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La grande tratta dei calciatori

La grande tratta dei calciatori

di Daniele Canepa – www.frontierenews.it – Copertina: Illustrazione a cura di Francesco Ciampa

Viaggio nel perverso mondo del football trafficking, che ogni anno coinvolge migliaia di giovanissimi che sognano di diventare le nuove stelle del calcio mondiale. Per pochi che ci riescono, ci sono migliaia di disperati che finiscono tra le mani di agenti fittizi e intermediari senza scrupoli. Sfruttati, derubati e abbandonati, molti di loro si ritrovano senza speranze in paesi sconosciuti. Eppure i “trafficanti” di calciatori sono solo una parte di un problema più complesso, che coinvolge famiglie, media e società sportive. 

 “C’è una cosa di cui ti convinci, quando cresci circondato dalle gigantografie di campioni come Didier Drogba, Samuel Eto’o o Yaya Touré: se ce l’hanno fatta loro, puoi riuscirci anche tu. Sei giovane e ti sembra di poter realizzare qualsiasi cosa. Poi però arrivi in Europa e se hai la fortuna di fare un provino ti rendi conto che la realtà è diversa, che magari ti devi giocare tutto in una partita e che la temperatura è di dieci gradi e tu non ci sei abituato. Né sei preparato a giocare insieme a un gruppo di sconosciuti che parlano un’altra lingua. E se il provino va male, ti ritrovi abbandonato a te stesso: da solo, in un paese che non conosci”.

Le parole di Joseph*, venticinquenne originario del Senegal arrivato in Italia nel 2014 e oggi residente in Liguria, sintetizzano un’esperienza comune a quella di migliaia di ragazzi provenienti in gran parte dall’Africa Occidentale e vittime di un fenomeno conosciuto a livello internazionale come football trafficking.

Se volessimo tradurre letteralmente dall’inglese, trafficking equivarrebbe a “tratta”, mentre il “traffico” di esseri umani è invece indicato come smuggling. La differenza tra i due termini non è una questione speculativa, in quanto tratta e traffico si configurano come reati diversi e sono punibili in modo differente. Tuttavia, i casi di football trafficking si situano spesso in una zona grigia tra le due casistiche: da qui, la scelta di usare la definizione inglese per indicare tutti gli episodi di migrazioni irregolari nel mondo del calcio.

Come già si intuisce da questa premessa, il fenomeno è complesso e richiede, come vedremo, un approccio non manicheo di risoluzione della questione in una mera divisione tra buoni e cattivi. Ci sono, è vero, delle vittime e degli sfruttatori, ma alla radice del problema vi è in realtà una visione diffusa nel “sistema calcio” che si esplicita attraverso due metafore pervasive in ambito sportivo: 1) l’atleta come merce; 2) l’atleta come macchina.

Riflettiamo, nel primo caso, sulla nonchalance con cui usiamo espressioni come “comprare”, “vendere”, “prestare” calciatori, come se essi fossero dei pacchi da spostare da un posto a un altro. Nel secondo caso, pensiamo invece a frasi come: “Quell’atleta è una macchina”, “un vivaio che produce talenti in serie”, “il giocatore tal dei tali è un robot”. In entrambe le situazioni, il calciatore è percepito come un prodotto industriale, spogliato delle sue caratteristiche umane.

Senza questa riflessione sulla mancata considerazione dell’umanità della persona in questione, peraltro estendibile a un elevato numero di ambiti extra-sportivi, il rischio è di concentrarsi solo sugli effetti del problema senza comprenderne le cause.

Un altro aspetto fondamentale del football trafficking riguarda il sogno, inteso in questo caso come desiderio irrefrenabile ma slegato, purtroppo, da un’analisi consapevole della realtà. Ne parleremo tra poco.

Proprio la forza del sogno calcistico è stata il fondamento del successo di Sadio Mané, calciatore senegalese del Liverpool campione d’Inghilterra e d’Europa con i Reds. “Il calcio è sempre stato la mia vita e, crescendo, non avevo altro desiderio che diventare calciatore,” afferma Mané nel film documentario sulla sua carriera, Made in Senegal. L’ambizione di avere successo nello sport amato, condiviso da milioni di ragazzi in tutto il mondo, è particolarmente sentito laddove “farcela” nel calcio che conta significa non solo realizzare le proprie legittime aspirazioni individuali, ma anche affrancarsi da una situazione economica precaria e aiutare famiglia e amici a farlo. Il desiderio di contribuire al benessere del proprio paese d’origine attraverso le rimesse dall’estero accomuna un numero consistente di calciatori originari del Golfo di Guinea.

