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L’Arte di raccontare lo Sport (e non solo): a tu per tu con Federico Buffa

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L’Arte di raccontare lo Sport (e non solo): a tu per tu con Federico Buffa

Intervistare Federico Buffa significa affrontare conversazioni che sfuggono dai binari del già detto per entrare nei meandri di un mondo narrativo che le sue rappresentazioni televisive e teatrali, per motivi contestuali, esplorano solo parzialmente. Lo incontro al Teatro Brancaccio di Roma a pochi minuti dall’inizio de “Il rigore che non c’era”, spettacolo che dallo scorso anno gira per l’Italia con un successo di pubblico per lo stesso Buffa inaspettato, composizione dai tratti onirici nella quale svariati episodi si intrecciano rivelando l’incredibile rilevanza del caso nelle vicende della Storia. Mi viene naturale chiedergli se il teatro, per lui, sia una passione giovanile o un’esigenza sopraggiunta con la maturità. “Per me è una passione assoluta – mi risponde con decisione – E ti dico che non avrei mai pensato di riuscire a salire sul palco. Quando me l’hanno proposto, ho detto: è la passione della mia vita ma non credo di essere in grado. Il regista mi ha risposto: va beh, proviamo, strutturiamo una cosa che sia congrua, fattibile, accessibile. In realtà non lo era, era molto difficile. Però, alla fine, se sei molto stimolato tiri fuori più energie di quelle che hai e in qualche modo quelle tre repliche di Milano, che dovevano essere le uniche, sono diventate centoventisei. E lì, obiettivamente, capisci che è un segno del destino. O che, per lo meno, devi provarci”.

I termini utilizzati per indicarti sono svariati: narratore, giornalista, storyteller, ora anche attore. Che job description si dà Federico Buffa ad un colloquio di lavoro?

Sicuramente non attore! Direi performer di vario genere, abbastanza duttile da poter parlare, entro certi limiti, di determinati argomenti.

Ci sono elementi o situazioni che sollecitano maggiormente la tua ispirazione?

Una cosa fondamentale è che si tratti di una storia compiuta, cioè che si sa quando inizia e quando finisce. Una storia che permetta di guardare tutta la parabola del personaggio o della situazione. Un altro elemento è che sia una storia che io vorrei ascoltare, di cui io possa innamorarmi. Poi diventa importante riuscire a mantenere una distanza dignitosa da quello che racconti anche se tu ne sei molto preso. Questo è un problema, veramente un problema! Penso di aver oltrepassato un paio di volte il confine previsto nel prossimo episodio che manderà in onda Sky a Natale su Gigi Riva: credo che si intuirà che sono un po’ troppo coinvolto.

Ne “Il rigore che non c’era” il tema del caso è il filo conduttore della narrazione, proprio come nella scrittura di autori come Paul Auster. Tu come hai deciso di relazionartici?

Credo che il caso sia una divinità molto sottovalutata.

Le canzoni sono elementi di contorno determinanti nel creare le atmosfere delle tue storie: la musica quanto può influire sul mood di un tuo racconto? Lo ispira, si limita ad accompagnarlo o ne è solo un sottofondo?

Una volta non ci pensavo. Adesso, quando nell’attività televisiva mi trovo spesso nel silenzio più assoluto, mi accorgo che ascoltando la mia voce in quel silenzio non sono particolarmente a mio agio. Quando, invece, sono accompagnato da quel fenomeno che sta al pianoforte (Alessandro Nidi, ndr), in tutto quello che faccio credo di rendere di più, perché lui alle volte mi accompagna e alle volte mi porta. E quell’idea del portare, secondo me, è bellissima perché rende più semplice per me arrivare dove vorrei, perché lui, misteriosamente, lo sa prima di me.

La caratteristica del tuo spettacolo “Il rigore che non c’era” è legata alla capacità di creare connessioni, collegamenti e digressioni tra eventi. E’ una abilità che stiamo perdendo, come società, nel mondo binario dell’informazione digitale, che porta quasi esclusivamente alla dinamica azione-reazione?

