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Laptop Trainer: perché la Germania deve ripartire dalla Tecnologia

La tecnologia ormai è presente in tutti i settori della vita, anche in quello sportivo e calcistico con una nuova generazione di allenatori, prettamente tedesca definita “Laptop Trainer”.

Il più istrionico di questa nuova scuola o metodologia è sicuramente  David Wagner che all’inizio della sua avventura all’Huddersfield Town portò i suoi giocatori per quattro giorni in un’isoletta sperduta in Svezia senza nessun tipo di comfort primario con lo scopo di aumentare la coesione del gruppo che avrebbe affrontato di lì a poco la stagione: “Chi aveva fame andava al fiume a pescare, chi aveva freddo prendeva i legni e le pietre e accendeva il fuoco”.

David Wagner rappresenta il lato più radicale di una nuova generazione di tecnici tedeschi conosciuta con il nome di Laptop Trainer, allenatori da portatile, denominazione inizialmente negativa per indicare un allenatore bravo solo sulla teoria ma senza aver mai tastato veramente la psicologia di un gruppo e di uno spogliatoio. Il classico allenatore da Football Manager.

Da lì a poco questa definizione cambio accezione e diventò “cool” con riferimento agli allenatori innovativi. In principio ci furono Joachim Löw e Jürgen Klopp, oggi si può parlare di vero e proprio movimento dove ciascuno adotta approcci tecnici e metodologici differenti. Tutti però, da Thomas Tuchel ( ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) fino al citato Wagner, sono accomunati dallo scarso, o talvolta nullo, passato calcistico, nonché da un attitudine tendente a rielaborare certi principi sacri del calcio, su tutti quello legato al modulo di gioco, in una chiave più fluida e moderna e soprattutto tutti o quasi diplomati in ambiti quanto più lontani dal calcio.

L’ascesa di questi Laptop Trainer, provenienti dalle più svariate esperienze, è tutt’altro che frutto del caso, ma risale all’ormai noto – in quanto citato e ripetuto in mille modi dopo la vittoria della Germania al Mondiale 2014 – progetto di ristrutturazione operato dalla Federcalcio tedesca all’indomani della finale di Coppa del Mondo persa nel 2002.

La Federazione Calcistica tedesca ha investito circa 800 milioni di euro nel settore giovanile, imponendo ai club staff tecnici professionali (tutti i vivai dovevano obbligatoriamente annoverare nel proprio staff un numero minimo di allenatori con patentino B, uno psicologo sportivo, un medico e un fisioterapista), strutture di alto livello (obbligatorio un centro medico con sauna, area massaggi e fitness) e “quote” a favore dei talenti locali, unendo il tutto con una filosofia formativa in completa rottura con il passato, nel quale atletismo e forza fisica prevalevano su tecnica e poliedricità dei giocatore.

Le quasi 400 scuole calcio disseminate nel paese e gestite da allenatori in possesso di regolare patentino si avvalgono della collaborazione di psicologi dello sport, fisioterapisti, medici e neuro-scienziati. L’importanza dello sviluppo di questo know-how tecnico è stato l’elemento imprescindibile nel processo di costruzione della generazione d’oro dei vari Neuer, Özil, Khedira, Hummels e Jerome Boateng, tutti passati dal titolo Europeo under 21 del 2009 a quello Mondiale della Nazionale maggiore a Rio.

Se la raccolta e l’elaborazione di dati sportivi sono diventati ormai una prassi – nella Nazionale tedesca l’uso del computer fu introdotto da Jürgen Klinsmann, per un ruolo di staff poi ampliato durante la gestione Löw da uno a tre elementi.  Oggi in Germania esistono veri e propri corsi e master  di tattica calcistica tenuti nelle università dove ci si può iscrivere anche senza alcun tipo di patentino di allenatore.

Non mancano quelle alla prima impressione possono sembrare stranezze come ad esempio gli allenamenti di Tuchel che prevedono partite undici contro undici in un campo di sedici metri, oppure altre nelle quali i difensori tengono in mano palline da tennis per non potersi aggrappare alle maglie degli avversari. Neven Subotic, ex difensore del Borussia Dortmund, ha ammesso che all’inizio lui ed i suoi compagni erano disorientati dai metodi di Tuchel. “Ci sembrava non avessero niente a che vedere con il calcio, ma poi ne abbiamo compreso l’efficacia. Le idee del tecnico sono in continua evoluzione, e questo è molto stimolante”. Intelligenza, innovazione, competenza, comunicazione. Quello che serve alla Germania per ripartire dopo le ossa rotte di Russia 2018. In due parole, Laptop Trainer.

Redazione
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