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L’armonia di Manuel Bortuzzo

L’armonia di Manuel Bortuzzo

Testo: Ettore Zanca

Illustrazione: Enrico Natoli

Se questo fosse un film degli Avengers, ora Manuel tornerebbe indietro nel tempo. Magari non si fermerebbe più lì dove gli hanno sparato, saprebbe cosa lo aspetta. Tornerebbe indietro e non farebbe una sola di quelle azioni per cambiare il suo destino.

Era il 3 febbraio 2019, Manuel Bortuzzo si ferma davanti ad un distributore automatico a Roma, con la fidanzata Martina. Si sentono dei colpi, Manuel non capisce cosa succede, sente solo la sua schiena cedere. Si scopre subito che è stato raggiunto da un colpo di pistola alla schiena, lesione midollare. La sentenza è atroce: difficilmente tornerà a camminare.

Sarebbe già difficile così. Ma Manuel ha un amore viscerale. Se è vero che il nostro corpo è fatto per maggioranza di acqua, per lui il suo corpo è acqua. Trova armonia nell’acqua. Manuel è un nuotatore, di quelli che hanno le Olimpiadi nel mirino, i mondiali nel DNA e le medaglie come tatuaggi. Un predestinato. La sentenza abbatterebbe un toro, anche se la sentenza su chi gli ha sparato arriva, ma non lo consola.

Basterebbe questo per urlare contro il destino e le sue ingiustizie, invece Manuel già dalla stanza d’ospedale fa capire che lui a smettere di sognare in grande non ci pensa proprio. Le sue priorità sono il nuoto, una esistenza votata allo sport e ai suoi affetti, le Olimpiadi. Sì, lo dice, il suo traguardo è quello. Un esempio di sorriso contro, di tenacia, di spaccare il mondo. O semplicemente, come ha fatto, tornare a nuotare, a riprendere il suo elemento e sentirsi solo lui e l’acqua, contando le mattonelle del fondo, che tante poi chissà dove lo porteranno.

Non siamo in un film degli Avengers, non si torna indietro, non si ristabilisce l’equilibrio cambiando le azioni. Ma si può andare avanti. Perchè hanno provato a togliere Manuel dall’acqua, ma non sapevano che Manuel, l’acqua, la possiede al posto del sangue, un po’ come un supereroe, un Avenger. Ma senza vendicarsi. Non vale la pena.

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Ettore Zanca
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