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La storia di Beñat Intxausti: Morto e risorto, sempre in bici

La storia di Beñat Intxausti: Morto e risorto, sempre in bici

In  questo momento di emergenza e paura per il Coronavirus, lo Sport può regalarci speranza con storie che ci raccontano che in casi come questi, dove tutto sembra in salita, non mollare può davvero fare la differenza. Ci possono piegare ma spezzare mai. Come la storia di Beñat Intxuasti, il ciclista che proprio oggi compie 34 anni. Ve la raccontiamo

Se vi piace il ciclismo, allora amate già questo personaggio. Se non siete appassionati di questo sport, la storia di questo ragazzo entrerà nel vostro cuore, conquistandovi dolcemente.

Ricordo quel giorno come fosse ieri, era una delle ultime tappe del Giro d’Italia 2013 e vidi un ciclista vincere di voglia, poi esultare disegnando una X nel cielo con le mani. Si fermò qualche metro più in là del traguardo e scoppiò in lacrime: un pianto vero che si intravedeva appena, tanto i compagni lo avevano circondato per consolarlo, per festeggiarlo, per dirgli: Animo, Beñat!”

Quel ragazzo era Beñat Intxausti, classe ’86, nativo di Mùgica, grande promessa del ciclismo, con il sangue basco che scorre e si agita nelle vene. Al limite del tracollo, Intxausti si è rialzato, si è scrollato di dosso le ansie e le paure che lo attanagliavano: è tornato a sorridere come sempre aveva fatto, mettendo da parte il passato, che, purtroppo per Beñat, non si può più cambiare.

Passa professionista nel 2007 ed esplode nel 2010, nella corsa di casa, la Vuelta al Pais Vasco, dove si piazza secondo battendo fenomeni come Joaquim Rodriguez, Samuel Sanchez e Robert Gesink.  L’anno successivo firma per tre stagioni con la Movistar, che ne vuole fare uno dei suoi corridori di riferimento per le grandi corse a tappe.

In preparazione del Tour, però, cambia la vita di Intxausti. Un evento squarcia la sua storia come un fulmine: era chiaro da subito che ci sarebbe stato un prima e un dopo, ma le due cose non si sarebbero somigliate. Beñat si reca in Sierra Nevada con il più esperto compagno Xavier Tondo, per un periodo di allenamento che lo avrebbe aiutato a raggiungere il top della forma. Il 23 maggio 2011, Tondo rimane intrappolato tra la sua macchina e la porta di un garage che si sta richiudendo: è morte sul colpo, mentre ad assistere allo spettacolo impotente c’è proprio Intxausti, che sedeva al posto del passeggero ma non può fare nulla per evitare l’impossibile, sfortunata tragedia che porta via la vita a Xavi Tondo. Il basco guarda la scena e non si toglierà mai più quell’immagine dalla mente, marchiata a fuoco nella sua memoria. Entra in un inevitabile stato di shock: due settimane chiuso a casa senza allenarsi. Intxausti diventa un fantasma, nessuno lo sente e nessuno lo vede, ma la squadra lo convince a tornare e dedicare tempo alla bici, se non altro almeno per distrarsi e poi…così avrebbe desiderato Tondo. Il Tour de France è comunque un fiasco e la stagione prosegue senza sorrisi, iniziano a circolare voci di una depressione. Il corridore della Movistar non è lo stesso di prima: da entusiasta e innamorato della vita è diventato silenzioso e impenetrabile.

Il destino, però, ha già pensato a come poterlo aiutare e, ancora una volta, è la bicicletta a segnare un passaggio chiave nella sua vita. Il Giro d’Italia 2013 è il momento della resurrezione di Intxausti. Nella tappa di Pescara, il basco conquista la maglia rosa e si libera da un’incubo. I suoi occhi lucidi davanti alle telecamere fanno intuire che per lui quella maglia non è solo un merito sportivo, ma un pretesto per cacciare fuori un urlo strozzato in gola da due anni. Beñat si è sbloccato definitivamente e nella tappa 16 con arrivo a Ivrea offre spettacolo: attacco senza coscienza in discesa e poi vittoria allo sprint. Primo successo in un grande giro. Può esultare con le braccia al cielo il basco, disegnare con le mani una grande X e mandare un bacio a chi non c’è più. Felice ed emozianato dichiara: “Questa è per Tondo. Oggi c’era, ha pedalato insieme a me da lassù!”

Non vincerà mai il Tour, ma merita tutto il tifo del mondo. Da quel giorno, ogni volta che lo inquadrano pedalare mi scappa sempre un enorme “Animo, Beñat!”.

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