L’ultima, secondo me, è un’osservazione molto acuta: azione-reazione. Siamo sotto la dittatura del tempo: è talmente poco, sempre più asciutto e asciugato, che si ha l’impressione che finisca tutto nell’istante in cui succede. Decisamente non è la mia cultura. Quando a Sky mi diedero l’incarico di raccontare storie che naufragavano nel passato, l’amministratore delegato mi disse che forse è arrivato il momento che in certe situazioni questa televisione deceleri di un battito. E io concordo pienamente: ci sono dei frangenti, non tutti, decisamente non sempre, in cui scendere di un battito cardiaco serve a prendersi un pochino più di tempo che aiuti a comprendere meglio.

Nello spettacolo racconti personaggi ed episodi che volteggiano nel tempo e nello spazio. Qual è il decennio che più ti piace raccontare, quello che, secondo te, riesce a dare maggiori spunti narrativi?

Indubbiamente gli anni Trenta del secolo scorso.

Dei personaggi che racconti ce n’è uno che avresti voluto essere? E quello che ti somiglia di più?

No, non mi somiglia nessuno (sorride divertito, ndr). Chi avrei voluto essere è una bellissima domanda: ci ho pensato tante volte. Credo che la risposta sia Alfredo Di Stefano. E’ l’inventore del calcio moderno: tutti gli altri lo imitano, vengono dopo di lui. Di Stefano ispira Cruijff, che ispira Platini e così via fino a oggi.

Il Buffa narratore è noto. C’è un Buffa che pratica sport del quale sappiamo meno?

Direi che di sport ne ho fatto fin troppo! Adesso faccio il fighetto con questi pantaloni attillati ma fino a qualche anno fa o li strappavo come fanno adesso i ragazzi oppure… Le mie cosce per fortuna si sono ridotte di tanto.  Non è che fosse un bello spettacolo: il classico ragazzo italiano con le gambe ipertrofiche perché ha giocato troppo. Una mia fidanzata una volta mi disse: potresti almeno smettere di andare in bicicletta? Che non l’ho interpretato come un gesto di grande affetto nei miei confronti… Speravo meglio per la mia prima, grande avventura sentimentale. Comunque, oggi come oggi, mi limito a correre.

Puoi dirci i tuoi progetti professionali a medio e lungo termine?

Continuo a pensare che le storie più belle siano le storie per tutti, quelle che arrivano di più. La scorsa estate ho raccontato al festival della letteratura di Mantova, insieme all’autore Carlo Annese, la storia di Zonderwater, il campo di prigionia inglese dove gli italiani catturati all’inizio della guerra in Africa venivano trasportati. Mio nonno subì una sorte analoga, solo che il suo campo di prigionia era in India. Tornò nel 1947. Le storie di tutti questi italiani dell’epoca, sia degli sportivi che di quelli che amavano lo sport che di coloro che cominciarono ad amarlo in quelle circostanze, le trovo eccezionali. Una in particolare: quella di un ragazzo di Jesi che ricevette un’istruzione abbastanza avanzata dell’arte della scherma da uno degli ufficiali italiani che erano lì. Tornato dopo la guerra, aprì un circolo che diventerà una delle più importanti scuole di scherma del mondo, perché da lì uscirono la Trillini, la Vezzali, Cerioni… Insomma, ha vinto un numero impressionante di medaglie d’oro. Probabilmente non l’avrebbe mai fatto se fosse stato dislocato altrove, se non fosse stato catturato e non avesse avuto tutto quel tempo a disposizione in prigionia. Il bello delle storie, specialmente le più forti, è che mettono insieme dei dettagli eccezionali dettati dal caso. Quando la tragedia è lo sfondo, e gli uomini si comportano come dovrebbero, cioè si aiutano tra di loro, le storie assumono un profumo tutto particolare. Ecco, mi piacerebbe concentrarmi su storie di questo tipo che, oltretutto, per essere raccontante hanno bisogno di poco: un pianoforte e un leggio. Non c’è bisogno di tanta produzione, il che consente di vendere biglietti a prezzi più contenuti che consentono a un numero maggiore di persone di venire a teatro.

E’ l’ultima risposta: Big Ben ha detto stop, le domande sono finite, il trucco da camerino attende. Una risposta che è un arrivederci alla prossima puntata, un saluto che Buffa lancia cadendo meravigliosamente nell’incanto dell’ennesima storia da raccontare, novello Omero di un tempo che di storie rimane ricco ma che le consuma senza gustarle nella voracità bulimica della società digitalizzata.

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Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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