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Lega Pro: il “Final Flop” delle “Final Four”

Oltre al ritorno del Parma nel calcio professionistico, la vittoria degli emiliani per 2-0 contro l’Alessandria nell’ultimo atto dei play-off ha anche archiviato la prima edizione della nuova formula degli spareggi di quella che dal prossimo anno tornerà a chiamarsi Serie-C (per fortuna, ndg). Un format più ombre che luci. Non tanto per il numero delle partecipanti – ventotto, dalla seconda alla decima di ognuno dei tre gironi di Lega Pro più la vincitrice della Coppa Italia di categoria – e per la sua articolazione comunque foriera d’interrogativi (per esempio: perché nella prima fase, in gara secca, ha giocato in casa la squadra meglio piazzata nel girone che, proprio per questo requisito, in caso di parità al novantesimo, già beneficiava del passaggio del turno?), quanto per il suo ultimo capitolo: la final four. Tenutasi, per l’occasione, al “Franchi” di Firenze. Una scelta che si è rivelata criticabile per più di una ragione.

In primis, per la sede. Città meravigliosa per l’arte e dalla storia calcistica importante, la culla del Rinascimento mal si prestava a ospitare un evento del genere perché a giugno diventa famosa anche per il gran caldo. Sia nelle ore serali delle semifinali sia, a maggior ragione, in quelle tardo pomeridiane della finale. Un clima sfavorevole per il bel gioco, mostrato a sprazzi solo dal Pordenone, tanto che per Parma-Alessandria si può parlare di “effetto Pasadena, ricordando la finale del Mondiale americano del 1994 tra i nostri azzurri e il Brasile. E soltanto l’abilità dei gialloblù a sfruttare un paio di episodi ha evitato l’epilogo dei calci di rigore. Ma, nel complesso, lo spettacolo tecnico di tutte e tre le partite è stato deludente.

Discutibile anche il programma delle partite. Le semifinali su due giorni differenti hanno penalizzato l’Alessandria, che ha avuto un giorno di riposo in meno rispetto al Parma. E dopo quarantaquattro partite nella testa e nelle gambe, fra regular season e play-off, è un dettaglio che fa la differenza.

Infine, ciò che più ha colpito in negativo, la scarsa partecipazione di pubblico. Purtroppo. E anche qui più di un indizio lasciava pensare che il “Franchi” non fosse il miglior luogo per questo evento, perché troppo grande e sproporzionato rispetto ai tifosi che avrebbe ospitato. A dirlo, i numeri. Le quattro finaliste – Parma, Pordenone, Alessandria e Reggiana – durante la stagione ‘16/17 hanno avuto un’affluenza media complessiva di 22.117 spettatori (i dati di quest’articolo, tranne uno, sono presi dal sito www.transfermarkt.it), cioè il 46,77% della capienza del “Franchi” (47.282). Nessuna di loro ha mai fatto il tutto esaurito, nemmeno il Pordenone nel suo “Bottecchia” (2.500 spettatori) e, anzi, si son perlopiù dovute confrontare con il vuoto (10.230 la media del Parma in un “Tardini” da 27.906 unità). Sono cifre che avrebbero dovuto indurre alla scelta di sedi più piccole – per esempio, perché non Siena (“Franchi-Montepaschi Arena”, 15.373 spettatori) e Grosseto (“Zecchini”, 9.909 spettatori) per le semifinali ed Empoli (“Castellani”, 19.847 spettatori) per la finale? – per avere una partecipazione tale da parlare di vera e propria festa, capace di coinvolgere, grazie alla diretta tv, un numero di appassionati più alto di quelli allo stadio.

A Firenze, invece, è avvenuto il contrario. 4.000 spettatori per Parma-Pordenone; 5.000 per Alessandria-Reggiana; 16400 per la finale. Una carestia. Aggravata dalla presenza di tanti addetti ai lavori, perlopiù esenti dal coinvolgimento emotivo per una delle due contendenti, e, soprattutto, dalle semifinali giocate in settimana. Quando la gente lavora e non può, salvo sacrifici, seguire la propria squadra del cuore. L’esatto contrario di quanto avvenuto nei turni precedenti dei play-off, quando i tifosi hanno affollato i rispettivi impianti.

La soluzione è dunque ritornare al passato, alla formula andata e ritorno? Non necessariamente. Può andar bene anche la final four, in una regione che non ha una delle quattro semifinaliste. Ma in tre città vicine fra loro e con stadi proporzionati all’affluenza media dei tifosi delle partecipanti. Così da avere uno spettacolo da ricordare. Per chi assiste e per chi guarda da casa. Che invece, sia in semifinale che in finale, salvo quand’erano inquadrate le due curve del “Franchi”, si è ritrovato al cospetto di una “Maratona” lunare.

Un’immagine surreale e anche un po’ inquietante. Forse s’intende e si vuole che sia questo, il calcio di oggi e di domani? Ventidue in campo e il pubblico ai lati? Ma il calcio, quello profondo e autentico, ai lati, cioè ai margini, non dovrebbe tenere solo chi lo vuol privare della sua essenza e dei suoi protagonisti? Che sono e saranno sempre la passione e la gente.

A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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