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La storia dell’australiano Les Darcy, una fiamma bruciata troppo in fretta

La storia dell’australiano Les Darcy, una fiamma bruciata troppo in fretta

James Leslie Darcy, detto “Les”, fu un pugile australiano di grande talento, i cui nonni erano emigrati agli antipodi da Tipperary, in Irlanda. Nacque a Maitland, nel Nuovo Galles del Sud, il 31 ottobre 1895, ed esordì quindicenne nel pugilato professionistico con una stupefacente serie di diciassette vittorie consecutive. Perso l’incontro per il titolo australiano dei welter, contro l’esperto Bob Whitelaw, la sua prestazione destò comunque l’attenzione di pubblico ed addetti ai lavori, favorendone il debutto al Sydney Stadium.

In quegli anni perse contro Fritz Fred Holland e Jeff Smith, ma vendicò ogni sconfitta subita in incontri epici che ne sancirono la qualità di combattente e rilanciarono, in suo nome, l’orgoglio nazionale degli australiani. Dall’incontro perso con Smith, avvenuto nel febbraio del 1915 e maturato grazie ad un colpo sotto la cintura da parte del suo avversario, non visto dall’arbitro, infilò un lungo filotto di ventidue vittorie consecutive terminato il 30 settembre del 1916, durante il quale arrivò a fregiarsi, nonostante la piccola statura, del titolo australiano dei pesi massimi. Durante questo periodo, trovò anche il tempo per combattere molti incontri d’esibizione e recitare in un film.

Alla fine del 1916, tutti i passaporti degli australiani in età da militare furono requisiti per impedire diserzioni alla coscrizione obbligatoria in atto: l’Inghilterra reclamava ogni potenziale soldato del Regno e l’Australia stava per pagare un prezzo elevatissimo in termine di giovani vite spezzate. Su una popolazione totale di 4,9 milioni di persone, quasi il 40% della popolazione maschile con meno di 45 anni e più di 17, pari a 420.000 individui, fu arruolata: 61.000 di questi trovarono la morte. La percentuale di deceduti dell’Australia, per numero di soldati impegnati in combattimento, fu la più alta dell’intero conflitto. Les Darcy chiese di aggirare il divieto, essendo in partenza per una serie di match d’esibizione negli Stati Uniti grazie ai quali avrebbe potuto sistemare la propria famiglia, ma rilasciò la dichiarazione per cui, una volta terminati gli incontri, avrebbe raggiunto il Canada per arruolarsi.

Il 27 ottobre 1916, prima che una decisione delle autorità preposte fosse presa al riguardo, Darcy s’imbarcò clandestinamente per l’America, affrontando il viaggio infinito nell’Oceano Pacifico chiuso in uno scompartimento minuscolo. Questa sua condotta, povero ragazzo, gli portò grande sfortuna. Un ricco e prestigioso match, organizzato a New York per pochi mesi dopo il suo arrivo, fu cancellato dal Governatore, il quale spiegò di non gradire la maniera in cui il campione australiano aveva abbandonato il proprio paese. Altri incontri, previsti in tutti gli Stati Uniti per il grande richiamo del suo nome, subirono la stessa sorte. Les, per sfuggire alla povertà, cominciò ad accettare incontri d’esibizione dallo scarso appannaggio finché, a fine aprile del 1917, stramazzò al suolo dopo un inatteso collasso. Ricoverato per una sospetta setticemia, gli furono asportate le tonsille ma, quasi un mese dopo, si spense per una polmonite contratta in ospedale. Il suo corpo ricomposto fu trasportato nell’Australia piegata dalla guerra, dove una processione di mezzo milione di persone lo accompagnò a sepoltura.

Sconfitto in soli quattro incontri, senza mai aver messo un ginocchio al tappeto, Les Darcy è tuttora figura di eroe popolare di grande potenza; se la fuga dall’Australia ne incrinò l’immagine eroica, la sua triste morte solitaria gli donò un’aura romantica che perdura nel tempo. A quasi cento anni dal suo addio alla vita terrena, ogni anniversario dell’infausto giorno della sua morte si ricorda con una bandiera a mezz’asta nel municipio di Sydney. Per generazioni, le penne di giornalisti e scrittori si sono mosse sulla carta con l’ispirazione giunta dalle sue gesta sul ring. Questo accadeva un secolo fa, negli anni in cui James Leslie “Les” Darcy da Sydney, pugile professionista scomparso a soli ventuno anni, scolpiva il proprio nome nel ristretto novero degli immortali.

