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Tra LeBron e Ibrahimovic nessuno dei due ha ragione

Tra LeBron e Ibrahimovic nessuno dei due ha ragione

Quello tra LeBron James e Zlatan Ibrahimovic è stato uno scontro che a livello mediatico ha certamente attirato l’attenzione e i titoli dei media per la portata dei due contendenti. Un’animata discussione a parole basata su visioni contrastanti che merita comunque un approfondimento maggiore. Una riflessione che parte da una differenza di cui evidentemente l’oceano Atlantico è immaginario confine da un lato.

Una diversa cultura nel modo di calare lo sport all’interno della società tra Europa e Stati Uniti. Da un lato la necessità di perimetrare il campo di azione di un’atleta (nella mentalità europea che in questa disputa attribuiamo allo svedese) e un’idea di perimetro decisamente più ampio dall’altro lato (nella visione lebroniana, e statunitense in generale).

Andando con ordine, tutto nasce da un fulmineo affondo da parte di Ibrahimovic nel corso di un’intervista rilasciata a Discover+ Svezia.

Gillar du att titta pa basket?”, che tradotto significa “Ti piace guardare il basket?”. Una semplice domanda, con riferimento anche a LeBron, da parte del giornalista svedese che cerca di spaziare in altri sport per ricercare un qualcosa di inedito sulle passioni di Zlatan. Ed in qualche modo il milanista accontenta il connazionale concedendogli un pensiero più ampio che sancisce l’inizio dello scontro con LBJ.

 

Si si mi piace molto. Quello che fa LeBron è fenomenale, però non mi piace quando le persone con qualche tipo di ‘status’ parlano di politica. Fai quello in cui sei bravo. Fai quello che fai. Io gioco a calcio perché sono il migliore nel giocare a calcio. Non faccio politica. Se fossi stato un politico, avrei fatto politica. Questo è il primo errore che le persone famose fanno quando si sentono arrivate. Per me meglio tenersi lontano da questi argomenti, e fare quello in cui si è bravi, altrimenti rischi di non farci una bella figura”.

La presa di posizione di Ibrahimovic è chiara e decisa, escludendo dai “compiti” dell’atleta quello di schierarsi politicamente. Una provocazione diretta nei confronti di LeBron James con cui evidentemente la convivenza a Los Angeles non è andata nella maniera sperata.

 

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Lo stesso Zlatan aveva accolto così il Prescelto nell’estate del suo approdo ai Lakers, autoproclamandosi ancora una volta Dio e riconoscendo lo status di King a The Chosen One. Audace, da parte di Zlatan, elevarsi a Dio di Los Angeles in una città che ha visto brillare stelle e celebrity di svariate discipline. Dallo sport allo spettacolo. Ma sappiamo che lo svedese non si lascia certo intimorire dallo sbrilluccicare del jet set.

L’attacco preciso di Ibra nei confronti di LeBron si basa su questioni strettamente di tipo politico, e questo non è un aspetto da sottovalutare nel proseguo dell’analisi della diatriba.

Non c’è modo che io stia zitto di fronte alle ingiustizie e mi limiti allo sport. Io sono parte della mia comunitàho oltre 300 ragazzi nelle mie scuole che hanno bisogno di una voce e io sono la loro voce. Sono la persona sbagliata da criticare su questo campo perché ho una mente ‘molto educata’.Mi occuperò sempre di temi come l’uguaglianza, la giustizia sociale, il razzismo, l’assistenza medica e il diritto al voto. So quanto è potente la mia voce e la ‘piattaforma’ da cui parlo e la userò sempre per occuparmi di certe cose, nella mia comunità, nel mio paese e in tutto il mondo. E’ buffo che lui dica queste cose, perché è lo stesso che nel 2018 ha parlato di razzismo in Svezia legato alle sue origini e al suo cognome”.

Una risposta secca, senza mezzi termini. Una missione che il campione dei Lakers sente nei confronti di tanti ragazzi a cui si dedica per favorirne istruzione e formazione, in un contesto come quello degl Stati Uniti che soffre di profonde disuguaglianze sociali che non si possono ignorare. Ed in più la punzecchiatura sul tema razzismo sollevato anni addietro dallo stesso Ibrahimovic che aveva parlato della sua compicata storia da immigrato balcanico in Svezia. Una replica che non stupisce chi ha imparato a conoscere il LeBron profondo conoscitore dei suo avversari non solo dentro ma anche fuori dal campo. Una mentalità di gestione dei dibattiti mediatici molto simile a quella di Kobe Bryant, altra icona della Hollywood gialloviola.

Il botta e risposta tra i simboli di Lakers e Milan (che curiosamente si intersecano nel ricordo dell’eterno 24 dei gialloviola) non si ferma, e questa volta la palla passa a Ibrahimovic che dalla sala stampa di Sanremo puntualizza il suo riferimento alla politica piuttosto che al razzismo, tema sul quale LeBron lo aveva provocato.

