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Le partite degli altri: l’ultima volta della DDR

Le partite degli altri: l’ultima volta della DDR

Aggrappati a un gol, impensabile ancor più che imprevisto, di Jürgen Sparwasser, quando le spartane maglie blu con il martello e il compasso ebbero la meglio sulle casacche bianche di Beckenbauer e Breitner e uno spicchio di bandiere, diversamente tedesche, si agitava in quel settore del Volksparkstadion di Amburgo dove i tifosi avevano avuto accesso grazie a un visto di qualche ora, per poi percorrere a ritroso quel tragitto lungo il quale si facevano via via più rare le Volvo, le Mercedes, le Audi.

Era il 22 giugno del 1974 e sembrò, come sembra ancora ogni volta che viene da ripensarci, che la Germania Est del calcio fosse esistita solo per quella serata mondiale.

O quasi, perché in realtà due anni prima, nel confronto olimpico di Monaco, gli “Ossis” avevano già battuto i cugini ricchi e liberi dell’Ovest, tre a due; solo che in quell’occasione i tedeschi orientali avevano potuto schierare la nazionale maggiore, in virtù del dilettantismo di stato.

La verità è che il calcio, nella istituzionale e dogmatica cultura sportiva della DDR, era sempre stato considerato alla stregua di un parente imbarazzante da alloggiare in qualche sgabuzzino, lontano dai fasti patriottici che l’atletica, il nuoto o la ginnastica assicuravano al regime e ai suoi papaveri. “Il calcio si fa portatore di valori molto precisi: l’individualismo e il fanatismo sono più forti della disciplina e del razionalismo”: così aveva parlato Manfred Ewald, Ministro dello sport e Presidente del Comitato Olimpico della Repubblica cosiddetta Democratica Tedesca, come voleva l’acronimo italianizzato. A poco erano servite la vittoria della Coppa delle Coppe da parte del Magdegburgo, in finale contro il Milan, nel 1974 o la cavalcata dell’ “instancabile” (ne seppe qualcosa la Roma nel primo turno) Carl Zeiss Jena fino alla finale della stessa competizione nel 1981, persa contro i sovietici della Dinamo Tbilisi. Tuttavia, ci fu chi comprese meglio di altri quanto anche il pallone potesse essere volano di consenso, fenomeno funzionale al potere dei papaveri dell’oligarchia comunista. Il sulfureo Erich Mielke, Ministro per la Sicurezza di stato e storico capo della Stasi, la famigerata polizia segreta, volle fare della massima divisione nazionale, la Oberliga, il suo trastullo preferito, nonché la mostrina più vistosa da cucire sull’uniforme.

Lo fece attraverso la squadra del dipartimento, la Dynamo di Berlino, i cui giocatori per i tifosi delle altre squadre erano, senza altra variante di appellativo, “elf schweine”, gli undici maiali. Dopo il titolo vinto sul campo dalla Dynamo Dresda nel 1978, per dieci anni di fila quei funzionari con gli scarpini ai piedi mieterono scudetti addomesticati, tramite arbitraggi talmente spudorati da imbarazzare anche alcuni membri del Comitato Centrale del partito.

Poi, venne il tempo. Quello che sempre trascorre e che a volte si spezza, con il rumore sordo che fanno le epoche quando il vento della Storia le soffia lontano.

Proprio alla fine degli anni ottanta, la Germania Est aveva visto maturare una generazione di calciatori degna di confrontarsi con le nazionali migliori, tanto che il ritorno alla fase finale della Coppa del mondo, dopo quel fatidico 1974, non era più un sogno ma una legittima ambizione. Autunno 1989: era rimasta solo l’Austria come ostacolo, prima dell’approdo a Italia ‘90. Novanta come i minuti che mancavano.

Nel frattempo, approfittando di un’amichevole tra vecchie glorie tedesche dell’una e dell’altra parte, era riuscito a lasciare la DDR proprio Jürgen Sparwasser e in quel caso i capi del regime impallidirono, dando ordine ai mezzi d’informazione nazionali di non nominarlo più per alcun motivo, perché “No, Sparwasser no…”, disse un ministro appena venne informato. Come se quel pallone fosse tornato indietro per infrangere una vetrata degli uffici della Stasi.

Spifferi alla frontiera con l’Ungheria, da parecchie settimane, dove le Trabant cariche di valigie avevano cominciato a intasare i varchi. Poi, una settimana prima della partita, uno sgretolarsi di mattoni.

Non c’era più il Muro; stava per essere inghiottita la nazione dalla sorella benestante; resisteva la nazionale di calcio: paradosso ambulante, divenuta improvvisamente un vasetto di miele per tutti gli agenti della Bundesliga e dei principali campionati europei che si assiepavano in ritiro per allettare i futuri professionisti, per farli ricchi senza che avessero nemmeno il tempo di sentirsi liberi. Thomas Doll, Andreas Thom, Matthias Sammer. Quest’ultimo, in particolare, avrebbe trovato gloria in occidente, avrebbe vinto la Coppa dei Campioni con il Borussia Dortmund, l’Europeo del 1996 con la Germania senza più punti cardinali, un controverso Pallone d’oro.

Finì malamente, quella partita con l’Austria, disputata da una DDR distratta dalle sirene occidentali, frastornata dal clamore del mondo.

Ma non fu l’ultima.

In uno stillicidio di dissolvenze, la rappresentativa di un paese che svaniva continuò ad esistere fino al 1992, prima della fine ufficiale della DDR, il tre di ottobre.

Il 12 settembre, in base a un calendario stilato in precedenza dall’UEFA, la DDR si esibisce a Bruxelles, contro il Belgio: nata come gara di qualificazione per l’Europeo dell’estate seguente, la partita viene declassata ad amichevole. Molti giocatori importanti declinano l’invito, altri vanno malvolentieri, bisogna convocare più di un esordiente. Il commissario tecnico dispone in tutto di quattordici giocatori, compreso Sammer, che è rimasto in ritiro anche perché non è riuscito a trovare un volo utile per tornare a Stoccarda, dove nel frattempo ha trovato il suo primo contratto in Bundesliga. Lui, che negli anni a seguire avrebbe sempre raccontato un aneddoto risalente ai tempi della Dynamo Dresda, quando era già un giocatore “troppo” emergente a livello di personalità: “Un giorno distribuirono dei nuovi scarpini ai giocatori… il mio paio era l’unico con la misura sbagliata. Erano di tre taglie troppo grandi. Pura e semplice vessazione. L’individualismo non era tollerato“.

Quella strana, insensata partita contro il Belgio in trasferta finirà proprio con due suoi gol, doppietta d’autore, mentre i tacchetti suoi e dei suoi improvvisati compagni è come se, invece che sul terreno dell’Heysel, affondassero nella cenere della Storia.

Al termine, con le maglie bianche da trasferta, bordate di strisce blu, con quel simbolo di razionalismo e sacrificio operaio per l’ultima volta sul petto, i giocatori della nazionale svanita mettono in atto una specie di commiato. Per salutare, per salutarsi, fra chi andrà a trovare la gloria e chi tornerà nell’anonimato.

Più che un giro di campo, sembra una danza di sopravvissuti.

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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