Tornando alla vicenda di Joseph, considerati questi presupposti, non risulta difficile intuire le emozioni che lo animano quando, al termine di una partita giocata in un torneo a Dakar, la sua città natale, il ragazzo viene avvicinato da una persona conosciuta nella zona per avere dei contatti nel calcio europeo.

“Vieni con me in Italia e ti farò fare una grande carriera,” gli dice l’uomo. Joseph non sta nella pelle: ha fiducia nelle proprie capacità, accompagnata da un fisico notevole. È vero, la concorrenza in Europa sarà agguerrita, ma a lui non interessa. Continua a ripetere tra sé e sé che, se ce l’hanno fatta i suoi connazionali diventati celebri come Sadio Mané, ce la farà anche lui.

C’è però una cosa che, da subito, a Joseph non quadra. Il suo agente – il termine è improprio in quanto l’uomo agisce senza presentare delle credenziali formali – pretende dalla famiglia del ragazzo una somma di denaro. “Ma come”, si chiede Joseph, “se mi reputa così bravo perché vuole che lo paghi già prima di avermi fatto provare con un club?” Ma la preoccupazione svanisce subito, schiacciata dal desiderio accecante del giovane di giocarsi le sue chance in Europa. La famiglia del ragazzo, però, è contraria al trasferimento. I rischi sono troppo elevati: e se poi le cose non andassero bene? Facendo ignobilmente leva sulle aspettative di Joseph, che vengono usate per mettere pressione sui suoi genitori, l’intermediario riesce a incassare i soldi richiesti e a convincere la famiglia a lasciarlo partire.

Già al momento dell’atterraggio a Roma Fiumicino, però, Joseph intuisce che i suoi dubbi prima della partenza non erano infondati. Quando telefona al suo agente – continuiamo a chiamarlo così per convenzione – la risposta di quest’ultimo sembra sorpresa, come a dire: “Sei venuto davvero”. A ciò si aggiunge il senso di disperazione derivante dal trovarsi da solo, poco più che adolescente, in un paese nuovo, la cui lingua non parla. “Mi veniva da piangere ed ero già pentito della scelta fatta appena sbarcato. Comunque, mi sono fatto coraggio e sono andato avanti”, racconta Joseph. Il ragazzo riesce in qualche modo ad arrivare alla stazione del treno di Roma Termini per dirigersi poi a Milano, dove il suo agente lo attende.

I 10 passi del football trafficking

Fino a questo punto, la sua storia ripercorre uno schema comune alle vittime di football trafficking articolato in dieci tappe dal professor James Esson dell’università britannica di Loughborough, autore di uno studio sul tema che vale la pena illustrare alla luce della vicenda di Joseph.

I primi tre passi hanno luogo nel paese di provenienza e corrispondono: 1) all’approccio di un giovane con ambizioni calcistiche da parte di un sedicente agente, 2) alla richiesta di un pagamento di una somma compresa in genere tra i tre e i cinquemila euro e 3) al versamento di tale denaro all’agente da parte della famiglia del ragazzo interessato, il che spesso comporta un indebitamento ai limiti della sostenibilità per la famiglia stessa.

Il quarto passo, invece, prevede il viaggio del giovane – con tanto di regolare visto, come nel caso di Joseph – verso il paese di destinazione. All’arrivo – passo cinque – l’agente si fa consegnare immediatamente dal ragazzo i soldi e i documenti che quest’ultimo porta con sé “per tenerli al sicuro, o così mi ha assicurato lui”, come afferma Joseph.

E qui Joseph è già fortunato, se così si può dire, in quanto in effetti, una volta giunto a Milano, l’intermediario gli riferisce di avere un club, che in quegli anni naviga tra Serie B e Serie C, interessato a fargli sostenere un provino.