Il razzismo e la politica sono due cose differenti. Noi atleti uniamo il mondo, i politici lo dividono. Tutti sono i benvenuti. Non importa da dove vieni, noi facciamo quello che serve per unire le persone. Questo è il mio messaggio. I politici devono fare i politici, gli atleti devono fare gli atleti”.

Avevamo detto di non sottovalutare il primo riferimento alla politica di Zlatan, ed infatti nel suo secondo intervento sottolinea la differenza sostanziale tra tematiche politiche e razzismo. Ed in questo senso il pensiero dello svedese diventa vulnerabile e attaccabile nei contenuti.

Non considerare una correlazione tra razzismo e politica nella storia sociale degli Stati Uniti, soprattutto dopo gli ultimi eventi che hanno poi trovato manifestazione di protesta nel movimento “Black Lives Matter”, risulta utopico, irreale e contrastante alla visione di Zlatan.

Lo svedese piuttosto voleva riferirsi, con più decisione e precisione, alla posizione assunta da LeBron contro Donald Trump nella recente corsa alla Casa Bianca vinta dall’altro candidato Joe Biden. Duri battibecchi a distanza con l’ormai ex Presidente USA portati avanti senza scomporsi e consapevole di avere l’appoggio di buona parte della critica.

L’assioma di Ibrahimovic di restringere il campo d’azione di un’atleta al solo rettangolo di gioco (nel caso di LeBron 28m x 15m) contrasta apertamente con la necessità della società americana di riconoscere personaggi saliti alla ribalta per meriti sportivi e che hanno consolidato la propria figura per la rilevanza del loro impatto sociale. Che sia razzismo, o qualsiasi altra piaga sociale, l’impegno politico fa rima con attivismo sociale soprattutto in un contesto come quello a stelle e strisce.

La visione di Ibrahimovic non è però isolata e risulta assimilabile a quella di altri personaggi del calibro di Michael Jordan e Tiger Woods, entrambi sempre poco inclini ad esporsi politicamente ed esprimere idee su determinati temi.

Nonostante fosse lo sportivo più famoso e influente al mondo, il 23 dei Chicago Bulls si è sempre difeso dal prendere pubblicamente posizione su tematiche sociali o politiche, come raccontato anche nel documentario “The Last Dance” in cui si parla del mancato supporto al politico Harvey Gantt nella corsa a un posto al senato per il North Carolina, di cui sarebbe potuto diventare il primo senatore afro-americano.

Non ero un politico ma uno sportivo, e mi concentravo su quello. Fui egoista? Probabilmente. Ma era a quello che dedicavo tutte le mie energie”. Ed è con questa frase che MJ esprime un punto di vista affine alla posizione di Ibrahimovic nella disputa con LeBron.

Rispettare la visione della leggenda dei Chicago Bulls (tra l’altro da riportare in un contesto americano di altri anni) non significa accettare che un’atleta non possa assumersi la responsabilità di esprimere le proprie idee su determinati temi. Un qualcosa che tra l’altro in tanti (tra cui il tifoso illustre dei Bulls, Barack Obama) si sarebbero aspettati dallo stesso Michael Jordan.

Oltreoceano l’atleta non può essere solo un’atleta.

Nella storia americana l’attività politica e l’impegno sociale dello sportivo fa quasi parte della missione dello stesso, se non altro per la portata mediatica di cui alcuni di essi dispongono. E anche in epoche diverse, in cui non esistevano i social network e gli strumenti di diffusione erano certamente meno tempestivi, questo aspetto non veniva sottovalutato.

 

 

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Arthur Ashe, Tommie Smith e John Carlos, fino ad arrivare ad oggi con Colin Kaepernick. Per non dimenticare ovviamente Muhammad Ali, proprio quello che Ibra definisce #idol in un post dello scorso maggio. Parliamo della massima espressione dello sportivo politicamente influente e di chi ha fatto dell’atleta un personaggio mediaticamente rilevante. “Dovevo utilizzare quei microfoni che mi buttavate davanti alla bocca dopo le vittorie. Dovevo sputare le mie sentenze imponendo i miei argomenti ai vostri” [da un passaggio del libro “Il mio Ali” di Gianni Minà]. Questa la missione di The Greatest fuori dal ring, anche se quella missione l’ha sempre perseguita anche dentro il quadrato.

L’inevitabile commistione tra sport e politica, e l’impossibilità di scomporre il razzismo e la stessa politica nei meccanismi della società americana, rendono la visione di LeBron non opinabile nella presa di posizione ma eventualmente solo discutibile nel merito. Dall’altro lato quanto sostenuto da Ibrahimovic è rispettabile nella non volontà di voler mischiare temi ritenuti non assimilabili ma diventa contrastabile se critica un’ideale e un concetto di atleta diverso dal suo.

Non pensare che un’atleta vada oltre quello che fa con un pallone tra i piedi o tra le mani diventa limitante nella possibilità di impegnarsi rispetto a temi di rivelanza sociale ed evidenzia inoltre una radicata cultura (a livello soprattutto italiano) in cui si preferisce che sia “la politica ad entrare nello sport”, diversamente da quanto accade oltreoceano dove è “lo sport ad entrare in politica”.

Marco Pino – Social Media Soccer

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