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Lazio: qualificarsi agli ottavi di Champions League non è sufficiente per essere una grande squadra

Lazio: qualificarsi agli ottavi di Champions League non è sufficiente per essere una grande squadra

Anche le vittorie possono insegnare. Come le sconfitte. È il caso della Lazio, qualificata agli ottavi di finale di Champions League vent’anni dopo l’ultima volta (era il 2001, seconda fase a gironi, l’alter ego delle migliori sedici odierne). Un premio meritato per la costante crescita tecnica della gestione Inzaghi, che in cinque stagioni ha visto i biancocelesti risultare i più vincenti sulla scena nazionale dopo la Juventus – 1 Coppa Italia e 2 Supercoppe di Lega – e in Europa passare da spettatori davanti alla tv (2016/17) a protagonisti della coppa principale

La conferma è arrivata dal buon girone eliminatorio, chiuso al secondo posto e senza sconfitte dopo aver brillato contro il più quotato ed esperto Borussia Dortmund per poi prevalere contro lo Zenit testa di serie e resistere con un organico dimezzato dal Covid nella fredda Bruges e nella glaciale San Pietroburgo. Prestazioni da squadra ottima, ma non ancora “grande”. A causa di due limiti emersi anche nell’ultima e decisiva partita contro i fiamminghi: la difficoltà a gestire i momenti positivi e la sindrome da pancia piena.

Avanti di un gol e di un uomo dal 35’ del primo tempo, con due risultati su tre a disposizione, la Lazio è uscita dagli spogliatoi intenzionata più a far trascorrere il tempo in attesa del novantesimo che ad affossare i rivali col gol del 3-1. Ha costruito soltanto un’occasione, sciupata da Immobile, per poi sostituire al 75’ lo stesso bomber (e capitano), Luis Alberto, il faro della manovra, e Lucas Leiva, la diga davanti alla difesa. Togliere tre leader in contemporanea, a un quarto d’ora dalla fine di un incontro del genere, equivale a mandare il messaggio di una qualificazione ormai cosa fatta. Ma non è mai così. Soprattutto in Champions League dove la minima deconcentrazione si paga a caro prezzo. Dalle parti di Formello dovrebbero saperlo, visto che nel bel 3-1 al Borussia il gol di Håland è scaturito da un disimpegno in orizzontale di Patric che invece avrebbe potuto appoggiare in verticale al compagno più vicino senza correre rischi. E il Bruges non è stato da meno dei tedeschi. Un minuto dopo i tre avvicendamenti ha segnato il 2-2 con Vanaken, che ha tolto certezze e alimentato un irreparabile fermato soltanto dalla traversa al 92’ sul tiro di De Ketelaere. Ai microfoni Inzaghi ha detto: “Abbiamo fatto dei cambi forzati. Avevo gente a metà tempo sul lettino che non stava benissimo”. Ma allora perché non farli uno alla volta, guadagnando sì tempo prezioso visto che si sarebbe spezzettato il gioco costringendo il Bruges a tessere ogni volta da capo la sua tela?

Dall’esterno la percezione di una Lazio convinta nell’inconscio d’aver già passato il turno era però già germogliata pochi minuti dopo l’1-1 di Dortmund, quando il suo allenatore aveva dichiarato: “C’è rammarico, di solito con 9 punti sei già qualificato con una giornata d’anticipo”. Premesso che non è scritto da nessuna parte e che nell’edizione del 2013/14, per esempio, il Napoli fu eliminato addirittura con 12 punti, quell’affermazione senza volerlo ha concesso ai giocatori l’alibi che il secondo posto spettasse loro di diritto. Quando invece era ancora tutto da conquistare. Piuttosto sarebbe stato meglio sottolineare la bella performance contro un habitué della Champions (sette partecipazioni e una finale nelle ultime dieci edizioni) e caricare il gruppo, che con le porte chiuse può trovare sostegno soltanto al suo interno, affinché si ripetesse anche nell’ultima giornata e facesse suo quel punto analogo per importanza ai centimetri ad Al Pacino in Ogni maledetta domenica. Dal campo è invece giunta la sensazione di una squadra che si è seduta nel suo momento migliore, l’espulsione di Sobol dopo il 2-1. Grave errore, forse il peggiore. Perché proprio quell’episodio avrebbe dovuto scatenare l’istinto dello squalo, che attacca la preda non appena perde un po’ di sangue.