Ma per altri le cose vanno diversamente. È il caso di Patrick, giunto a Parigi dalla Costa d’Avorio a 16 anni con l’ambizione di seguire le orme del suo eroe nonché connazionale, Didier Drogba, anche per via di una stazza fisica notevole – il giovane supera il metro e novanta. In un incontro a Saint-Denis, nella banlieue parigina, racconta la sua storia, fermatasi già al passo quattro: a Parigi non c’era nessuno ad attenderlo, nonostante i soldi già versati all’agente e le promesse che gli erano state fatte in patria su una brillante carriera nell’Eldorado europeo. Comprensibilmente, Patrick non ha molta voglia di parlare, un po’ per timidezza e un po’ perché ricordare come sono stati sfruttati i propri sogni riapre una ferita dolorosa, come conferma Jean-Dimmy Jéoboam, oggi allenatore delle giovanili del Racing Colombes di Parigi e vice-presidente di Kampos Saint-Denis, organizzazione nata in modo spontaneo per aiutare di ragazzi abbandonati in circostanze simili a Patrick.

“Purtroppo, in questi anni la nostra associazione ha conosciuto centinaia di ragazzi come lui. Alcuni sono venuti direttamente a Parigi, altri ci sono arrivati dopo aver tentato invano in altri paesi, come la Spagna o l’Italia. Ciò che li accomuna è aver vissuto la stessa esperienza negativa e il conseguente senso di inganno e di abbandono. Perciò, oltre a fornire loro la possibilità di tenersi allenati organizzando quattro sessioni gratuite ogni settimana, cerchiamo di essere un punto di riferimento, per esempio indirizzandoli verso l’amministrazione locale che offre corsi di formazione e di orientamento. Patrick, ad esempio, mentre continua a giocare a calcio sta comunque imparando un mestiere fuori dal campo”.

Tornando alla storia di Joseph, il suo provino – passo numero sei di Esson – ha in effetti luogo, ma, vuoi per le ragioni già citate all’inizio, vuoi per l’emozione di giocarsi tutto in una sola partita, il ragazzo non brilla e la società non dimostra interesse nei suoi confronti. A questo punto si aprono due possibilità: o il giovane sostiene altri provini finché un club decide di farlo firmare a condizioni generalmente svantaggiose per il giocatore – passi numero sette e otto – oppure l’intermediario cerca di disfarsi di lui, che è proprio quanto accade a Jospeh.

Il suo agente gli dice infatti di avere un amico in un’altra città che lo ospiterà in attesa di un’occasione presso un altro club. Joseph, tuttavia, intuisce che si tratta di una menzogna e che, qualora si recasse da questa persona, gli verrebbero richiesti dei servizi che non hanno nulla a che vedere con il calcio. “Sanno che sei giovane, ingenuo e disperato, per cui gli basta davvero poco per spingerti in un brutto giro. Magari ti fanno iniziare con qualcosa di apparentemente innocuo come portare un pacco a qualcuno, che poi diventa magari commettere un furto, oppure iniziare a spacciare e così via. Conosco tante storie così”.

È qui che arriviamo al passo nove di Esson: al termine di uno o più provini andati male, il ragazzo è abbandonato a sé stesso. Ed è appunto nello spazio tra questo e il successivo e ultimo passo – secondo cui il giovane aspirante calciatore decidere di rimanere nel paese di destinazione, seppure in una condizione di illegalità, in quanto sprovvisto di documenti – che emerge la vulnerabilità della sua posizione allo sfruttamento da parte di altri individui e organizzazioni per altri tipi di crimini, il che ci porta a fare un ragionamento alla luce dei numeri che abbiamo.

Le stime sulla quantità di vittime di football trafficking vanno dalla più ottimistica di tremila persone l’anno a quella più pessimistica di quindicimila l’anno. Se prendiamo come riferimento un valore a metà tra i due dati e consideriamo che il fenomeno ha iniziato ad assumere dimensioni preoccupanti già dai primi anni Duemila, arriviamo a un totale di ben oltre centocinquantamila persone.