Marco Nicolini
A cura di

Nipote di un insegnante sammarinese migrato nei licei delle vallate alpine, sono nato a Padova nel ’70 ed ho chiuso il cerchio di itinerante storia familiare rientrando nell’antica repubblica del Titano quando non ero ancora trentenne.Avevo prima vissuto in varie parti d’Europa, dei Caraibi e dell’Africa grazie a diversi, talvolta avventurosi, impieghi giovanili. Al contrario, ora, lavoro in banca.Ho coronato il mio amore per le lingue e le letterature straniere all’Università di Urbino, compiendo gli studi in una lunga e poco gloriosa carriera accademica.Appassionato sportivo, ho praticato con alterne fortune il pugilato, il windsurf, il calcio, la canoa olimpica. Seguo il rugby con piglio da intenditore. Nel 2015 ho attraversato l’Adriatico in kayak nel suo punto più largo.Scrivo di boxe perché ne vale la pena: il ring trattiene tra le corde le storie che la fantasia di un romanziere non potrebbe mai eguagliare.

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0 Comments

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    BRUNO PISTIDDA

    Ottobre 20, 2016 at 3:56 pm

    CIAO CULTORI DEL PUGILATO. QUESTA E’ UN ASTORIA STUPENDA; MA NON E’ UNA STORIA MA UNA REALTA’ IN CUI E’ CADUTO UN VALOROSO DEL PUGILATO. PERHE’ NON RICONOSCERLO SUBITO, D’ACCORDO C’ERANO LEGGI A CUI DOVEVA OBBEDIRE: LEGGI DELLO STATO. MA QUESTA E’ STATA UNA PERSECUZIONE AD UN RAGAZZO INDIFESO, PRIVO DI SOSTENTAMENTI PER VIVERE. ALLE REGOLE CI SONO DELLE ECCEZIONI. IO NON CONOSCEVO QUESTA STORIA E D’ORA IN POI, SONO CERTO, CHE QUANDO SFOGLIERO’ DELLE PAGINE DI PUGILATO,SPORT IN CUI HO PASSATO OTTO ANNI DELLA MIA VITA SUL RING, LO RICORDERO’.’.

  2. Avatar

    Pietro

    Ottobre 21, 2016 at 8:46 am

    Le storie come questa devono essere note al grande pubblico perché insegnano quanto le ottusità mentali di piccoli uomini (politici) possano far male a tutta l’umanità. Questa storia ci fa riflettere sul potere che può distruggere qualsiasi cosa, persino il vero talento. Andrebbe raccontata con un bel film.
    Volevo ricordare anche un’altra storia degna di essere raccontata sul grande schermo: quella del povero Angelo Jacopucci detto il Briggetto o L’Angelo Biondo che purtroppo è morto sul ring a causa delle critiche che riceveva sul tipo di boxe che praticava. L’ultimo incontro con Alan Minter, noto picchiatore, invece di combattere come sapeva, scese sul suo piano per far vedere alla gente e ai giornalisti che non aveva paura di prendere cazzotti e finì, anche lui, vittima dell’altezzosa stupidità umana.

  3. Avatar

    michele

    Ottobre 21, 2016 at 9:58 am

    Scusami ma non sono d’accordo. Nel momento in cui il tuo paese ti chiama e tutti si arruolano, tu che fai scappi …. e mandi a morire un altro al posto tuo … questo dalle mie parti si chiama “pura vigliaccheria” … sarà pure stato un grande pugile … ma come uomo mi fa letteralmente vomitare e ha avuto quello che si meritava

    • Avatar

      pietro

      Ottobre 22, 2016 at 1:21 pm

      I vigliacchi sono quelli che decretano le guerre e a morire ci mandano gli altri… della serie “Armiamoci e partire ” come disse il grande Totò… questi sono gli uomini che mi fanno vomitare e anche quelli che accettano la situazione della guerra senza ribellarsi come invece fece anche il grande Muhammad Alì.

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