa del ritardo nel censimento anagrafico molto frequente in quell’epoca e a quella latitudine.

L’arrivo in Italia

Nel 1905 i genitori presero la decisione di far crescere il figlioletto in Italia, lontano da un Congo sempre più preda degli umori da sterminio del monarca belga; e così Leone fu spedito a vivere con i nonni paterni, nel frattempo trasferitisi a Viterbo per salvaguardare il bimbo meticcio dagli sguardi sprezzanti della Roma borghese del tempo.

Con grandi difficoltà d’integrazione, non favorita da compagni di classe e insegnanti, Leone giunse alla licenza elementare, vide morire la nonna e ritornare in patria il padre; la madre morì in Africa, senza che egli la potesse più riabbracciare.

Nel 1916, stanco di un paese che non lo accettava e, forse, sentendo il richiamo esotico dell’esplorazione, Leone prese il mare a Napoli, come mozzo di bordo.

Nel 1919, mentre vagabondava per Londra, un organizzatore d’incontri da luna park, notata la scultoria prestanza fisica, gli propose un combattimento da disputarsi nella serata, che prevedeva lo scontro tra un bianco e un nero. Leone accettò senza essere mai salito sul ring prima d’allora.

La falsa identità e l’inizio della carriera di pugile

Così ebbe inizio la carriera da pugile di Leone Jacovacci il quale, nel frattempo, aveva cambiato il proprio nome in John Douglas Walker, soldato afro-britannico, prima, e in Jack Walker, pugile afro-americano, poi.

Con le prime generalità si era arruolato nell’esercito britannico, nel 1917, combattendo sul fronte russo, mentre con il secondo nome aveva appena dato inizio alla sua storia di campione del ring.

Confinato in incontri periferici dall’impossibilità per i neri di combattere ad alto livello, Leone diede nuovamente ascolto al proprio spirito nomade, decidendo di attraversare la Manica per raccogliere la sfida dei ring francesi. Nel paese transalpino conobbe fama e agiatezza grazie ai tanti trionfi; la sua falsa identità, però, pesava come un macigno sul suo incerto futuro.

Nel 1925 stupì il mondo del pugilato con la propria confessione: il pugile afro-americano Jack Walker era in realtà Leone Jacovacci, di padre romano e madre congolese, cresciuto a Viterbo ed educato in un collegio capitolino.

Il suo accento trasteverino era, comunque, già stato carpito da molti spettatori del bordo ring, durante gli incontri sostenuti a Milano, a quel tempo capitale europea della boxe.

Se il pubblico accolse favorevolmente un nuovo grande campione, i burocrati, come oggi peggior espressione del paese, fecero forte ostruzionismo al suo tesseramento da pugile italiano.

Il 16 ottobre del 1927, il campione milanese Mario Bosisio, che aveva raccolto la sfida di Jacovacci per il titolo italiano, vinse ai punti una sfida che, a detta di moltissimi spettatori e giornalisti, aveva perduto: il colore della pelle precludeva a Leone un traguardo meritato e raggiunto a tutti gli effetti.

Sei mesi più tardi, questa volta a Roma, Leone Jacovacci dominava la rivincita con Bosisio, che in palio aveva anche il titolo europeo dei medi.

Una vittoria contro il razzismo

Il braccio alzato del pugile italiano di colore, che non figura in alcuna foto ufficiale dell’incontro, fu uno smacco ai serpeggianti sentimenti razzisti dell’Italia coloniale.

La Gazzetta dello Sport, il giorno successivo, paventò dubbi sull’opportunità per l’Italia di essere rappresentata da un meticcio, ferendo profondamente l’atleta che aveva meritatamente vinto sul ring. Per altri due anni, i grandi successi di Leone furono stravolti dai verdetti di giudici accecati dalle direttive di un’Europa tendente all’ingiustizia e all’iniquità. In anticipo sulle leggi razziali, Leone si trasferì nuovamente in Francia, terminando la propria straordinaria carriera dopo 155 incontri. Fino alla fine aveva risposto alle chiamate al combattimento di tutta Europa, ma il distacco della retina rendeva un supplizio ogni match.

Il ritorno alle armi e la vecchiaia

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Leone Jacovacci tornò a chiamarsi John Douglas Walker e raggiunse l’Inghilterra allo scopo di arruolarsi nel vecchio battaglione per dare il proprio contributo contro il dilagare del nazismo.

Con la sconfitta dei tedeschi entrò da fante britannico in Italia, a Milano, adoperandosi per l’aiuto dei molti profughi creatisi col caos bellico.

Con spirito di sostentamento, nei duri anni del dopoguerra, si dedicò al wrestling per i teatri meneghini, facendo sempre onore, sebbene più che sessantenne, alla propria grande combattività.

Senza tante cerimonie, il campione d’Italia e d’Europa dei pesi medi cadde nel dimenticatoio.

Silente e solitario portiere di uno stabile di via Ghibellina, a Milano, arrivò al crepuscolo della propria vita in povertà e gravemente malato di cuore. Con gli occhi fissi sulla strada, poteva apparire, ai più, come un malinconico anziano dall’aspetto tropicale.

Nessuno può sapere se dietro il suo sguardo immobile ci fossero i ricordi dei combattimenti col 53mo Battaglione Bedfordshire, o i feroci scontri con i migliori pugili d’Europa, o i mari solcati, o la fame patita. Oppure le tante ingiustizie sopportate.

A più di ottant’anni d’età, il grande spirito battagliero di Leone Jacovacci si spense nel silenzio che spesso accompagna gli uomini più straordinari.

Di lui restano poche immagini, nessuna proprietà, ma ne è palpabile l’esempio di uomo caparbio, mai arresosi alle prevaricazioni di una società dura e immatura.

Leggi le altre storie di NICOLINI RACCONTA DI PUGILI

A cura di

Nipote di un insegnante sammarinese migrato nei licei delle vallate alpine, sono nato a Padova nel ’70 ed ho chiuso il cerchio di itinerante storia familiare rientrando nell’antica repubblica del Titano quando non ero ancora trentenne. Avevo prima vissuto in varie parti d’Europa, dei Caraibi e dell’Africa grazie a diversi, talvolta avventurosi, impieghi giovanili. Al contrario, ora, lavoro in banca. Ho coronato il mio amore per le lingue e le letterature straniere all’Università di Urbino, compiendo gli studi in una lunga e poco gloriosa carriera accademica. Appassionato sportivo, ho praticato con alterne fortune il pugilato, il windsurf, il calcio, la canoa olimpica. Seguo il rugby con piglio da intenditore. Nel 2015 ho attraversato l’Adriatico in kayak nel suo punto più largo. Scrivo di boxe perché ne vale la pena: il ring trattiene tra le corde le storie che la fantasia di un romanziere non potrebbe mai eguagliare.

Commenti

2 Comments

  1. leo marino gasperoni

    Giugno 21, 2016 at 6:45 pm

    E’ un racconto molto ben fatto che Marco, con la leggerezza dei toni e il disincanto dei novizi, rende meraviglioso.

  2. ricky

    Agosto 24, 2017 at 3:46 pm

    Grazie per averci raccontato questa bellissima storia.

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