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Mario Jardel e quei saluti calorosi sotto la curva sbagliata

Mario Jardel e quei saluti calorosi sotto la curva sbagliata

Con il calciomercato invernale nel vivo, riviviamo la storia di un bomber dal grande palmarès, venuto in Italia per risollevare le sorti di una squadra, ma rimasto nella memoria di tutti per un solo incredibile gesto. Il suo nome: Mario Jardel.

18 gennaio 2004. Lo stadio ‘Del Conero’ di Ancona è pronto ad ospitare la sfida tra i padroni di casa ed il Perugia. Una gara valida per la diciassettesima giornata di Serie A; siamo al giro di boa (si era, infatti, ancora alla massima divisione a 18 squadre) e i marchigiani sono messi piuttosto male in classifica. Per questo motivo, il patron Pieroni ha deciso di puntare forte sul mercato di riparazione e nei minuti che precedono la sfida c’è l’occasione per presentare il grande (sarebbe meglio dire ‘grosso’ in questo caso) colpo messo a segno dai biancorossi: l'(ex?) centravanti Super Mario Jardel.

Attaccante dalla carriera semplicemente straordinaria, il brasiliano porta in dote una quantità di gol messi a segno ( e la conquista della Scarpa d’Oro in due occasioni) tra Turchia, Brasile e Portogallo semplicemente imbarazzante; un po’ come la sua forma fisica al momento dello sbarco in terra italica.

A prima vista, si fa fatica a poter considerare Jardel un atleta. In evidente sovrappeso, la punta lascia più di qualche perplessità a tifosi ed addetti ai lavori locali (e non solo); serve gente pronta sia fisicamente che mentalmente ed almeno per quanto concerne il primo punto di vista sembriamo essere ben lontani dalla perfezione.

I motivi di questo crollo verticale rispetto al fenomenale animale da gol degli anni Novanta, purtroppo, sono conseguenza di momenti piuttosto tristi vissuti dal povero centravanti brasiliano; nonostante le ottime performance, la Nazionale di casa non lo ha mai preso in seria considerazione in carriera e non lo convoca neppure per i mondiali di Giappone e Corea in cui vincerà la rassegna iridata. Il resto viene fatto dalla dolorosa separazione con la moglie, che porta Jardel a cadere in depressione.

Il giocatore, quindi, si lascia andare fisicamente. Già nell’ultima esperienza prima di Ancona, al Bolton, si capisce che qualcosa non va: il suo passo è lento, pesante. Dopo 7 partite senza alcun gol, Jardel viene liquidato senza troppi complimenti dal torneo inglese.

Arriva, così, tomo tomo cacchio cacchio (come direbbe la Gialappa’s Band) l’Ancona, che fiuta “l’affare”.

In principio, nessuno crede alla notizia, ‘come è possibile?’ si chiedono in molti; un campione così affermato in un club tanto piccolo club e pure tristemente ultimo in Serie A? Qualcosa non torna. D’altronde, della depressione e del peso eccessivo di Jardel in molti ancora non sapevano.

Torniamo, così, a quel fatidico 18 gennaio del 2004. La prima sfilata davanti ai nuovi tifosi diventerà indimenticabile, purtroppo per Jardel non per meriti sportivi: il brasiliano è carico, vuole rinascere e decide di andare a salutare subito i fan ma…va a salutare la curva del Perugia.

Ad ingannare il povero Mario i colori sociali, identici fra le due squadre (bianco e rosso). Nel turno seguente, Jardel debutta a San Siro col Milan: è ua catastrofe, 5-0 per i rossoneri. Malissimo Jardel e Nedo Sonetti esonerato.

In panchina arriva Galeone, che si rende da subito conto come il brasiliano sia assolutamente impresentabile. Jardel, nonostante tutto, gioca contro la Roma quasi tutto il match. Proprio in occasione della sfida contro i giallorossi, i sostenitori dell’Ancona espongono uno striscione sarcastico sempre in riferimento alla sua forma fisica: una sola parola che lascia poco spazio all’immaginazione: “Lardel”. Contro l’Udinese, invece, viene sostituito dopo 36 minuti.

L’esperto tecnico artefice del miracolo Pescara anni prima va su tutte le furie e dichiara: “Gli diamo altri 20 giorni per rimettersi in sesto, nelle condizioni in cui è non può essere presentato“. Altro che venti giorni, Mario Jardel non calcherà più un campo di Serie A.

Dopo Ancona, il brasiliano continuerà ad imperversare in tutto il mondo alla ricerca di contratti, finendo tra Cipro, Bulgaria e Australia.

Matteo Luciani
A cura di

Nato a Roma sul finire degli anni Ottanta, dopo aver conseguito il diploma classico tra gloria (poca) e insuccessi (molti di più), mi sono iscritto e laureato in Lingue e Letterature Europee e Americane presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Tor Vergata. Appassionato, sin dall'età più tenera, di calcio, adoro raccontare le storie di “pallone”: il processo che sta portando il ‘tifoso’ sempre più a diventare, invece, ‘cliente’ proprio non fa per me. Nel 2016, ho coronato il sogno di scrivere un libro tutto mio ed è uscito "Meteore Romaniste”, mentre nel 2019 sono diventato giornalista pubblicista presso l'Ordine del Lazio

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