Ma questo appagamento precoce negli ultimi due mesi era già comparso. Sia in campionato che in Champions League. Contro lo Spezia, avanti 2-0, la Lazio non ha cercato il terzo gol e si è consegnata ai bianconeri, che avrebbero meritato almeno il pareggio. Nella rocambolesca vittoria di Torino è andata in stand-by dopo l’1-0 di Pereira, nonostante un avversario dai nervi di marzapane. Anche lo Zenit, annichilito in 25’, era stato rivitalizzato da una generale rilassatezza poco dopo il 2-0 di Parolo e nella ripresa stazionava dalle parti di Reina prima che il rigore d’Immobile scacciasse le streghe. Ancora più preoccupanti i rovesci contro la Sampdoria, ma soprattutto Udinese e Verona all’“Olimpico”, figli della superficialità e della presunzione di chi s’illude di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo. Sintomatici in tal senso i ripetuti passaggi al portiere nella costruzione della manovra perché centrocampo e attacco non si muovono senza il pallone. E dopo quattro sconfitte su undici partite, di cui tre casalinghe, serve fare autocritica invece di lamentare lo stadio vuoto. Perché i tifosi mancavano anche contro il Borussia, l’Inter e la Juventus.

Per essere una grande squadra, cioè protagonista in Europa e tra le prime quattro della Serie-A, occorre tutt’altra mentalità: dall’essere dominus del gioco, quindi avere il pallone e le idee, ad avere fame e affrontare le partite con determinazione e umiltà. Come nell’ultimo campionato quando la Lazio fino alla sospensione aveva macinato vittorie tirando fuori quel veleno spesso assente in molte sfide decisive dell’era Inzaghi. Basti pensare a Crotone, Salisburgo e al 2-3 contro l’Inter (2017/18); ai punti gettati al vento, talvolta nei minuti finali, nella stagione della Coppa Italia (2018/19); alle sconfitte in rimonta dello scorso luglio contro Sassuolo e Lecce quando sarebbero stati sufficienti due pareggi per chiudere il discorso Champions League con largo anticipo.

Difetti di testa e di organico. Alla Lazio manca un esterno sinistro capace di garantire le prestazioni di Lazzari sulla destra. Fares, costato 12 milioni, finora ha dato l’impressione di non avere il passo per un team di vertice. E su Lulic, 34 anni e una maggior predisposizione a calciare di destro, gravitano troppe incognite sul recupero dall’infortunio alla caviglia che lo sta tenendo fuori da febbraio. Così in quel ruolo c’è soltanto Marusic, che però non può accelerare palla al piede, saltare l’uomo e crossare di prima intenzione perché destro naturale. Tanto che in fase offensiva copre le spalle ad Acerbi, lui sì mancino, che dal centro-sinistra della difesa si sgancia in avanti grazie alla sua discreta tecnica. Una soluzione possibile perché Hoedt, perno della linea a tre, è più affidabile rispetto a quando salutò Formello (2017). Altrimenti Acerbi sarebbe rimasto centrale con Radu al suo posto e la Lazio avrebbe giocato soltanto sulla fascia destra. Ma un 3-5-2 senza una corsia è un’anatra zoppa. E Milinkovic-Savic non può fare il Luis Alberto.

La qualificazione agli ottavi di finale ha fruttato 45 milioni di euro. Quelli spesi per Muriqi (finora 293’ e due infortuni), il già citato Fares e Vavro (866’ in due stagioni). Tre oggetti fin qui misteriosi. Fra le tante lezioni di una vittoria c’è anche il miglioramento della rosa a gennaio. Perché fare mercato d’inverno non è peccato. Dipende però se c’è la volontà d’imparare e di guardare oltre il risultato. Arrigo Sacchi ha raccontato che dopo un 4-0 del suo Milan alla Fiorentina appuntò molte critiche ai suoi giocatori, campioni d’Italia in carica. Pochi mesi dopo sarebbero saliti sul tetto d’Europa. Per diventare “grandi”, la vittoria non è che un punto di partenza.

Tommaso Nelli
A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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