È evidente che un numero tale di giovani atletici e pronti a lavorare per pochi spiccioli fanno certamente gola a tante organizzazioni, specialmente se esse operano in ambiti illegali o ai limiti della legalità. Qui ci muoviamo tuttavia nel campo delle supposizioni, al momento non supportate da dati certi. Se infatti la descrizione di Esson è molto accurata riguardo a quanto accade ai ragazzi fino al momento dell’abbandono nel paese di destinazione, è auspicabile che ricerche e indagini future facciano luce sul percorso che si prospetta al termine dei dieci passi, in merito al quale la letterarura disponibile è pressoché inesistente.

Sempre in relazione al decimo passo, sorge legittimamente una domanda: perché, se il suo sogno calcistico è andato in frantumi, un ragazzo dovrebbe ostinarsi a restare in un paese straniero nel quale è arrivato con il solo scopo di giocare a calcio? La risposta ci viene fornita da Lucas, altro giovane di origine senegalese residente in Liguria, giunto in Italia nel 2016 allo scopo di fare carriera nel calcio.

“Nel mio paese è convinzione comune che l’Europa sia una specie di paradiso che dispensa lavoro, soldi e benessere. Pensare di tornare a mani vuote è inaccettabile: sarei considerato un idiota, un incapace, e la vita in Senegal sarebbe per me ancora più dura di quanto lo è qui”.

Lucas racconta di avere un lavoro in regola in un ristorante che però lo occupa per poche ore alla settimana, consentendogli a malapena di pagare l’affitto. Sebbene il calcio abbia avuto un ruolo fondamentale nella sua decisione di migrare nel nostro paese, il suo percorso è stato molto diverso da quello illustrato dai dieci passi di Esson.

“Sono venuto qui perché ai Mondiali di calcio ho sempre tifato per gli Azzurri. Al momento della partenza, non avrei nemmeno saputo trovare l’Italia su una mappa, ma ero sicuro di una cosa: volevo diventare un calciatore del campionato italiano come i miei idoli Pirlo e Totti e credevo ciecamente che ci sarei riuscito. Ma, appena sbarcato, mi sono reso conto che anziché giocare a calcio avrei prima di tutto dovuto pensare a trovare un lavoro per mantenermi. Da quel momento, il pallone è immediatamente passato in secondo piano”.

La torta delle responsabilità

A differenza di quanto accaduto a Joseph e a Patrick, Lucas non ha ricevuto spinte o pressioni da parte di sedicenti intermediari. Pur non essendo quindi classificabile come caso di football trafficking, la sua esperienza ci permette comunque di fare una considerazione sulle cause da cui tale fenomeno ha origine.

Se ci fermassimo all’aspetto superficiale, potremmo pensare che le responsabilità del problema dovrebbero essere attribuite ai “falsi agenti” che sfruttano i sogni e l’ingenuità delle loro giovani vittime. Per quanto le azioni di queste persone siano riprovevoli, il caso di Lucas ci dimostra come alla base del sogno calcistico vi sia in realtà una narrazione fuorviante del calcio europeo, la quale crea da un lato degli idoli e dall’altro una massa di giovani pronti ad abbandonare tutto pur di elevarsi anch’essi a quello status.

Ovviamente, è giusto, anzi auspicabile, che dei ragazzi vogliano realizzarsi nell’ambito che li appassiona, ma se le accecanti – per quanto illusorie – luci della gloria, del denaro e del successo non trovano un adeguato contrappeso nell’ambiente educativo e sociale circostante, è inevitabile che altre migliaia di giovani continueranno a ingrossare le file delle vittime di football trafficking anziché quelle dei club professionistici.

Questi ultimi, peraltro, sono altrettanto coinvolti nel problema. Pensiamo al caso di Joseph, visionato e poi scartato da una squadra di Serie B. Si potrebbe obiettare che un club non ha colpe se un ragazzo che viene portato in prova non si dimostra poi all’altezza delle aspettative. Vero è però anche che è proprio grazie al fatto di provare ed eventualmente scartare centinaia di ragazzi che una squadra riesce poi a trovarne uno dal talento sufficiente per far realizzare al club la tanto agognata plusvalenza.

