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La pista valida: dentro all’ascesa dell’hockey sloveno

Lo sport come elemento di un’ascesa programmata in un paese che di programmazione ne ha sempre potuta fare ben poca, dopo il benessere dei rapidi anni Novanta, in cui la Slovenia era appena nata, e le contrazioni della crisi globale, poco dopo l’ingresso nell’UE, datato 2004. La Slovenia ha poco più di due milioni di abitanti. Lubiana, la capitale, ne ha 280 mila, e Maribor, la seconda città più grande, ne ha 112 mila. La Drzavni Zbor, l’Assemblea Nazionale con funzioni parlamentari, è composta solo da 90 membri. La nazione ha ottenuto l’indipendenza dall’ex Jugoslavia il 25 giugno 1991, riuscendo a tenersi distante dal conflitto civile serbo degli anni successivi. La Slovenia è uno stato di piccole dimensioni e di piccoli poteri nello scacchiere dell’Unione Europea. È la prima ad essersi resa indipendente dalla Repubblica Socialista Jugoslava, dopo la cosiddetta guerra dei dieci giorni. Fu la Commissione Europea ad esortare ed accelerare le pratiche di indipendenza, avviando un lento e graduale processo di europeizzazione dell’area Balcanica.

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La Slovenia si è sempre messa in moto con tempi forse più lenti rispetto al resto dell’Europa, ma adesso può anche vantarsi di aver ampiamente superato i vicini di casa in alcune discipline sportive. Nonostante le piccole dimensioni, l’hockey sloveno sta vivendo uno dei momenti di massimo splendore, lo conferma un risultato incredibile: la qualificazione alle prossime Olimpiadi Invernali di Pyeongchang, previste per il 2018. Una gara decisa ai rigori contro la Bielorussia, nazionale esperta sulle piste ghiacciate, ma che ha dovuto cedere sotto i colpi di Anze Kopitar e dei suoi compagni di squadra. Kopitar è l’emblema di questa ascesa: classe 1987, perno dei Los Angeles Kings, due Stanley Cup giocate fa vice-capitano, con la A sul petto. Insomma, guai a chi tocca Kopitar, campione e professionista indiscusso, ed emblema di questa nuova Slovenia. Dove sta la curiosità? Nei numeri, gli stessi che hanno introdotto l’articolo. La Federazione slovena di hockey ghiaccio conta meno di 300 tesserati: un movimento piccolo, ma dalle grandi potenzialità, perlomeno in ottica futura, dove si può stare tranquilli perché alcuni addetti ai lavori riconoscono il talento di molte nuove leve. Essere tra le prime dodici nazionali di hockey su ghiaccio con questi numeri, è qualcosa che va oltre il risultato sportivo è «il miracolo dei miracoli di tutto lo sport mondiale», commenta l’esperto opinionista triestino Sergio Tavcar, che la Slovenia la conosce e la ama, così come il suo sport, dal basket al calcio. 300 tesserati, ed un movimento che, come in Italia, è geolocalizzato in una specifica area del paese: l’Alta valle della Sava, nel nord-ovest del Paese. È li che il ghiaccio ribolle e scalda gli animi, come in Italia succede da Milano lungo la A22 del Brennero fino al Veneto. Ma l’Italia settentrionale è già ben più grande del piccola alta valle della Sava, dove il paese più grande ha appena 13 mila abitanti. Si tratta di Jesenice, la squadra col tifo più caldo della Slovenia, che per ora sta dominando il primo esperimento di Alps Hockey League, quel campionato austriaco-italiano, dove Jesenice è l’unica rappresentanza slovena, ma anche la squadra più forte sinora. Anzitutto, una bella rivincita rispetto alle costanti fatiche dell’Olimpija Lubiana nella EBEL, il campionato austriaco di livello più alto, dove gioca anche il Bolzano. Lì, la squadra della Capitale arriva ultima da diversi anni, giocando in un palazzetto semivuoto. A Jesenice invece, c’è calore, c’è tifo, c’è un primo posto da difendere (in codominio con i campioni italiani del Renon) e tanti giocatori, giovani ed esperti, che stanno dimostrando sulle piste italiane e austriache, che la Slovenia è viva e non andrà alle Olimpiadi da spettatrice. Nell’Acroni (main sponsor dello Jesenice) giocano alcuni dei migliori giovani sloveni: uno dei due portieri è Zan Us, classe 1996 e belle prospettive davanti a sé. Ha già sondato due anni fa il terreno della EBEL e quest’anno punta ad una prima consacrazione. In difesa c’è l’esperienza del 35enne Ales Krajnc, tornato alla base dopo sette anni in giro per l’Europa tra Austria, Repubblica Ceca, Germania (nel caldo tifo a Colonia), una comparsa nella serie B russa e in quella svedese. In attacco la promessa è l’ala Jure Sotlar, che sinora ha sempre giocato in competizioni più competitive (molti anni a Lubiana). E salendo di livello dalla nuova Alps Hockey Liga alla EBEL, troviamo giocatori di tutto rispetto come Jan Urbas, quest’anno a Villach dopo essere cresciuto agonisticamente in Svezia e Ken Ograjensek, reduce da due anni in Francia, nella competitiva Ligue Magnus. C’è anche uno sloveno che ha fatto gioire l’Italia: Ziga Pance, segnò due anni fa il gol all’overtime che diede al Bolzano il primo trofeo EBEL. Un ricordo indelebile per il popolo biancorosso ed un bel regalo al movimento italiano. Oltreoceano, il dominio è della famiglia Kopitar: Anze è il fuoriclasse di Los Angeles, il fratello Gaspar gioca nelle minors, alternandosi tra American Hockey League (AHL, come la lega alpina) e ECHL (East Coast Hockey League, un torneo d’alto livello e di slancio per creare giocatori da esportare in Europa).

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Saranno pure due giocatori, ma uno è un fuoriclasse, e se calcoliamo l’esiguo numero di tesserati in Slovenia, i risultati di Kopitar non possono che certificare il successo sloveno, se contiamo che l’Italia ha quasi il doppio degli atleti tesserati. Nel 2013 la federazione italiana hockey contava 7.361 tesserati (dati presi da OA Sport), e da quell’anno il movimento ha vissuto un costante declino. In Slovenia, con la solita parola chiave della programmazione, c’è una vallata che coltiva talenti e un intero movimento che riesce a distribuire giocatori in giro per l’Europa. Dall’Italia, la promessa Joachim Ramoser in Germania (ora infortunato), e il coetaneo Giovanni Morini, tesserato nella vicina Lugano, sono due delle varie eccezioni di italiani all’estero, assieme a Tommaso Traversa, che dopo sei anni oltreoceano, ora gioca in Inghilterra, non il più competitivo dei campionati. Un conto è il talento, un altro è il movimento che lo fa crescere. E Morini e Ramoser, dal movimento italiano hanno beneficiato ben poco. Anche Kopitar è stato poco nelle giovanili del Jesenice, ma è finito in NHL, dove ha vinto due volte il titolo e ha uno scoring pazzesco da sempre superiore ai 70 punti solo nella stagione regolare, senza contare i playoff. Che piccolo, grande hockey, quello sloveno. E per le Olimpiadi, ci sono due anni per prepararsi al meglio.

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