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L’arte di raccontare lo sport

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L’arte di raccontare lo sport

C’è un’arte minore, probabilmente non riconosciuta dalle Muse, ma che sta diventando sempre più importante nel mondo dei media odierni, che è quella del saper raccontare le immagini dello sport trasmettendo emozioni. In sostanza sto sostenendo che fare telecronache può diventare arte. Che lo sport dia emozione anche a chi lo guarda, non solo a chi lo pratica è un fatto. Se però alle immagini si unisce un racconto, un filo conduttore, il coinvolgimento dello spettatore diventa massimo. Non è sufficiente esaltare il momento, soprattutto per le discipline meno conosciute il telespettatore va preparato, deve avere la possibilità di imparare regole e segreti di una disciplina che magari lo attrae per le immagini che vede, ma che non conosce bene non avendola mai praticata. Allo stesso modo il telecronista moderno non deve nemmeno annoiare il suo zoccolo duro, cioè chi quello sport lo conosce bene, ripetendo sempre i concetti basilari, e, nel tempo si troverà a gestire tre livelli di pubblico: gli habitué, chi inizia a capirne perché segue da tempo le trasmissioni e i nuovi arrivati che ancora vogliono capire le basi di ciò che stanno guardando.

La Tv satellitare da vent’anni a questa parte, e lo streaming modello DAZN da pochi mesi, stanno sempre più ampliando questo processo, in molte discipline i cronisti sono gli stessi da anni, alcuni, mi viene in mente Alex Dandi per le MMA hanno seguito la disciplina dal satellite allo streaming, e hanno quasi più seguito degli atleti. Se si è ben costruito si arriva poi ai momenti topici, quelli che permettono ai cronisti di restare nella storia dello sport al fianco degli atleti che hanno fatto l’impresa.

Ci ho pensato domenica scorsa, seguendo le due mass start del biathlon, sport di cui sono appassionatissimo,  ai Mondiali di Ostersund. La casa del biathlon è Eurosport, e per l’Italia ci sono due telecronisti storici, che hanno costruito: Massimiliano Ambesi e Dario Puppo. E domenica è arrivata la più grande giornata per la disciplina nel nostro paese: il doppio oro di Dorotea Wierer e Domink Windisch a distanza di poche ore. Massimiliano e Dario hanno anche loro raccolto: i trenta secondi in cui descrivono il poligono finale di Windisch sono diventati virali, finendo addirittura su Striscia la Notizia, rubrica I Nuovi Mostri.

Da lì il pensiero è tornato al passato, ai primi maestri, quando il contatto col pubblico non era stretto come ora e gli sport passavano in Rai solo nelle grandi occasioni. Loro però sapevano ugualmente far crescere il loro pubblico e al momento giusto scrivevano con la voce grandi pagine.

Come dimenticare il “Recupera, recupera, recupera ha vinto!” di Paolo Rosi a Mosca nel 1980 in occasione dell’oro olimpico di Mennea e il suo “Cova! Covaa! Covaaa!” per i 10.000 metri dei Mondiali di Helsinki nel 1983 vinti dal mezzofondista brianzolo?

E Giampiero Galeazzi e il suo amore per i fratelli Abbagnale: “Giuseppe e Carmine hanno patito un momento di black-out… reagisce Giuseppe…attenzione alla Germania dell’Este che sta attaccando …ci sono ancora 50 metri rinviene la Germania ma la prua italiana è la prima a vincere!” alle Olimpiadi di Seul nel 1988?

Guardatelo bene! Ha un aspetto umano ma è un punto esclamativo pervaso da energia venuto dallo spazio. Si chiama Igor Cassina signori e non ce n’è per nessuno” invece sono le parole con cui Andrea Fusco fa il ritratto a Cassina in occasione del suo oro olimpico alla sbarra  ad Atene 2004.

E come dimenticare i magici racconti di basket di Aldo Giordani, il tennis nell’interpretazione di Gianni Clerici e Rino Tommasi, l’ippica di Alberto Giubilo, il ciclismo di Adriano DeZan, fino al “ Preparate le valige! Andiamo a Berlino!” di Fabio Caressa ai Mondiali tedeschi del 2006?

Insomma un’arte minore ma un’arte.

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Francesco Beltrami
A cura di

Francesco Beltrami nasce 55 anni fa a Laveno sulle sponde del Lago Maggiore per trasferirsi nel 2007 a Gozzano su quelle del Cusio. Giornalista, senza tessera perché allergico a ogni schema e inquadramento, festeggerà nel 2020 i trent'anni dal suo primo articolo. Oltre a raccontare lo sport è stato anche atleta, scarsissimo, in diverse discipline e dirigente in molte società. È anche, forse sopratutto, uno storico dello sport, autore di diversi libri che autoproduce completamente. Ha intenzione di fondare un premio giornalistico per autoassegnarselo visto che vuol vincerne uno e nessuno glielo da.

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