Anche i club di grosso calibro hanno delle responsabilità di varia natura. Si pensi sia a quelle dirette riscontrate dalla FIFA stessa, che in passato, in tempi diversi, ha comminato delle sanzioni a squadre di altissimo livello come Barcellona e Chelsea per aver infranto l’articolo 19 del regolamento sui trasferimenti dei calciatori, il quale vieta, salvo particolari eccezioni, il trasferimento di minorenni da un paese a un altro per motivi calcistici. Si pensi però anche a quelle indirette: di quali squadre sono le maglie dei ragazzi che rincorrono un pallone su qualche polveroso campo di Abidjan, di Accra, o di Lagos con il sogno che un giorno sul retro di quella maglietta il nome stampato sarà proprio il loro? Non certo delle spesso sgangherate compagini locali, depauperate da quello che lo scrittore italiano Pippo Russo definisce il circuito del muscle drain, ”la depredazione delle abilità fisico-atletiche effettuata dai sistemi sportivi del nord del mondo”.

Sia chiaro, non si vogliono certo mettere all’indice i club né addossare a loro il ruolo del cattivo, ma soltanto ribadire che sono tutte le organizzazioni del sistema a doversi mettere in discussione.

Che dire poi del ruolo dei media? Da un lato essi continuano ad alimentare il sogno calcistico non solo con la trasmissione quotidiana di quanto avviene sul campo, ma anche e soprattutto veicolando sfavillanti immagini di quanto avviene fuori dal campo e contribuendo a costruire il mito del calciatore famoso, al cui cieco inseguimento si lanciano i tanti hidden boys che trovano un volto soltanto tra qualche sparuto articolo di denuncia sul football trafficking.

Non illudiamoci peraltro che il problema riguardi solo i ragazzi dell’Africa sub-sahariana: sarebbe un atteggiamento miope, e non solo perché si segnalano sempre più spesso casi di giovani aspiranti calciatori “sedotti e abbandonati” da squallidi faccendieri sulla rotta America del Sud-Europa, ma soprattutto perché anche nel nostro paese si registrano diversi esempi di pagamenti a intermediari di vario genere da parte di famiglie smaniose di vedere i propri figli fare carriera nel pallone.

Chiaramente, tra un ragazzo italiano che non riesce a impressionare un club professionistico locale e un giovane senegalese, nigeriano o ivoriano vi è una differenza non da poco: se a questi ultimi le cose vanno male, alla delusione per il sogno infranto si aggiunge anche la disperazione di trovarsi a migliaia di chilometri dalla propria terra. Non a caso, i tre giovani di cui sono state raccontate le storie non incontrano di persona la propria madre ormai da alcuni anni. Diversamente, se le cose vanno male a un ragazzo italiano, egli può ricongiungersi alla propria famiglia molto più facilmente.

In conclusione, dovrebbe essere ormai chiaro che il fenomeno del football trafficking chiama in causa diversi attori – istituzioni sportive e non, club, media, intermediari, famiglie e ragazzi – sia a livello internazionale sia a livello locale. Nella sua complessità, il problema peraltro non è nemmeno soltanto calcistico, quanto di visione dell’atleta e, quindi, dell’essere umano. Da dove iniziare per porvi rimedio? Secondo Matthew Edafe, videomaker e giornalista nigeriano già vittima del football trafficking e oggi collaboratore di Mission 89, ONG nata per promuovere campagne educative sul problema della tratta di esseri umani nello sport, è necessario partire dalla sensibilizzazione se si vuole porre rimedio alla questione: “Nessuno racconta questo lato del gioco del calcio e, poiché non se ne parla, il problema continua a esistere”.

A proposito del ruolo fondamentale dell’educazione, vale la pena citare un episodio occorso al termine di un incontro sul football trafficking organizzato in una scuola secondaria di Genova. Al termine della sessione di domande e risposte, uno degli studenti partecipanti ha scritto: “Il mio desiderio è fare del mio sport il mio lavoro, ma né io né la mia famiglia prima di oggi ci eravamo mai fatti delle domande riguardo alle possibili difficoltà lungo il cammino. D’ora in poi penserò seriamente anche a un piano alternativo nel caso in cui le cose nello sport mi vadano male”. Come diceva l’educatore americano John Dewey: “La democrazia inizia dalla conversazione”.

*I nomi di tutte le persone citate in questo articolo sono stati modificati.

Fonte: www.frontierenews.it

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