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La Lazio, Emanuela Orlandi, quattro lettere e una domanda: Perché?

Destabilizzare la Lazio con la scomparsa di Emanuela Orlandi. Chi lo volle? E perché? È quanto ci si chiede davanti quattro lettere minatorie del 1983, che ebbero come bersaglio il club biancoceleste e un suo giocatore (Arcadio Spinozzi) e che ho rinvenuto tra gli oltre cento faldoni alfanumerici dell’inchiesta giudiziaria sui mandanti dell’attentato a Giovanni Paolo II, archiviata nel 1998 dal giudice istruttore del Tribunale di Roma Rosario Priore.

Tutto cominciò il 17 ottobre di trentatré anni fa, quando l’Ansa di Milano pubblicò una lettera a firma Turkesh proveniente da Bari e dal contenuto agghiacciante, che imputava al granitico difensore la conoscenza di molti particolari su quanto accaduto alla giovane cittadina vaticana. “[…] Perché non interrogare giocatore calcistico di Lazio Spinozzi? Lui era in conoscienza con Emanuela […] è stato lui a darci via di Emanuela e poi a fornirci primo rifugio”.

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Il diretto interessato era ovviamente estraneo alla faccenda e, grazie ai legali della società (Dario Canovi e Luciano Revel), ottenne il dovuto risarcimento per il danno d’immagine procurato dall’imprudenza di chi aveva messo in circolo una notizia palesemente infondata.

Per decenni qualcuno ha visto in quella lettera connessioni con i Lupi Grigi o la Banda della Magliana, reputandola così una chiave per aprire lo scrigno del mistero Orlandi, quando invece sul piano investigativo era poco più che carta straccia, come ho spiegato nel libro “Atto di dolore – Errori investigativi, testimonianze inedite e documenti desecretati: il caso di Emanuela Orlandi è una partita ancora aperta”, edito nel 2016 da “David and Matthaus”.

Ma soprattutto, per decenni, nessuno ha mai raccontato che quella missiva non fu un episodio isolato bensì l’inizio di un’azione destabilizzante nei confronti della Lazio e di Spinozzi. Nelle tre settimane successive, infatti, ne comparvero altre tre di analogo tenore, indirizzate due volte (24 ottobre e 10 novembre) all’Ansa di Milano e una (28 ottobre) alla sede della Lazio, all’epoca situata in via Col di Lana, quartiere Della Vittoria. Quest’ultima – consegnata dal segretario di allora, Angelo Tonello, al commissariato di Polizia di via Ruffini – conteneva pure una ciocca di capelli scuri mentre nella busta del 10 novembre fu inserito anche un braccialetto in metallo di piccole dimensioni con le estremità annerite.

Nei tre scritti, oltre a proseguire con le minacce a Spinozzi e ai suoi genitori se non avesse rivelato quanto sapeva sulla giovane Emanuela, gli occulti estensori rivelarono una singolare quanto approfondita conoscenza dell’ambiente laziale, nominandone alcuni personaggi sconosciuti al grande pubblico. Come Guido Valenzi, centravanti cresciuto nel vivaio biancoceleste e ad Avezzano (Serie C2) fino all’estate dell’83 – “[…] Spinozzi ci fu presentato da Guido Valenzi che conoscemmo a Firenze nel febbraio ’80 […]” – oppure Sergio Guenza“Sergio Guenza Morte” recitava in alto la lettera del 17 ottobre – nell’83/84 vice-allenatore della prima squadra.

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Un mitomane non colpisce mai a distanza ravvicinata e con la stessa modalità altrimenti corre il rischio di essere scoperto, ma vogliamo per un attimo considerare anche l’eventualità che quelle deliranti composizioni furono frutto di un malato di protagonismo: se Spinozzi gli poteva esser noto grazie ai giornali, come faceva a conoscere figure minori come Guenza e Valenzi visto anche che all’epoca le fonti di informazione erano minori rispetto alle odierne? (per esempio, non c’era Internet).

Piuttosto, sommando tutti gli elementi fin qui elencati, ecco illuminarsi nuovamente gli interrogativi d’apertura. Chi aveva interesse a esercitare un’azione ripetuta e dannosa nei confronti della Lazio e di Spinozzi? E per quale motivo? Al tempo, gli aquilotti attraversavano una situazione precaria. Chinaglia era ritornato dagli Stati Uniti per assumere la presidenza proprio nell’estate del 1983, ma aveva incontrato più di una resistenza tanto che estromise alcuni personaggi legati alla vecchia gestione come l’ex direttore generale Antonio Sbardella. Mentre l’anno prima se n’era andato il direttore sportivo: Luciano Moggi. Costoro si defilarono in buon ordine oppure animati da vis polemica e spirito di rivalsa? E con loro, quali altre figure, in maniera ufficiale e non, gravitavano allora in società? Infine, com’erano visti Spinozzi, Guenza e Valenzi?

Occorre partire da queste domande (la confessione spontanea dell’autore di quelle lettere è probabile quanto Lotito che acquista Iniesta) per la risoluzione di questo mistero, che permetterebbe di saperne di più non solo sulla Lazio bensì sul calcio italiano del periodo (è del 1980 il primo scandalo del calcioscommesse, del 1986 il secondo) e sui suoi non sempre inappuntabili e irreprensibili personaggi.

A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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0 Comments

  1. Paolo

    Luglio 20, 2016 at 1:20 pm

    L’unico commento che si possa fare è che in Italia la madre degli imbecilli è sempre incinta.

  2. Giuseppe

    Luglio 20, 2016 at 1:21 pm

    La questione Orlandi è una brutta faccenda, di cui tutti dovremmo vergognarci. Poiché è verosimilmente chiaro che c’entrano personaggi del Vaticano, mi meraviglia e non poco, il fatto che Papa Francesco non abbia, fino ad ora, aperto un’inchiesta interna al Vaticano, tirando fuori tutto quello che si nasconde nei palazzi vaticani, e che riguarda Emanuela.
    Sono proprio deluso. Molto deluso.

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